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2017/10/20 - 07:12

Nel duomo

K. era stato incaricato di mostrare alcuni monumenti a un corrispondente italiano della banca, assai importante, che veniva per la prima volta in città. Era un incarico che in altri tempi avrebbe certo giudicato un onore, ma che ora, in un momento in cui riusciva a mantenere la sua posizione in banca solo con un grande sforzo, aveva accettato con ripugnanza. Ogni ora sottratta al lavoro in banca lo angustiava; certo non riusciva più neppure alla lontana a sfruttare il tempo d’ufficio come una volta, utilizzava diverse ore per una minima apparenza di vero lavoro, tanto maggiori erano però le preoccupazioni quando non si trovava in ufficio. In tal caso gli sembrava di vedere come il vicedirettore, che certo era sempre in agguato, entrava ogni tanto nel suo ufficio, si sedeva alla sua scrivania, sfogliava i suoi documenti, riceveva e gli sottraeva clienti con i quali K. era da anni quasi in amicizia, e forse scopriva anche degli errori, dai quali ora nel lavoro K. si sentiva sempre minacciato in mille modi, e che non riusciva più a evitare. Se accadeva perciò che lo incaricassero, sia pure in forma onorevole, di un’uscita per affari o anche di un piccolo viaggio - incarichi del genere, per puro caso, si erano accumulati negli ultimi tempi - c’era sempre il pensiero che lo si volesse allontanare un poco dall’ufficio per controllare il suo lavoro, o quanto meno che lo si ritenesse poco indispensabile all’ufficio. La maggior parte di questi incarichi avrebbe potuto declinarli con facilità, ma non ne aveva il coraggio perché, se i suoi timori avevano un fondamento anche minimo, declinare l’incarico significava confessare la sua paura. Per questo motivo accettava simili incarichi con apparente indifferenza e, dovendo una volta fare un impegnativo viaggio d’affari di due giorni, nascose di avere un forte raffreddore, per non esporsi al pericolo di essere esonerato dal viaggio con la scusa del piovoso tempo autunnale che proprio allora dominava. Tornato da questo viaggio con furiosi mal di testa, seppe di essere stato destinato ad accompagnare il giorno dopo il corrispondente italiano. La tentazione di sottrarsi all’impegno almeno questa volta era molto grande, prima di tutto ciò che gli si chiedeva stavolta non era un lavoro direttamente connesso alla banca, l’adempimento di questo dovere sociale nei confronti del corrispondente era abbastanza importante in sé, ma non lo era dal punto di vista di K., il quale sapeva bene di potersi mantenere solo con successi di lavoro, e che in mancanza di questi era perfettamente inutile se fosse anche riuscito, inaspettatamente, ad affascinare questo italiano; non voleva essere spinto fuori dall’ambiente di lavoro neppure per un giorno perché troppo grande era la paura di non essere riammesso più, una paura che riconosceva bene come esagerata, ma che pure lo angustiava. In questo caso comunque era quasi impossibile inventarsi una scusa decente, la conoscenza che K. aveva dell’italiano non era certo grande, tuttavia sufficiente; l’aspetto decisivo era che K. possedeva da tempo alcune conoscenze di storia dell’arte, cosa che in banca era diventata, in forma estremamente esagerata, di dominio pubblico dopo che K. aveva fatto parte, anche qui d’altronde per motivi di lavoro, dell’unione per la salvaguardia dei monumenti artistici cittadini. Ora, l’italiano, a quanto si era appreso, era un amante d’arte e quindi la scelta di K. come suo accompagnatore era stata perciò automatica.

Era un mattino molto piovoso, di tempesta, quando K., pieno di dispetto per il giorno che lo aspettava, arrivò in ufficio già alle sette di mattina, per sbrigare almeno un po’ di lavoro prima che la visita gliene sottraesse ogni possibilità. Era molto stanco, perché aveva passato metà nottata a studiarsi una grammatica italiana per prepararsi un po’, la finestra, alla quale ultimamente era solito sedersi anche troppo spesso, lo attraeva più della scrivania, ma si fece forza e si sedette a lavorare. Purtroppo proprio allora entrò l’usciere e annunciò che il direttore lo aveva mandato a vedere se il signor procuratore era già arrivato; e in tal caso lo pregava di voler gentilmente passare nel salotto perché l’ospite italiano era già lì. "Vengo subito", disse K., si infilò in tasca un piccolo vocabolario, si mise sotto braccio una guida ai monumenti della città che aveva preparato per lo straniero e attraverso l’ufficio del vicedirettore passò nella stanza del direttore. Era contento di essere venuto in ufficio così presto e di poter essere subito a disposizione, cosa che nessuno avrebbe potuto seriamente aspettarsi. L’ufficio del vicedirettore era naturalmente ancora vuoto come a notte fonda, probabilmente l’usciere aveva ricevuto l’incarico di chiamare anche lui in direzione ma l’incarico era andato a vuoto. Quando K. entrò in salotto i due signori si alzarono dalle loro basse poltrone. Il direttore sorrise con gentilezza, era evidentemente lieto per l’arrivo di K. e fece subito le presentazioni, l’italiano strinse vigorosamente la mano di K. e ridendo parlò di qualcuno mattiniero, K. non capì bene a chi si riferiva, inoltre era un termine particolare il cui significato K. indovinò solo dopo un certo tempo. Rispose con alcune semplici frasi che l’italiano di nuovo accolse ridendo, mentre con mano nervosa si accarezzava i folti baffi grigi dalle sfumature azzurre. I baffi erano evidentemente profumati, veniva quasi voglia di avvicinarsi e di annusarli. Quando tutti si furono seduti ed ebbe inizio un piccolo colloquio introduttivo, K. si accorse con disagio di capire solo a tratti quel che l’italiano diceva. Quando parlava in tutta tranquillità lo capiva quasi completamente, ma questa era una rara eccezione, per lo più il discorso gli usciva dalla bocca proprio come una fontana, e scuoteva la testa come se ne fosse contento. Mentre parlava così però si perdeva di regola in un qualche dialetto che per K. non aveva più niente di italiano, e che il direttore invece non solo capiva ma anche parlava, cosa che K. avrebbe in realtà potuto prevedere, perché l’italiano veniva dall’Italia meridionale, dove anche il direttore aveva soggiornato per alcuni anni. In ogni caso K. si rese conto che la possibilità di intendersi con l’italiano gli era in gran parte preclusa, perché anche il francese di lui si capiva assai male; inoltre i baffi coprivano i movimenti delle labbra, che forse sarebbero stati d’aiuto alla comprensione. K. iniziò a prevedere parecchi momenti spiacevoli, per il momento rinunciò a capire il corrispondente - in presenza del direttore che lo capiva con tanta facilità sarebbe stato uno sforzo inutile - e si limitò a guardarlo con irritazione mentre se ne stava in poltrona affondato ma con leggerezza, si tirava ogni tanto la giacchetta corta e tagliata con finezza, e aveva tentato anche, con le braccia alzate e le mani mobili e ben articolate, di descrivere qualcosa che K. non capì, nonostante che, chino in avanti, non perdesse d’occhio il movimento delle mani. Alla fine in K., che era rimasto inerte a guardare meccanicamente l’alternarsi dei discorsi, si rifece viva la stanchezza di prima, e con suo spavento a un certo punto si accorse - per fortuna in tempo - che per distrazione stava quasi per alzarsi, voltarsi e andarsene. Finalmente l’italiano guardò l’orologio e balzò in piedi. Dopo aver preso congedo dal direttore, si rivolse a K. avvicinandoglisi tanto da costringerlo a spingere indietro la poltrona per potersi muovere. Il direttore, che certo aveva notato negli occhi di K. il disagio in cui si trovava per questo modo dell’ospite di parlare l’italiano, si inserì nella conversazione con tanta intelligenza e finezza da dare l’impressione di contribuire con piccoli suggerimenti, mentre in realtà rendeva comprensibile a K. con poche parole ciò che l’italiano proferiva continuando a interrompere il discorso. K. venne così a sapere dal direttore che l’italiano per il momento aveva ancora da sbrigare alcune faccende, che purtroppo avrebbe avuto, in generale, poco tempo, ma che d’altronde non intendeva visitare tutti i monumenti in fretta, ma piuttosto aveva deciso - comunque solo se K. era d’accordo, la decisione rimaneva sua - di visitare solo il duomo, ma almeno questo per bene. Si rallegrava straordinariamente di poter fare una visita del genere in compagnia di un uomo tanto colto e amabile - con questo intendeva K., il quale per parte sua era tutto intento a capire alla svelta le parole del direttore, passando sopra a quelle dell’italiano - e lo pregava, se l’ora gli andava bene, di trovarsi nel duomo fra circa due ore, verso le dieci. Lui sperava di poterci essere sicuramente per quell’ora. K. rispose qualcosa di adeguato, l’italiano strinse la mano prima al direttore, poi a K., poi di nuovo al direttore, e uscì seguito da entrambi in direzione della porta, sempre un po’ voltato verso di loro e senza mai smettere di parlare. K. poi rimase a parlare ancora un po’ con il direttore, che oggi aveva un aspetto più sofferente del solito. Riteneva di doversi scusare in qualche modo con K., e disse - mentre stavano in confidenza, l’uno vicino all’altro - che in un primo tempo aveva avuto l’intenzione di andare lui stesso con l’italiano, ma che poi - non ne diede alcuna spiegazione - aveva deciso di mandare piuttosto K. Se questi in un primo momento non capiva la lingua dell’italiano non doveva per questo lasciarsi scoraggiare, ci avrebbe presto fatto l’orecchio, e anche se in generale non avesse capito molto non importava un gran che, dato che per l’italiano non era poi così importante essere capito oppure no. D’altronde l’italiano di K. era sorprendentemente buono, e certo se la sarebbe cavata splendidamente. Con questo K. fu congedato. Il tempo che gli rimaneva libero lo impiegò a trascriversi dal vocabolario qualche parola rara di cui aveva bisogno per la guida nel duomo. Era una lavoro estremamente noioso, gli uscieri portavano la posta, gli impiegati venivano con diverse questioni e, vedendo K. occupato, si arrestavano sulla porta, né però se ne andavano finché K. non li avesse ascoltati, il vicedirettore non si lasciò sfuggire l’occasione di disturbare K., entrò diverse volte, gli prese di mano il vocabolario sfogliandolo, evidentemente senza scopo, quando la porta si apriva nella penombra dell’anticamera emergevano anche clienti, che esitando si inchinavano per farsi notare, ma non erano sicuri che li si fosse visti - tutto ciò si muoveva intorno a K. come intorno a un centro, mentre lui raccoglieva le parole che gli servivano, le cercava nel vocabolario, se le trascriveva, si allenava a pronunciarle e infine tentava di impararle a memoria. Ma la sua buona memoria di un tempo sembrava averlo abbandonato del tutto, ogni tanto diventava così furioso nei confronti dell’italiano causa di tutta questa fatica che seppelliva il vocabolario sotto una pila di documenti con la ferma intenzione di non prepararsi più, ma poi rifletteva che non avrebbe potuto camminare su e giù davanti ai monumenti del duomo con l’italiano senza dire una parola, e quindi, con rabbia ancor maggiore, tirava di nuovo fuori il vocabolario.

Alle nove e mezzo, proprio mentre stava per andarsene, arrivò una telefonata, Leni gli augurò il buon giorno e gli chiese come stava, K. ringraziò alla svelta e fece notare che ora non poteva iniziare una conversazione perché doveva andare al duomo. "Al duomo?" chiese Leni. "Certo, al duomo." "E perché proprio al duomo?" chiese Leni. K. cercò di spiegarlo in poche parole, ma aveva appena incominciato quando Leni improvvisamente disse: "Ti danno la caccia." K. non poteva sopportare una compassione che non aveva chiesto e che non si aspettava, si congedò in poche parole, ma disse, rimettendo a posto il ricevitore, un po’ a se stesso e un po’ alla ragazza lontana la cui voce non udiva più: "Sì, mi danno la caccia."

Ora però era già tardi, c’era già quasi il pericolo di non arrivare in tempo. Si avviò in automobile, si era ricordato all’ultimo momento della guida ai monumenti che non aveva avuto occasione di consegnare prima e che ora quindi prese con sé. La tenne sulle ginocchia, e per tutto il viaggio ci tamburellò sopra inquieto. La pioggia si era attenuata, ma era umido, freddo e buio, nel duomo si sarebbe visto ben poco, in compenso il raffreddore di K., per la lunga permanenza sulle mattonelle fredde, sarebbe molto peggiorato.

La piazza del duomo era del tutto deserta, K. ricordava di essersi stupito sin da bambino che nelle case di questa stretta piazza quasi tutte le finestre avessero le tende abbassate. Col tempo di oggi però era più comprensibile che mai. Anche all’interno il duomo sembrava deserto, naturalmente a nessuno saltava in mente di venire qui proprio ora. K. attraversò veloce entrambe le navate, e trovò solo una vecchia che, avvolta in uno scialle caldo, stava in ginocchio davanti a una statua della Madonna e la guardava. Da lontano vide poi un inserviente zoppo che scompariva in una porta nel muro. K. era arrivato puntuale, proprio mentre entrava erano suonate le undici, ma l’italiano non c’era ancora. K. tornò all’ingresso principale, si fermò lì indeciso per un po’ di tempo, poi fece un giro intorno a duomo sotto la pioggia per vedere se per caso l’italiano non lo stava aspettando a una delle porte laterali. Non si trovava da nessuna parte. Forse il direttore aveva capito male l’ora? E poi, non era facile capire bene quell’uomo. Comunque fosse, K. doveva aspettare per almeno una mezz’ora. Siccome era stanco voleva sedersi, rientrò nel duomo, trovò su un gradino un piccolo straccio a forma di tappeto, lo spinse con la punta del piede davanti a un banco vicino, si strinse più stretto nel mantello, si rialzò il bavero e si sedette. Per distrarsi aprì la guida e la sfoglio un poco, ma presto dovette smettere perché si era fatto così buio che, alzando gli occhi, quasi non riusciva a scorgere alcun dettaglio nella navata laterale.

In lontananza, sull’altar maggiore, brillava un grande triangolo di candele, K. non avrebbe saputo dire con certezza se le aveva viste già prima. Forse erano state accese solo ora. I sagrestani, per mestiere, agiscono di soppiatto, non si fanno notare. Quando K. per caso si voltò, vide anche lì ardere, non lontano dietro di sé, un cero grosso e alto, fissato a una colonna. Per quanto fosse bello, era del tutto insufficiente a illuminare i quadri che per lo più si trovavano nell’oscurità degli altari laterali; e anzi aumentava il senso di oscurità. L’italiano, mancando all’appuntamento, era stato tanto ragionevole quanto scortese, non si sarebbe visto quasi niente, ci si sarebbe dovuti accontentare di esplorare palmo a palmo alcuni quadri con l’aiuto della lampadina elettrica di K. Per provare cosa ci si poteva aspettare, K. si avvicinò a una piccola cappella laterale lì vicino, salì qualche gradino fino a una bassa balaustra di marmo e, piegato su di essa, illuminò con la lampadina il quadro sull’altare. Davanti ad esso era appeso, disturbando, il lumino perpetuo. La prima cosa che K. vide e in parte indovinò fu un grande cavaliere dotato di armatura, rappresentato al limite esterno del quadro. Si stava appoggiando sulla spada che aveva piantato davanti a sé sulla nuda terra - solo qua e là si vedevano alcuni steli d’erba. Sembrava osservare con attenzione qualcosa che stava succedendo davanti a lui. Era sorprendente che rimanesse così fermo e non si avvicinasse. Forse era stato destinato a fare la guardia. K., che da tempo non vedeva quadri, rimase a contemplare a lungo il cavaliere, benché dovesse continuamente stringere gli occhi, perché non sopportava la luce verde della lampadina. Quando fece scivolare la luce sul resto del quadro, trovò una deposizione di Cristo dipinta come al solito, ed era fra l’altro un quadro moderno. Si rimise in tasca la lampadina e tornò al suo posto.

Con ogni probabilità non c’era più necessità di aspettare oltre l’italiano, fuori però la pioggia cadeva certamente a scrosci, e siccome non faceva così freddo come si era aspettato, K. decise di rimanere per il momento ancora un po’ qui. Vicino a lui c’era il grande pulpito, sul cui tetto rotondo erano disposte, semidistese, due nude croci d’oro che si intersecavano alle estremità. La parete esterna del parapetto con il suo punto di passaggio alla colonna di sostegno era scolpita in forma di foglie verdi, che venivano afferrate da angioletti ora in moto, ora in riposo. K. si pose davanti al pulpito e lo studiò da tutti i lati, la lavorazione della pietra era estremamente accurata, il buio profondo fra il fogliame scolpito e il piano ad esso posteriore sembrava come catturato e trattenuto; K. mise in uno di questi buchi la mano e tastò cautamente la pietra, che ci fosse questo pulpito non lo aveva finora mai neppure saputo. In quel momento si accorse casualmente che dietro la fila di banchi più vicina c’era un sagrestano in una giacca nera, penzolante e spiegazzata, che teneva nella mano sinistra una tabacchiera e lo osservava. "Cosa vuole questo?" pensò K. "Gli sembro una persona sospetta? O forse vuole una mancia?" Quando però il sagrestano si accorse che K. lo aveva notato, tese la mano destra, nella quale teneva sempre fra due dita una presa di tabacco, a indicare una direzione indefinita. Il suo atteggiamento era quasi incomprensibile, K. aspettò ancora un poco, ma il sagrestano non cessava di indicare qualcosa con la mano e lo confermava con cenni del capo. "Ma cosa vuole?" chiese K. a bassa voce, non osava chiamare forte in questo luogo; poi però tirò fuori il portafoglio e si infilò attraverso i banchi più vicini per raggiungere l’uomo. Questi però fece subito un gesto di rifiuto con la mano, scosse le spalle e se ne andò zoppicando. Quando K. era bambino e voleva far finta di andare a cavallo assumeva un’andatura simile a quella di questo zoppo frettoloso. "Un vecchio rimbambito", pensò K., "il cervello gli basta appena per il servizio in chiesa. Guardalo lì come si ferma se mi fermo io, e come sta all’erta per vedere se riprendo a camminare." Sorridendo K. seguì il vecchio per tutta la navata laterale quasi fino all’altezza dell’altar maggiore, il vecchio non la smetteva di indicare qualcosa, ma intenzionalmente K. non si voltava, quell’indicare non aveva altro scopo che distrarlo dall’inseguimento del vecchio. Alla fine lo lasciò andare per davvero, non lo voleva angosciare troppo, e poi non voleva scacciare del tutto quell’apparizione per il caso che l’italiano fosse ancora venuto.

Quando entrò nella navata principale per cercare il suo posto, su cui aveva lasciato la guida, notò, su una colonna quasi a fianco dei banchi del coro, un piccolo pulpito laterale, molto semplice, in nuda pietra biancastra. Era tanto piccolo che da lontano sembrava una nicchia ancora nuova, destinata a ricevere una statua. Certo chi predicava non poteva allontanarsi dal parapetto neppure di un passo. Inoltre la volta in pietra del pulpito iniziava su un punto insolitamente basso e si innalzava senza alcun ornamento, ma centinata in modo tale che un uomo di media altezza non avrebbe potuto rimanere in posizione eretta, ma avrebbe dovuto in continuazione rimanere piegato in avanti sul parapetto. Il tutto sembrava studiato per torturare chi predicava, non si capiva a cosa potesse servire questo pulpito dal momento che c’era a disposizione quell’altro tanto grande e decorato con tanta arte.

Certamente K. non si sarebbe neppure accorto di questo piccolo pulpito se sopra di esso non fosse stata posta una lampada, come si fa di solito poco prima di una predica. Doveva esserci una predica ora? Nella chiesa vuota? K. guardò giù verso la scala che, addossata alla colonna, conduceva al pulpito e che era tanto stretta che sembrava non dovesse servire per chi saliva, ma solo come decorazione della colonna. Ai piedi del pulpito però - K. sorrise per lo stupore - c’era veramente il prete, che teneva la mano sulla ringhiera pronto a salire, e osservava K. Quindi fece un piccolo cenno con il capo, al che K. si fece il segno della croce e si inchinò, cosa che avrebbe dovuto fare già da prima. Il prete, con un piccolo slancio, salì sul pulpito a passi brevi e veloci. Davvero sarebbe iniziata una predica? Forse il sagrestano non era così fuori di cervello e aveva voluto spingere K. verso il predicatore, cosa d’altronde assolutamente necessaria, dato che il resto della chiesa era vuoto. D’altra parte in qualche posto c’era anche una vecchia, che avrebbe dovuto venire anche lei. E se doveva cominciare una predica, perché non veniva introdotta dall’organo? Quest’ultimo invece rimaneva silenzioso e si limitava a splendere debolmente dall’oscurità delle sue grandi altezze.

K. si domandò se non fosse il caso di andarsene in tutta fretta, se non lo avesse fatto ora non c’era poi più la possibilità di farlo durante la predica, avrebbe dovuto rimanere finché durava, tutto quel tempo lo avrebbe perso in ufficio, già da un pezzo non era più tenuto ad aspettare l’italiano, guardò l’orologio, erano le undici. Ma era possibile che davvero si facesse ora una predica? Possibile che K. rappresentasse, da solo, tutto l’uditorio dei fedeli? Non poteva essere un estraneo che voleva solo visitare la chiesa? E in fondo non era altro che questo. Era assurdo pensare che si potesse fare una predica ora, alle undici di un giorno feriale e con un tempo così orribile. Il prete - un prete lo era certamente, era un uomo giovane con un volto liscio e scuro - evidentemente era salito solo per spegnere la lampada, che era stata accesa per errore.

Ma non era così, invece il prete controllò la lampada regolandone ancora un po’ la luce, poi si voltò lentamente verso il parapetto, afferrandolo con entrambe le mani alla decorazione spigolosa dell’orlo. Per un po’ di tempo rimase fermo così, guardandosi intorno senza muovere la testa. K. era indietreggiato di parecchio e stava appoggiato con i gomiti al primo banco della chiesa. Da qualche parte, senza poter dire di preciso dove, vide con occhi incerti il sagrestano che pacificamente, con la schiena curva, si accucciava come se avesse compiuto un lavoro. Che silenzio regnava ora nel duomo! Ma era destino che K. lo disturbasse, non aveva intenzione di rimanere qui; se era dovere del prete fare una predica a una determinata ora a prescindere dalle circostanze, poteva farla lo stesso, avrebbe avuto successo anche senza l’appoggio di K., né certamente la sua presenza ne avrebbe migliorato l’efficacia. K. perciò iniziò lentamente a muoversi, tastando con la punta dei piedi trovò la strada lungo il banco, arrivò poi alla via più larga nel centro e anche lì proseguì indisturbato, solo il pavimento di pietra faceva rumore anche al passo più lieve e le volte ne risuonavano debolmente ma senza interruzione, in una progressione ripetuta e regolare. K. si sentiva un po’ abbandonato mentre, forse sotto lo sguardo del prete, se ne andava da solo fra i banchi vuoti, inoltre la grandezza del duomo gli sembrava ai limiti della sopportabilità umana. Giunto al suo posto di prima, senza fermarsi oltre agguantò letteralmente la guida che vi aveva lasciato e la prese con sé. Aveva quasi superato la zona dei banchi e si avvicinava allo spazio libero che si trovava fra questi e l’uscita, quando per la prima volta udì la voce del prete. Una voce potente, esercitata. Come attraversava il duomo, che era pronto a riceverla! Ma non era alla comunità dei fedeli che il prete si rivolgeva, non c’erano dubbi e non c’erano vie d’uscita, il prete chiamò: "Josef K.!"

K. si arrestò e guardò il terreno davanti a sé. Per il momento era ancora libero, poteva proseguire e levarsi di torno attraverso una delle tre piccole porte scure di legno non lontane da lui. Avrebbe significato che non aveva capito, oppure che aveva capito ma che non voleva interessarsene. Se però si voltava era bloccato, perché in tal caso sarebbe stata la confessione che aveva capito bene, che quello che veniva chiamato era proprio lui e che aveva anche intenzione di dare retta. Se il prete avesse chiamato ancora una volta, K. se ne sarebbe certo andato, ma siccome tutto taceva per quanto K. aspettasse, girò un po’ la testa, perché voleva vedere che cosa il prete stesse facendo in quel momento. Stava sul pulpito tranquillo come prima, ma si vedeva chiaramente che si era accorto che K. aveva mosso la testa. Sarebbe stato ora un infantile gioco a nascondino se K. non si fosse voltato completamente. Lo fece, e il prete con un cenno del dito lo invitò ad avvicinarsi. Siccome tutto poteva ormai essere esplicito, si mise a correre - per curiosità e per farla corta - volando a lunghi passi verso il pulpito. All’altezza dei primi banchi si fermò, ma la distanza parve ancora troppo grande al prete, che tese la mano e con l’indice severamente piegato indicò un punto proprio davanti al pulpito. K. ubbidì anche in questo, da quel punto doveva piegare molto indietro la testa per riuscire a vedere il prete. "Tu sei Josef K.", disse il prete alzando una mano sul parapetto con un movimento impreciso. "Sì", disse K., e pensò con quanta franchezza prima aveva sempre pronunciato il proprio nome, mentre da qualche tempo era diventato un peso, e ora il suo nome era conosciuto da persone che vedeva per la prima volta; come era bello prima presentarsi e solo dopo essere conosciuto! "Tu sei sotto accusa", disse il prete a voce particolarmente bassa. "Sì", disse K.,
"me lo hanno comunicato." "Allora sei tu quello che cerco", disse il prete. "Io sono il cappellano della prigione." "Ah, ecco", disse K. "Ti ho fatto chiamare", disse il prete, "per parlare con te." "Non lo sapevo", disse K. "Io ero venuto per far vedere il duomo a un italiano." "Lascia perdere, questo è secondario", disse il prete. "Cosa tieni in mano? E’ un libro di preghiere?" "No", rispose K., "è una guida ai monumenti della città." "Buttala via", disse il prete. K. la scagliò con tanta violenza che la guida sbattendo per terra si aprì e scivolò per un pezzo sul pavimento con le pagine sgualcite. "Lo sai che il tuo processo sta andando male?" "Anch’io ho quest’impressione", disse K. "Ho fatto ogni sforzo possibile, ma finora non ho avuto successo. Comunque non ho ancora finito di preparare il ricorso." "Come ti immagini che finirà?" chiese il prete. "Prima pensavo che sarebbe finita bene", disse K., "ora io stesso a volte ne dubito. Non so come andrà a finire. Tu lo sai?" "No", disse il prete, "ma ho paura che andrà a finire male. Credono che tu sia colpevole. Forse il tuo processo non andrà oltre un tribunale di basso grado. Almeno per il momento, si pensa che la tua colpa sia provata." "Ma io non sono colpevole", disse K., "è un errore. Com’è possibile, in generale, che un uomo sia colpevole? Siamo tutti uomini, gli uni come gli altri." "Questo è vero", disse il prete, "ma di solito sono i colpevoli a parlare così." "Anche tu hai un pregiudizio nei miei confronti?" chiese K. "Non ho nessun pregiudizio nei tuoi confronti" disse il prete. "Ti ringrazio", disse K. "Tutti gli altri però in questo procedimento hanno un pregiudizio contro di me. E lo ispirano anche a chi non fa parte del processo. La mia posizione diventa sempre più difficile." "Tu capisci male i fatti", disse il prete. "Il verdetto non arriva tutt’a un tratto, il procedimento diventa verdetto a poco a poco." "E’ così dunque", disse K. chinando il capo. "Cosa intendi fare ora per la tua questione?" chiese il prete. "Voglio cercare altri aiuti", disse K. e alzò la testa per vedere come il prete valutasse questa intenzione. "Ci sono ancora certe possibilità che non ho sfruttato." "Tu cerchi troppo aiuto dagli estranei", disse il prete con disapprovazione, "e soprattutto dalle donne. Come fai a non accorgerti che non è questo il vero aiuto?" "Talvolta, e diciamo pure spesso, potrei darti ragione", disse K., "ma non sempre. Le donne hanno un grande potere. Se potessi convincere alcune donne che conosco a lavorare tutte insieme per me, dovrei avere la meglio per forza. E soprattutto con questo tribunale, che consiste quasi solo di libertini. Fai vedere da lontano una donna al giudice istruttore e quello, pur di arrivare in tempo, passa sopra alla scrivania del tribunale e alla testa dell’imputato." Il prete piegò la testa sul parapetto, solo ora sembrava che la cupola del pulpito lo opprimesse. Ma che razza di tempo doveva esserci all’esterno? Non era più un giorno cupo, lo si poteva ormai chiamare notte fonda. Nessuno dei mosaici della grande vetrata era più in grado di interrompere quel muro di oscurità, sia pure con un solo riflesso di luce. E proprio in quel momento il sagrestano cominciava a spegnere le candele sull’altar maggiore, una dopo l’altra. "Ce l’hai con me?" chiese K. "Forse non sai di che razza di tribunale sei al servizio." Non ricevette risposta. "Certo, è solo la mia esperienza", disse K. Lassù tutto continuava a tacere. "Non ti volevo offendere", disse K. Allora il prete gridò in basso, verso K.: "Possibile che tu non veda a distanza di due passi?" Era un grido di collera, ma anche come il grido di qualcuno che vede un altro cadere e senza pensare, senza volere grida perché è lui stesso spaventato.

Ora tacquero a lungo entrambi. Certamente il prete non poteva distinguere bene K. nel buio che regnava in basso, mentre K. vedeva chiaramente il prete alla luce della piccola lampada. Perché il prete non scendeva? Non aveva certo tenuto una predica, ma solo fatto alcune comunicazioni a K., le quali, a ben guardare, potevano magari più nuocergli che essergli d’aiuto. Certo però la buona fede del prete sembrava a K. al di sopra di ogni dubbio, non era impossibile che, quando fosse sceso, si sarebbe messo d’accordo con lui, e forse K. ne avrebbe ricevuto un consiglio decisivo e accettabile, che per esempio gli mostrasse il modo non di influenzare il processo, ma di evadere dal processo, e come si potesse aggirare, vivere all’esterno del processo. Doveva esserci una tale possibilità, negli ultimi tempi K. ci aveva pensato spesso. Ma se il prete sapeva di una simile possibilità forse, se lo si interrogava, l’avrebbe svelata a K., anche se lui stesso apparteneva al tribunale e anche se aveva represso la sua natura gentile quando K. aveva attaccato il tribunale, arrivando persino a gridargli contro.

"Perché non scendi giù?" disse K. "Non ci sono prediche da fare. Scendi giù da me." "Ora posso anche scendere", disse il prete, che forse si era pentito di aver gridato. Togliendo la lampada dal gancio disse: "Prima dovevo parlarti da lontano. Altrimenti mi lascio influenzare troppo facilmente e dimentico il mio dovere."

K. lo aspettò ai piedi della scala. Già da uno dei gradini superiori, mentre scendeva, il prete gli tese la mano. "Hai un po’ di tempo per me?" chiese K. "Tutto il tempo che ti serve", disse il prete e diede a K. la piccola lampada perché la portasse. Anche da vicino, la sua presenza non perdeva una certa solennità. "Sei molto gentile con me", disse K. Uno vicino all’altro, camminavano su e giù nella buia navata laterale. "Fra tutti quelli che appartengono al tribunale tu sei un’eccezione. Ho più fiducia in te che in uno qualsiasi di loro, per quanti ne conosco. Con te posso parlare apertamente." "Non ingannarti", disse il prete. "Su cosa dovrei ingannarmi?" chiese K. "E’ sul tribunale che ti inganni", disse il prete, "negli scritti introduttivi alla legge a proposito di questo inganno sta scritto: Davanti alla legge c’è un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede di poter entrare nella legge. Il portiere però gli dice che ora non può permettergli di entrare. L’uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. ‘Può darsi’, dice il guardiano, ‘ora però no.’ Siccome la porta che dà accesso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si sposta da un lato, l’uomo si curva per guardare, attraverso la porta, all’interno. Quando il guardiano se ne accorge, ride e dice: ‘Se ti attira tanto, cerca pure di entrare malgrado il mio divieto. Stai attento però: io sono potente. E io sono solo il guardiano di grado più basso. Di sala in sala però ci sono guardiani uno più potente dell’altro. Già lo sguardo del terzo non posso sopportarlo neppure io." L’uomo di campagna non si era aspettato simili difficoltà, la legge dovrebbe pur essere accessibile sempre e a chiunque, pensa, ma ora che osserva meglio il guardiano nel suo mantello di pelliccia, il suo grande naso a punta, la barba nera tartara, lunga e rada, decide che è meglio aspettare finché non otterrà il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a un lato della porta. Lì siede per giorni e anni. Fa molti tentativi per essere ammesso e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano ogni tanto gli fa delle brevi domande, lo interroga sulla sua patria e su molte altre cose, ma sono domande senza interesse come quelle dei gran signori, e alla fine gli ripete sempre che ancora non può farlo entrare. L’uomo, che si era equipaggiato di molti oggetti per il suo viaggio, usa ogni cosa, per quanto di valore, per corrompere il guardiano. Questi accetta bensì tutto, ma dicendo: ‘Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.’ Nel corso dei molti anni l’uomo osserva il guardiano quasi ininterrottamente. Dimentica gli altri guardiani e questo primo gli sembra l’unico ostacolo all’ingresso nella legge. Maledice il caso disgraziato, nei primi anni ad alta voce, poi, invecchiando, si limita a borbottare fra sé. Diventa come un bambino, e siccome nei lunghi anni di studio del guardiano ha imparato a conoscere anche le pulci del suo colletto di pelliccia, implora anche le pulci di aiutarlo e di far cambiare idea al guardiano. Alla fine la sua vista si indebolisce e non sa se davvero intorno a lui si sta facendo più buio o se sono solo i suoi occhi che lo ingannano. Nel buio però ora distingue uno splendore, che erompe inestinguibile dalla porta della legge. Non gli resta più molto da vivere. Prima della morte tutte le esperienze di tutto quel tempo gli si riassumono nella testa in una domanda, che ancora non ha fatto al guardiano. Gli fa un cenno, perché non può più sollevare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi profondamente fino a lui, perché la differenza di statura è molto cambiata a sfavore dell’uomo. ‘Cosa vuoi sapere ancora’, chiede il guardiano, ‘sei insaziabile.’ ‘Tutti desiderano la legge’, dice l’uomo, ‘come mai allora in tanti anni nessuno tranne me ha chiesto di entrare?’ Il guardiano si rende conto che l’uomo ormai è alla fine, e per raggiungere ancora il suo udito che sta ormai svanendo gli grida: ‘Da qui non poteva essere ammesso nessun altro, perché questo ingresso era riservato solo a te. Ora vado e lo chiudo.’"

"Dunque il guardiano ha ingannato l’uomo", disse subito K., cui la storia aveva fatto un’impressione molto forte. "Non avere troppa fretta", disse il prete, "non accettare l’opinione altrui senza averla prima esaminata. Io ti ho raccontato la storia come è, alla lettera, nello scritto. Non c’è niente che parli di inganno." "Ma è una cosa evidente", disse K., "e la tua prima interpretazione era del tutto giusta. Il guardiano ha fatto la comunicazione salvifica solo quando all’uomo non poteva servire più a nulla." "Nessuno gli aveva fatto la domanda prima", disse il prete, "rifletti che era solo un guardiano, e come tale ha fatto il suo dovere." "Perché credi che abbia fatto il suo dovere?" chiese K., "Non lo ha fatto. Il suo dovere era forse di allontanare tutti gli estranei, ma quest’uomo, cui era destinato l’ingresso, doveva lasciarlo passare." "Tu non rispetti lo scritto e cambi la storia", disse il prete. "Per quanto riguarda l’ammissione nella legge, la storia contiene due spiegazioni importanti del guardiano, una all’inizio e una alla fine. Il primo luogo dice: ‘che ora non può permettergli di entrare’, e l’altro: ‘questo ingresso era riservato solo a te.’ Se fra queste due spiegazioni ci fosse contraddizione avresti ragione tu, e il guardiano avrebbe ingannato l’uomo. Invece non c’è alcuna contraddizione. Al contrario, la prima spiegazione allude persino alla seconda. Si potrebbe quasi dire che il guardiano vada al di là del proprio dovere facendo intravedere all’uomo una possibilità futura di essere ammesso. In quel momento, si direbbe che il suo dovere sarebbe stato soltanto quello di respingere l’uomo. E in effetti molti commentatori dello scritto si stupiscono in generale che il guardiano abbia fatto quell’allusione, dato che sembra amare la precisione e si attiene strettamente al proprio dovere. Per molti anni non abbandona il suo posto e chiude il portone solo alla fine, è ben conscio dell’importanza del suo incarico, perché dice ‘io sono potente’, ha rispetto dei superiori, perché dice ‘io sono solo il guardiano di grado più basso’, quando si tratta di adempimento del dovere non lo si può commuovere né esasperare, dato che dell’uomo si dice che ‘stanca il guardiano con le sue preghiere’, non è chiacchierone, perché in tutti quegli anni pone soltanto, come sta scritto, ‘domande senza interesse’, non lo si può corrompere, perché di un regalo dice ‘lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa’, infine anche il suo aspetto esteriore allude a un carattere pedante, così il grande naso a punta e la barba nera tartara, lunga e rada. Può esserci un guardiano più ligio al suo dovere? Ora però nel guardiano ci sono mescolati anche dei tratti essenziali molto favorevoli a chi desidera essere ammesso e che comunque rendono comprensibile come abbia potuto, con quell’allusione a una futura possibilità, andare oltre il proprio dovere. Infatti non si può negare che sia un po’ sempliciotto, e in rapporto a questo anche un po’ presuntuoso. Anche se le sue affermazioni a proposito della propria potenza e della potenza degli altri guardiani, e anche a proposito della loro vista insopportabile persino per lui - voglio dire anche se tutte queste affermazioni in sé possono essere giuste, tuttavia il modo in cui le espone testimonia che il suo modo di comprenderle è viziato dall’ingenuità e dall’esagerazione. A questo proposito gli interpreti dicono: comprendere correttamente una cosa ed equivocarla non si escludono del tutto a vicenda. In ogni caso bisogna ritenere che quella ingenuità e quell’esagerazione, per quanto si manifestino forse in minimi tratti, indeboliscano tuttavia la sorveglianza dell’ingresso, e siano delle mancanze nel carattere del guardiano. A questo si aggiunge che il guardiano, per sua natura, sembra essere di carattere gentile, non mantiene affatto in continuazione l’atteggiamento del funzionario. Fin dai primi momenti scherza invitando l’uomo ad entrare, nonostante il divieto formulato espressamente; e poi non lo caccia via, ma gli dà, come sta scritto, uno sgabello, e lo fa sedere a lato del portone. La pazienza con cui nell’arco di tutti quegli anni sopporta le preghiere dell’uomo, le brevi domande, l’accettazione dei regali, la signorilità con cui permette all’uomo di maledire in sua presenza il destino che ha messo qui il guardiano - tutto ciò fa pensare che sia spinto dalla compassione. Non tutti i guardiani si sarebbero comportati così. E alla fine si china anche, su un suo cenno, giù fino all’uomo per dargli la possibilità di un’ultima domanda. Solo una debole impazienza - il guardiano sa bene che tutto è alla fine - si manifesta nelle parole: ‘sei insaziabile’. Alcuni vanno persino oltre in questo tipo di interpretazione e ritengono che le parole ‘sei insaziabile’ manifestino una specie di amichevole stima, alla quale comunque non è estranea una certa degnazione. In ogni caso così la figura del guardiano si dimostra diversa da come la vedi tu." "Tu conosci la storia meglio di me, e da più tempo", disse K. Rimasero per un poco in silenzio. Poi K. disse: "Allora tu ritieni che l’uomo non sia stato ingannato?" "Non fraintendermi", disse il prete, "ti sto solo riferendo le opinioni al proposito. Non devi dare troppo retta alle opinioni. La scrittura è immutabile, e le opinioni sono spesso solo un’espressione della disperazione per questo fatto. In questo caso c’è addirittura un’opinione secondo la quale ad essere ingannato sarebbe invece il guardiano." "E’ una ben ampia opinione", disse K. "E come viene motivata?" "La motivazione", rispose il prete, "prende le mosse dall’ingenuità del guardiano. Si dice che egli non conosca l’interno della legge, ma solo la strada che deve sempre percorrere davanti all’ingresso. Le sue fantasie a proposito dell’interno sono considerate infantili e si ritiene che lui stesso abbia paura di ciò che vuol far temere all’uomo. Anzi ne ha paura più dell’uomo, perché questi non vuole altro che entrare anche avendo sentito dei terribili guardiani nell’interno, mentre il guardiano non vuole entrare, o per lo meno non se ne parla. E’ vero che altri sostengono che deve essere già stato nell’interno, perché deve pur aver preso servizio agli ordini della legge, e questo può essere avvenuto solo all’interno. A questo bisogna rispondere che potrebbe essere stato nominato guardiano anche con una chiamata dall’interno e che comunque non può essersi addentrato molto all’interno, dato che non può sopportare la vista neppure del terzo guardiano. Inoltre non si racconta che, a prescindere dall’osservazione sui guardiani, in tutti quegli anni abbia mai raccontato qualcosa di ciò che sta all’interno. Può darsi che gli fosse proibito, ma anche di questa proibizione non si parla. Da tutto questo si conclude che non sa niente dell’aspetto e del significato di ciò che sta all’interno, e che a questo proposito si inganna. Ma deve ingannarsi anche a proposito dell’uomo di campagna, perché di quest’uomo è un sottoposto e non lo sa. Che il guardiano tratti l’uomo come un sottoposto lo si vede da molti dettagli che potrai ancora ricordare. Ma che in effetti sia lui ad essere sottoposto all’uomo risulta, secondo questa opinione, altrettanto chiaro. Anzitutto chi è libero è superiore a chi è legato. Ora l’uomo di campagna è in effetti libero, può andare dove vuole, solo l’ingresso nella legge gli è proibito, e inoltre gli è proibito da una persona sola, il guardiano. Quando si siede su uno sgabello a lato del portone e ci resta per tutta la vita, ciò avviene per sua libera scelta, la storia non riferisce di alcuna costrizione. Invece il guardiano è legato al suo posto dal suo ufficio, non se ne può allontanare all’esterno, e secondo ogni apparenza non può neppure entrare all’interno, neppure se lo volesse. Inoltre egli è certo al servizio della legge, ma solo limitatamente a questo ingresso, e dunque anche solo a favore di quest’uomo cui quest’ingresso è unicamente destinato. Anche per questo motivo è un suo sottoposto. Bisogna ritenere che per molti anni, per l’intero periodo di maturazione di un uomo il guardiano abbia svolto in certo modo solo un servizio a vuoto, perché la storia dice che venne un uomo, dunque qualcuno in età virile, e che quindi il guardiano deve aver aspettato a lungo prima di adempiere al suo scopo, deve cioè aver aspettato finché l’uomo voleva, dato che giungeva di sua volontà. Ma anche la fine del suo servizio è definita dalla fine della vita dell’uomo, e dunque fino alla fine rimane un suo sottoposto. E sempre si ripete che di tutto ciò il guardiano sembra non sapere nulla. In questo però non si vede niente di strano, perché secondo questa opinione il guardiano si trova in un inganno ancor più grave, che riguarda il suo stesso servizio. Alla fine infatti parla dell’ingresso e dice ‘ora vado e lo chiudo’, ma all’inizio sta scritto che il portone di ingresso alla legge sta aperto come sempre, ma se sta aperto sempre, e questo sempre significa indipendentemente dalla vita dell’uomo cui è destinato, allora neppure il guardiano riuscirà a chiuderlo. Qui le opinioni si dividono, c’è chi ritiene che il guardiano, annunciando che chiuderà il portone, voglia solo dare una risposta qualsiasi, oppure voglia far risaltare il proprio dovere, oppure intenda, anche all’ultimo momento, gettare l’uomo nella tristezza e nel pentimento. Su questo però sono d’accordo in molti, che non potrà chiudere il portone. Addirittura si ritiene che, almeno alla fine, sia sottoposto all’uomo anche nel grado di conoscenza, perché questi vede lo splendore che erompe dall’ingresso della legge, mentre il guardiano in quanto tale volge le spalle all’ingresso e nemmeno c’è un passo che mostri che ha notato un qualche cambiamento." "Questa è una buona motivazione", disse K., che si era ripetuto fra sé a bassa voce alcuni passi della spiegazione del prete. "E’ una buona motivazione, e ora anch’io ritengo che il guardiano sia stato ingannato. Questo però non mi distoglie dalla mia precedente opinione, perché in parte si sovrappone a questa. Non è decisivo che il guardiano veda le cose chiaramente o venga ingannato. Io ho detto che ad essere ingannato è l’uomo. Se il guardiano vede le cose con chiarezza tale inganno è dubbio, ma se il guardiano viene ingannato allora il suo inganno deve per forza essere trasferito anche sull’uomo. In tal caso il guardiano non è un imbroglione, ma è tanto ingenuo che dovrebbe essere subito cacciato dal suo incarico. E poi devi pensare che l’inganno in cui si trova il guardiano non lo danneggia, mentre all’uomo procura danni incalcolabili." "Qui ti scontri con un’opinione contraria", disse il prete. "Infatti molti affermano che la storia non concede a nessuno il diritto di giudicare il guardiano. Comunque ci possa apparire, è pur sempre un servitore della legge, dunque appartiene alla legge, e quindi è sottratto al giudizio umano. In tal caso non si può neppure credere che il guardiano sia sottoposto all’uomo. Grazie al suo servizio, anche solo essere legato all’ingresso della legge è incomparabilmente di più che vivere libero nel mondo. L’uomo può solo venire alla legge, il guardiano è già lì. E’ stato posto dalla legge al suo servizio, dubitare della sua dignità significa dubitare della legge stessa." "Questa opinione non mi trova d’accordo", disse K. scuotendo la testa, "perché se la si accetta allora bisogna considerare vero tutto ciò che il guardiano dice. Ma che questo non sia possibile lo hai motivato estesamente tu stesso." "No", disse il prete, "non bisogna considerare vero tutto, bisogna considerarlo solo necessario." "E’ un’opinione ben triste", disse K. "La menzogna viene considerata l’ordinamento del mondo."

K. disse questo come se fosse una conclusione, ma non era il suo giudizio definitivo. Era troppo stanco per avere una visione d’insieme delle conseguenze della storia, inoltre questa lo portava lungo pensieri inusuali, cose irreali, più adatte alla società dei funzionari di tribunale che a lui. Quella semplice storia era diventata informe, voleva scuoterla via da sé e il prete, mostrando in questo una grande sensibilità, lo tollerò accettando silenziosamente l’osservazione di K., benché certo non corrispondesse alla sua opinione.

Proseguirono per un po’ in silenzio, K. si manteneva stretto vicino al prete, senza sapere dove, in quell’oscurità, si trovasse. La lampada che teneva in mano si era spenta da parecchio tempo. A un certo punto, proprio davanti a lui, una statua argentea di un santo aveva scintillato del solo chiarore dell’argento, ed era subito scomparsa di nuovo nel buio. Per non rimanere in completa dipendenza dal prete, K. gli chiese: "Non siamo dalle parti dell’ingresso principale?" "No", disse il prete, "siamo molto lontani da lì. Vuoi andartene già?" Benché K. non ci stesse pensando in quel momento, disse subito: "Certo, devo andarmene. Sono procuratore in una banca, mi aspettano, ero venuto solo per mostrare il duomo a un corrispondente straniero." "Beh", disse il prete tendendo la mano a K., "allora vai." "Non mi so orientare da solo nel buio", disse K. "Vai a sinistra verso la parete", disse il prete, "poi segui la parete senza lasciarla e troverai un’uscita." Il prete si era allontanato solo di pochi passi, ma già K. lo chiamava, a voce molto alta: "Ti prego, aspetta un po’" "Sto aspettando", disse il prete. "Vuoi ancora qualcosa da me?" chiese K. "No", disse il prete. "Prima eri così gentile con me", disse K., "e mi hai spiegato tutto, ora però mi abbandoni come se di me non ti importasse nulla." "Ma devi andare via", disse il prete. "Beh, sì", disse K., "cerca di capirlo." "Prima di tutto cerca tu di capire chi sono io", disse il prete. "Tu sei il cappellano della prigione", disse K. avvicinandosi al prete, il suo ritorno immediato in banca non era così necessario come lo aveva presentato, poteva tranquillamente restare ancora qui. "Dunque appartengo al tribunale", disse il prete. "E allora perché dovrei volere qualcosa da te. Il tribunale non vuole niente da te. Ti prende quando vieni e ti lascia andare quando te ne vai."


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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