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2017/12/17 - 12:58

Capitoli incompiuti

L’amica della Bürstner

Nei giorni successivi fu impossibile a K. scambiare anche solo poche parole con la signorina Bürstner. Cercò in diversi modi di avvicinarsi a lei, ma la signorina riusciva sempre a evitarlo. K. tornava a casa subito dopo il lavoro, rimaneva seduto sul divano nella sua stanza a luce spenta, e non si occupava d’altro che di tenere d’occhio l’anticamera. Se ad esempio passava la domestica e chiudeva la porta della stanza che sembrava vuota, lui dopo un po’ si alzava e la riapriva. Alla mattina si alzava un’ora prima del solito per poter magari incontrare da sola la signorina Bürstner quando lei andava in ufficio; ma nessuno di questi tentativi ebbe successo. Allora le scrisse una lettera diretta in ufficio come nella sua stanza, nella quale cercava ancora una volta di giustificarsi, si dichiarava disposto a darle soddisfazione in qualunque modo, prometteva di non oltrepassare mai i limiti che lei gli avrebbe imposto e chiedeva soltanto che gli fosse data la possibilità di parlare una volta con lei, soprattutto perché non poteva fare niente con la signora Grubach finché non si fosse consigliato con lei, e infine le comunicava che la domenica successiva avrebbe aspettato per tutto il giorno nella sua stanza un segnale da lei che gli desse la prospettiva di veder soddisfatta la sua richiesta o che almeno gli chiarisse perché tale richiesta non poteva essere adempiuta, benché lui avesse promesso di adattarsi in tutto alle condizione che la signorina gli avrebbe imposto. Le lettere non tornarono indietro, ma nemmeno ci fu alcuna risposta. Invece la domenica ci fu un segnale di sufficiente chiarezza. Già la mattina presto K., attraverso il buco della serratura, notò un particolare movimento in anticamera, movimento la cui natura fu presto chiara. Un’insegnante di francese, che era però tedesca e si chiamava Montag, una ragazza debole e pallida, un po’ zoppicante, che fino ad allora aveva abitato una stanza propria, si trasferiva nella stanza della signorina Bürstner. Per ore e ore la si vide trascinarsi in anticamera, dimenticava sempre un capo di biancheria, una copertina o un libro, che doveva essere preso volta per volta e trasferito nella nuova abitazione.

Quando la signora Grubach portò la colazione - da quando K. era andato così in collera con lei non lasciava alla domestica neppure il più piccolo servizio - K. non riuscì a trattenersi dal parlarle, per la prima volta da cinque giorni. "Come mai oggi c’è tanto rumore in anticamera?" chiese versandosi il caffè. "Non si potrebbe farlo smettere? Proprio di domenica bisogna sgomberare?" Benché non la stesse osservando, K. si accorse che la signora Grubach respirava di sollievo. Considerava anche queste severe domande di K. come un perdono, o l’inizio di un perdono. "Non è che si sgombera, signor K." disse, "solo, la signorina Montag si trasferisce dalla signorina Bürstner, e si porta dietro le sue cose." Non disse altro, ma rimase ad aspettare come K. l’avrebbe presa, e se le avrebbe permesso di continuare a parlare. Ma K. la tenne sulle spine, girò pensoso il caffè col cucchiaino e tacque. Poi alzò gli occhi verso di lei e disse: "Ha già rinunciato ai suoi precedenti sospetti nei confronti della signorina Bürstner?" "Signor K.", esclamò la signora Grubach, che aveva aspettato solo questa domanda e tese verso K. le mani giunte, "lei recentemente ha preso troppo sul serio un’osservazione casuale. Non pensavo minimamente di offendere lei o chiunque altro. Lei, signor K., mi conosce da un tempo abbastanza lungo per esserne convinto. Se sapesse quanto ho sofferto in questi ultimi giorni! Io, calunniare i miei pensionanti! E lei, signor K., ci crederebbe! E mi ha detto che dovrei congedarla! Congedare lei!" Quest’ultima esclamazione fu soffocata ormai dalle lacrime, la signora Grubach sollevò sul volto il grembiule singhiozzando forte.

"Non pianga, signora Grubach", disse K. guardando fuori dalla finestra, pensava solo alla signorina Bürstner e al fatto che aveva preso nella sua stanza una ragazza estranea. "Non pianga", disse ancora una volta quando si voltò verso la stanza e la signora Grubach piangeva ancora. "Anche da parte mia non c’era un’intenzione così cattiva. Semplicemente, ci siamo capiti male. Succede anche ai vecchi amici." La signora Grubach abbassò il grembiule sotto l’altezza degli occhi per vedere se K. era davvero riconciliato. "Su, è andata così", disse K., e siccome a giudicare dal comportamento della signora Grubach il capitano non aveva tradito nulla, si azzardò ad aggiungere: "Come può pensare che voglia inimicarmi lei per una ragazza estranea." "E’ proprio questo il punto, signor K.", disse la signora Grubach, era la sua disgrazia di dire subito qualcosa di inopportuno appena si sentiva in qualche modo un po’ sollevata, "mi chiedevo sempre: ma perché il signor K. si prende tanto a cuore la signorina Bürstner, perché litiga con me a causa sua, pur sapendo che ogni sua parola cattiva mi toglie il sonno? In fondo, sulla signorina non ho detto altro che quello che ho visto con i miei occhi." K. non replicò, avrebbe dovuto cacciarla via dalla stanza fin dalla prima parola, e questo non voleva farlo. Si contentò di bere il caffè e lasciar capire alla signora Grubach quanto fosse superflua. Fuori si udì di nuovo il passo strascicato della signorina Montag, che attraversava tutta l’anticamera. "Sente?" chiese K. indicando la porta con la mano. "Sì", disse la signora Grubach sospirando, "volevo darle una mano e anche farla aiutare dalla domestica, ma è troppo ostinata, vuole portare tutto da sola. Mi meraviglio della signorina Bürstner. Spesso mi dà fastidio avere come pensionante la signorina Montag, e la signorina Bürstner addirittura se la prende in camera." "Questi non sono fatti suoi", disse K. schiacciando nella tazzina i resti di zucchero. "Ne riceve forse qualche danno?" "No", disse la signora Grubach, "in sé e per sé anzi mi torna bene, mi si libera una stanza dove posso alloggiare mio nipote, il capitano. Già da un po’ avevo paura che potesse averla disturbata nei giorni scorsi, quando lo avevo messo nella stanza qui accanto. Non ha molti riguardi." "Che razza di idee!" esclamò K. alzandosi in piedi, "non se ne parla nemmeno. Lei mi giudica ipersensibile, solo perché non sopporto queste passeggiate della signorina Montag - senta, eccola che ripassa." La signora Grubach si rese conto della propria impotenza. "Signor K., vuole che le dica di rimandare il resto del trasloco? Se vuole lo faccio subito." "Ma deve pur traslocare dalla signorina Bürstner!" disse K. "Sì", disse la signora Grubach, senza capire bene che cosa intendesse K. "E allora", disse K., "deve pur portarsi dietro le sue cose." La signora Grubach si limitò ad annuire col capo. Questa muta arrendevolezza, che non sembrava altro che ostinazione, irritò ancor di più K. Cominciò a fare su e giù per la stanza fra la porta e la finestra, togliendo così alla signora Grubach la possibilità di allontanarsi, cosa che altrimenti avrebbe fatto senz’altro.

Proprio mentre K., a un certo punto, passava vicino alla porta, qualcuno bussò. Era la domestica, ad annunciare che la signorina Montag avrebbe voluto scambiare qualche parola con il signor K. e che lo pregava quindi di venire in sala da pranzo, dove lo stava aspettando. K. ascoltò pensieroso la domestica, poi si voltò con uno sguardo come di scherno verso la spaventata signora Grubach. Questo sguardo sembrava dire che K. aveva previsto da tempo questo invito della signorina Montag, e che si adattava molto bene a tutti i tormenti che doveva sopportare in questo mattino domenicale dai pensionanti della signora Grubach. Mandò indietro la domestica con la risposta che sarebbe venuto subito, poi andò all’armadio dei vestiti per cambiare la giacca, e alla signora Grubach, che si lamentava piano di quella persona fastidiosa, rispose solo con la preghiera di portar via i piatti della colazione. "Ma non ha toccato quasi niente", disse la signora Grubach. "La vuol portare via o no?" esclamò K., gli sembrava che la signorina Montag si mescolasse a ogni cosa, rendendo tutto ripugnante.

Passando dall’anticamera, guardò la porta chiusa della stanza della signorina Bürstner. Non era però invitato lì, ma nella sala da pranzo, di cui spalancò la porta senza bussare.

Era una stanza molto lunga ma stretta, con una sola finestra. Le dimensioni erano state appena sufficienti da mettere obliquamente negli angoli ai lati della porta due armadi, mentre tutto lo spazio rimanente era occupato dal lungo tavolo da pranzo, che cominciava vicino alla porta e arrivava fin sotto la grande finestra, che perciò era divenuta quasi inaccessibile. Il tavolo era già apparecchiato, e per molte persone, dato che alla domenica quasi tutti i pensionanti mangiavano qui.

Quando K. entrò, la signorina Montag da presso la finestra si avvicinò a K. passando a lato del tavolo. Si salutarono in silenzio. Poi la signorina Montag, rizzando il capo esageratamente come era suo solito, disse: "Non so se lei mi conosce." K. la guardò stringendo gli occhi. "Certo che la conosco", disse, "è già parecchio che lei abita dalla signora Grubach." "Però, mi sembra, lei non si occupa molto di ciò che avviene nella pensione", disse la signorina Montag. "No", disse K. "Non vuole sedersi?" disse la signorina Montag. Senza parlare, tirarono fuori due sedie dall’estremo del tavolo e si sedettero l’uno di fronte all’altra. Ma subito la signorina Montag si alzò di nuovo perché aveva lasciato la sua borsetta sul davanzale della finestra, e la andò a prendere; si trascinò attraverso tutta la stanza. Quando, sventolando leggermente la borsetta, fu tornata indietro, disse: "Vorrei scambiare con lei qualche parola, solo per incarico della mia amica. Voleva venire di persona, ma oggi si sente un po’ indisposta. Vorrà perdonarla, e ascoltare me al suo posto. Del resto non le avrebbe detto niente di diverso rispetto a ciò che sto per dirle io. Al contrario, credo che io potrei dirle relativamente di più, dato che sono relativamente al di sopra delle parti. Non crede anche lei?" "Ma cosa c’è da dire dunque?" rispose K., stanco di vedere gli occhi della signorina Montag continuamente fissi sulle sue labbra. Con questo la signorina si arrogava in anticipo la padronanza su ciò che lui avrebbe detto. "Evidentemente la signorina Bürstner non intende accordarmi il colloquio personale che le avevo chiesto." "E’ così", disse la signorina Montag, "o meglio non è affatto così, lei si esprime con eccessiva crudezza. In generale i colloqui né vengono accordati, né succede il contrario. Può succedere però che si giudichino inutili certi colloqui, e questo è proprio uno di quei casi. Ora, dopo la sua osservazione, posso parlare apertamente. Lei, per iscritto o a voce, ha chiesto un colloquio alla mia amica, la quale però - così almeno devo supporre - sa già l’argomento di un tale colloquio, e per ragioni che non conosco è convinta che se esso avesse realmente luogo non porterebbe vantaggio a nessuno. Del resto me ne ha raccontato solo ieri e solo di sfuggita, ha aggiunto che neppure a lei in ogni caso poteva importare molto del colloquio, perché una simile idea le era venuta in mente per puro caso, e anche senza farglielo esplicitamente notare lei si sarebbe reso conto da solo, se non ora certo molto presto, dell’insensatezza del tutto. A questo ho risposto che forse tutto ciò era giusto, ma che per fare piena chiarezza mi sembrava vantaggioso farle pervenire una risposta esplicita. Io stessa mi sono offerta per questo compito, e dopo qualche esitazione la mia amica ha ceduto. Spero tuttavia di avere agito anche nell’interesse suo, perché anche la più piccola incertezza nella questione più insignificante porta pur sempre un certo tormento, e se, come in questo caso, la si può eliminare facilmente, è meglio farlo subito." "La ringrazio", disse subito K., si alzò lentamente, guardò prima la signorina Montag, poi il tavolo, poi fuori della finestra - la casa di fronte era illuminata dal sole - e si avviò verso la porta. La signorina Montag lo seguì per qualche passo come se non si fidasse interamente di lui. Davanti alla porta però dovettero entrambi indietreggiare, perché questa si aprì e lasciò entrare il capitano Lanz. Era la prima volta che K. lo osservava da vicino. Era un uomo alto, di circa quarant’anni, con il volto abbronzato e carnoso. Fece un leggero inchino, che valeva anche per K., poi si avvicinò alla signorina Montag e le baciò riverente la mano. Era molto agile nei suoi movimenti. La sua cortesia nei confronti della signorina Montag risaltava in maniera lampante se confrontata con il trattamento che invece aveva subito da K. Tuttavia la signorina K. non sembrava arrabbiata con K., anzi, come K. credette di capire, voleva presentarlo al capitano. K. però non voleva essere presentato, non sarebbe stato in grado di essere in qualche modo gentile né di fronte al capitano né di fronte alla signorina Montag, quel baciamano l’aveva per lui unita a un gruppo di persone che sotto l’apparenza della massima innocenza e disinteresse intendevano tenerlo lontano dalla signorina Bürstner. K. però non solo riteneva di essersene accorto, ma si rendeva conto anche che la signorina Montag aveva scelto un buon espediente, per quanto a doppio taglio. Esagerava il significato della relazione fra la signorina Bürstner e K., soprattutto esagerava il significato del colloquio che aveva chiesto e contemporaneamente cercava di porre le cose in modo tale come se fosse K. a esagerare tutto. Ma si ingannava, K. non voleva esagerare nulla, sapeva che la signorina Bürstner non era altro che una piccola dattilografa che non gli avrebbe opposto a lungo resistenza. E in questo, intenzionalmente, non prendeva in considerazione ciò che era venuto a sapere sulla signorina Bürstner dalla signora Grubach. Rifletteva su tutto ciò, mentre salutando appena lasciava la stanza. Voleva tornare subito nella sua stanza, ma una risatina della signorina Montag che udì dietro di sé nella sala da pranzo gli diede l’idea che forse avrebbe potuto fare una sorpresa a entrambi, al capitano come alla signorina Montag. Si guardò intorno ascoltando se per caso ci si poteva aspettare un disturbo dalle stanze circostanti; tutto era silenzioso, si sentiva solo la conversazione in sala da pranzo e la voce della signora Grubach dal corridoio che portava in cucina. L’occasione sembrava favorevole, K. si avvicinò alla porta della stanza della signorina Bürstner e bussò piano. Siccome nessuno rispose bussò di nuovo, ma ancora non seguì nessuna risposta. Dormiva? O si sentiva male per davvero? O si negava solo perché immaginava che solo K. avrebbe potuto bussare così piano? K. suppose che la signorina si stesse negando, bussò più forte e infine, poiché il bussare non ebbe risultato, aprì la porta con cautela, e non senza il pensiero che stava facendo qualcosa di ingiusto, e per di più di inutile. Nella stanza non c’era nessuno. D’altra parte, quasi non somigliava più alla stanza come K. se la ricordava. Al muro erano ora appoggiati, uno dietro l’altro, due letti, vicino alla porta c’erano tre sedie coperte da mucchi di abiti e biancheria, c’era un armadio aperto. Probabilmente la signorina Bürstner era uscita mentre in sala da pranzo la signorina Montag aveva intrattenuto K. con le sue chiacchiere. K. non ne fu molto costernato, non si era aspettato di poter incontrare la signorina Bürstner con tanta facilità, aveva fatto questo tentativo quasi solo per dispetto nei confronti della signorina Montag. Tanto più penoso gli fu però quando, chiudendo la porta, vide la signorina Montag e il capitano conversare sulla soglia aperta della sala da pranzo. Forse erano là già da quando K. aveva aperto la porta, evitavano di dar l’impressione che stavano osservando K., conversavano a bassa voce e seguivano solo i movimenti di K. con lo sguardo come, durante una conversazione, ci si guarda intorno distratti. Ma K. sentiva che questi sguardi esercitavano su di lui il loro peso, e passando lungo il muro si affrettò a tornare nella sua stanza.

Pubblico ministero

Nonostante l’esperienza degli uomini e la conoscenza del mondo che K. aveva acquisito durante il suo lungo servizio nella banca, la compagnia degli avventori abituali nella sua birreria gli era sempre sembrata estremamente apprezzabile, e non si nascondeva mai che era per lui un grande onore appartenere a una tale compagnia. Essa era costituita quasi esclusivamente da giudici, pubblici ministeri e avvocati, venivano ammessi anche alcuni giovani funzionari e aiuti avvocati, questi però sedevano nella parte bassa del tavolo e potevano intromettersi nelle discussioni solo quando venivano loro rivolte specifiche domande. Domande del genere però avevano per lo più lo scopo di divertire la compagnia, e soprattutto il pubblico ministero Hasterer, che era solitamente il vicino di K., amava umiliare così i giovani. Quando allargava sul tavolo la mano grande, forte e coperta di peli e si rivolgeva all’estremo basso del tavolo, tutti drizzavano subito le orecchie. E quando uno laggiù accoglieva la domanda ma non riusciva neppure a decifrarla, oppure rimaneva a guardare pensoso la propria birra, oppure invece di parlare si limitava a schioccare le mascelle, oppure - e questo era il peggio - in un impeto irrefrenabile esprimeva un’opinione errata o screditata, allora i signori più anziani si giravano sorridendo sulla loro sedia, e sembrava che solo in quel momento cominciassero a sentirsi a loro agio. I discorsi realmente seri e competenti continuavano a essere riservati a loro.

K. era stato introdotto in questa compagnia da un avvocato, il rappresentante legale della banca. C’era stato un tempo in cui K. aveva dovuto intrattenere con questo avvocato lunghi colloqui che si prolungavano la sera fino a tardi, ed era venuto naturale che K. cenasse con l’avvocato al suo tavolo abituale, e che trovasse piacevole la compagnia. Vedeva qui dei signori istruiti, rispettabili, in un certo senso potenti, che si riposavano cercando di risolvere difficili questioni, solo lontanamente in rapporto con la vita di tutti i giorni, e che si sforzavano in questo tentativo. Anche se naturalmente lui stesso aveva poche possibilità di intervenire, tuttavia poteva in questo modo imparare molte cose che prima o poi gli sarebbero tornate di vantaggio anche nel suo lavoro in banca, e inoltre poteva acquisire rapporti personali nei confronti del tribunale, rapporti che potevano sempre tornare utili. Ma anche la compagnia sembrava accoglierlo volentieri. Fu presto riconosciuto come esperto di affari commerciali, e la sua opinione in merito a tali questioni era accolta - sebbene non senza, anche qui, una punta di ironia - come qualcosa di incontestabile. Non di rado avveniva che due persone, di opinione diversa a proposito di una questione legale, chiedessero sulla faccenda l’opinione di K., e che quindi il nome di K. tornasse di continuo in tutti i discorsi e in tutte le repliche, trascinato fino alle indagini più astratte, che K. già da un pezzo non riusciva più a seguire. Comunque molte cose in lui pian piano si chiarirono, soprattutto grazie al fatto di avere nel pubblico ministero Hasterer un buon consigliere dalla sua parte, il quale da parte sua gli veniva incontro con amicizia. Spesso, K. lo accompagnava addirittura a casa. Per molto tempo tuttavia non riuscì ad abituarsi a camminare sotto braccio a quell’uomo gigantesco, che senza neppur apparire avrebbe potuto nasconderlo sotto il mantello.

Col passare del tempo però si trovarono reciprocamente così congeniali che tutte le differenze di educazione, professione ed età scomparvero. Si trattavano a vicenda come se fossero amici da sempre, e se a volte nei loro rapporti a un osservatore superficiale uno sembrava superiore all’altro, non era Hasterer ad apparire tale ma K., le cui esperienze pratiche avevano di solito la meglio; e questo perché erano acquisite in modo così diretto come non può mai succedere frequentando le cattedre di tribunale.

Naturalmente questa amicizia divenne presto, al tavolo dei frequentatori abituali, di dominio pubblico, quasi si dimenticò chi avesse introdotto K. nella compagnia, in ogni caso ora era Hasterer a coprire K.; se il diritto di K. a sedere qui fosse stato posto in dubbio, egli poteva a buon diritto fare appello a Hasterer. Con questo però K. aveva acquisito una posizione particolarmente privilegiata, perché Hasterer era tanto rispettato quanto temuto. La forza e l’abilità del suo pensiero giuridico erano certo assai ammirevoli, ma in questo molti dei signori erano per lo meno al suo stesso livello; nessuno però lo eguagliava nell’impeto con cui difendeva la propria opinione. K. aveva l’impressione che Hasterer, se non poteva convincere il suo avversario, quanto meno lo spaventava, molti cedevano già di fronte al suo indice teso. Era come se l’avversario dimenticasse di trovarsi in compagnia di buoni conoscenti e colleghi e che si trattava in fin dei conti solo di questioni teoriche, che nulla gli poteva realmente accadere - invece ammutoliva, ed era già coraggioso se si limitava a scuotere la testa. Era uno spettacolo quasi penoso quando l’avversario era seduto lontano e Hasterer si rendeva conto che a quella distanza non si poteva stabilire alcun contatto, sicché spingeva indietro il piatto con il cibo e si alzava lentamente per andare a trovare l’individuo. Chi stava vicino piegava allora la testa all’indietro per guardarlo in volto. Questi però erano casi relativamente rari, più che altro Hasterer poteva agitarsi quasi solo per questioni giuridiche, e soprattutto quando queste riguardavano processi che lui stesso aveva condotto o stava conducendo. Se non si trattava di questioni del genere era gentile e calmo, la sua risata era amabile e la sua passione si rivolgeva al mangiare e al bere. Poteva addirittura accadere che si distraesse dalla conversazione generale, si voltasse verso K., posasse il braccio sullo schienale della sedia di lui e a bassa voce gli facesse domande sulla banca, per parlare poi del proprio lavoro e anche raccontare delle sue conoscenze femminili, che gli davano quasi altrettanto da fare del tribunale. Con nessun altro della compagnia lo si vedeva parlare così, e di fatto spesso, quando si voleva chiedere qualcosa a Hasterer - si trattava per lo più di operare una riconciliazione con un collega - si faceva riferimento in primo luogo a K. chiedendo la sua intermediazione, che K. accordava sempre volentieri e con facilità. In generale, senza sfruttare da questo punto di vista il proprio rapporto con Hasterer, K. era in generale gentile e modesto verso tutti e, cosa ancor più importante della gentilezza e della modestia, sapeva ben distinguere le differenze di rango fra l’uno e l’altro, e trattare ciascuno secondo il suo rango. D’altronde in questo Hasterer era sempre il suo maestro, erano le uniche norme che lo stesso Hasterer non trascurava neppure nel dibattito più acceso. Era anche per questo che ai giovani nella parte bassa del tavolo, ancora quasi privi di rango, rivolgeva sempre e solo allocuzioni generiche, come se non si trattasse di singoli, ma di una massa schiacciata insieme. Proprio costoro però gli tributavano i più grandi onori, e quando verso le undici si alzava per tornare a casa, c’era subito uno di loro pronto ad aiutarlo a indossare il mantello pesante e un altro che con un grande inchino apriva davanti a lui la porta e, naturalmente, la teneva aperta mentre K. lasciava il locale dietro Hasterer.

Mentre nei primi tempi K. accompagnava per un pezzo di strada Hasterer, oppure questi accompagnava K., più tardi tali serate finivano di regola con l’invito di Hasterer a K. perché salisse a casa sua a rimanere con lui ancora un poco. In tal caso se ne stavano seduti ancora un’oretta a fumare sigari e bere liquore. Queste serate erano così gradite a Hasterer, che non ci volle rinunciare neppure quando, per alcune settimane, diede alloggio a una donna di nome Helene. Era una signora grassa e vecchiotta, dalla pelle giallastra e i riccioli neri che si inanellavano sulla fronte. Dapprima K. la vide soltanto a letto, dove senza vergogna stava di solito, leggendo un romanzo d’appendice e senza curarsi dei discorsi dei signori. Solo quando si faceva tardi si stirava, sbadigliava e, non potendo attirare su di sé l’attenzione in altro modo, scagliava su Hasterer un fascicolo del suo romanzo. Allora questi si alzava sorridendo e K. si congedava. Successivamente poi, quando Hasterer cominciava a essere stanco di Helene, lei disturbava sensibilmente i loro incontri. Aspettava sempre i signori completamente vestita, e vestita di solito con un abito che forse lei giudicava molto prezioso ed elegante, ma che era in realtà un vecchio e stracarico abito da ballo, che destava un’impressione particolarmente spiacevole per via di alcune file di lunghi stracci che vi pendevano a mo’ di ornamento. L’aspetto preciso di questo abito K. non lo conosceva, in certo modo si rifiutava di guardarla e per ore rimaneva seduto con gli occhi un po’ abbassati mentre lei dondolandosi passava attraverso la stanza o si sedeva vicino a lui, e in seguito, quando la sua posizione diventò sempre più intollerabile, nelle sue difficoltà cercò addirittura di ingelosire Hasterer mostrando di preferire K. Era solo necessità e non cattiveria quando, sporgendosi sul tavolo con la schiena nuda, grassa e rotonda, avvicinava a K. il viso per costringerlo ad alzare gli occhi. Con questo ottenne solo che K. la volta successiva si rifiutò di andare da Hasterer, e quando, dopo qualche tempo, ci ritornò, Helene era stata cacciata definitivamente; K. considerò questo una cosa del tutto naturale. Quella sera rimasero insieme per un tempo particolarmente lungo, su invito di Hasterer passarono a darsi del tu, e tornandosene a casa K. era quasi un po’ stordito dal fumo e dal liquore.

Proprio il mattino successivo in banca il direttore, durante un colloquio di lavoro, osservò che credeva di avere visto K. la sera prima. Se non si era ingannato, K. andava a braccetto con il pubblico ministero Hasterer. Sembrava che il direttore trovasse tanto curioso questo fatto, che nominò anche - ciò corrispondeva d’altronde alla sua solita precisione - la chiesa sul cui lato, vicino alla fontana, quell’incontro aveva avuto luogo. Se avesse voluto descrivere un miraggio non si sarebbe espresso altrimenti. K. allora spiegò che il pubblico ministero era suo amico, e che realmente ieri sera erano passati lungo la chiesa. Il direttore sorrise stupito, e pregò K. di sedersi. Era uno di quei momenti per i quali K. amava tanto il direttore, momenti in cui veniva alla luce in quest’uomo così debole, malato, preda della tosse e carico delle più grandi responsabilità una certa preoccupazione per il bene di K. e per il suo futuro, una preoccupazione che certo, come dicevano altri impiegati con le stesse esperienze nei confronti del direttore, si poteva definire fredda ed esteriore, un mezzo efficace di incatenare a sé per anni e anni un buon impiegato sacrificando un paio di minuti - comunque fosse, in momenti del genere K. era conquistato dal direttore. Forse poi il direttore parlava con lui diversamente che con gli altri, certo non dimenticava la sua posizione di superiorità per mettersi così al livello di K. - questo invece accadeva regolarmente nei soliti discorsi di affari - qui invece sembrava aver dimenticato proprio la posizione di K. e parlava con lui come con un bambino, o come con un giovane ignaro che cerca un posto e che per motivi incomprensibili risveglia la benevolenza del direttore. Certo K. non avrebbe accettato un simile modo di parlare da nessun altro e neppure dal direttore, se l’affetto del direttore non gli fosse sembrato sincero o se non lo avesse completamente affascinato per lo meno la possibilità di un tale affetto come esso si mostrava in tali momenti. K. riconosceva la propria debolezza; forse essa si fondava sul fatto che da questo punto di vista c’era davvero in lui ancora qualcosa di infantile, perché non aveva mai conosciuto l’affetto di suo padre che era morto assai giovane, era presto andato via da casa e aveva rinunciato, più che cercarla, alla tenerezza della madre, che viveva ancora mezza cieca laggiù nel suo immutabile paesino e che K. era andato a trovare l’ultima volta circa due anni prima.

"Non sapevo nulla di questa amicizia", disse il direttore, e solo un sorriso debole e gentile mitigò la severità di queste parole.

Da Elsa

Una sera, appena prima di uscire, K. fu chiamato al telefono con l’ordine di recarsi immediatamente nella cancelleria del tribunale. Veniva ammonito a non disubbidire. Le sue inaudite osservazioni sull’inutilità delle audizioni, sul fatto che non avevano e non potevano avere alcun risultato, la sua dichiarazione che non sarebbe più comparso, che avrebbe ignorato gli inviti telefonici o scritti e che avrebbe scaraventato dalla porta i messi – tutte queste osservazioni erano protocollate e lo avevano già molto danneggiato. Perché non si voleva adattare? Non si era forse fatto lo sforzo, senza riguardo a tempo e danaro, per mettere ordine nella sua contorta situazione? Faceva dunque apposta a porre ostacoli per arrivare a quelle misure di forza che gli erano state finora risparmiate? L’invito odierno era un ultimo tentativo. Poteva fare quel che voleva, tuttavia riflettesse che l’alto tribunale non poteva farsi prendere in giro.

Ma K. aveva fissato appuntamento da Elsa proprio per quella sera e già per questo motivo non poteva andare in tribunale, era lieto di poter giustificare così la sua mancata comparizione davanti al tribunale, anche se naturalmente non avrebbe mai fatto uso di una simile giustificazione, e con ogni probabilità non sarebbe andato in tribunale neppure in assenza del più piccolo impegno per quella sera. Ad ogni modo, cosciente del suo buon diritto, chiese al telefono cosa sarebbe successo se non fosse venuto. «La si saprà trovare», fu la risposta. «E verrò punito per il fatto di non essere venuto liberamente», chiese K. sorridendo nell’attesa di ciò che avrebbe udito. «No», fu la risposta. «Splendido», disse K., «e allora che motivo avrei di accogliere l’invito odierno.» «Si cerca di non attirarsi addosso gli strumenti del potere del tribunale», disse la voce, sempre più debole, svanendo infine. «E’ molto imprudente non farlo», pensò K. mentre se ne andava, «bisogna pur cercare di conoscere gli strumenti di potere del tribunale.»

Senza esitare si avviò da Elsa. Comodamente appoggiato all’angolo della carrozza, le mani nelle tasche del cappotto – cominciava già a fare fresco – osservava le strade piene di vita. Con una certa contentezza pensò che al tribunale, casomai questo fosse in attività, stava creando non piccole difficoltà. Non si era espresso chiaramente se sarebbe venuto in tribunale o no; e così il giudice stava aspettando, forse stava aspettando anche l’intera riunione, solamente K., con particolare delusione della galleria, non sarebbe apparso. Senza farsi influenzare dal tribunale, andava dritto dove voleva. Per un momento non fu sicuro di non aver dato per sbaglio al cocchiere per distrazione l’indirizzo del tribunale e perciò gli gridò forte l’indirizzo di Elsa; il cocchiere fece un cenno, gli era stato dato solo quell’indirizzo. Da quel momento K. pian piano si dimenticò del tribunale e i pensieri della banca ricominciarono a occuparlo completamente, come nei tempi andati.

Lotta con il vicedirettore

Un mattino K. si sentiva molto più fresco e pronto alla resistenza di quanto fosse di solito. Quasi non pensava al tribunale; ma se gli capitava in mente, gli pareva che questa organizzazione grande e impossibile a cogliersi con un solo sguardo potesse essere facilmente afferrata per un appiglio nascosto da tastare nel buio, e quindi strappata e distrutta. Questo stato d’animo eccezionale indusse persino K. a invitare nel suo ufficio il vicedirettore per discutere insieme una questione d’affari che premeva già da qualche giorno. In tali casi il vicedirettore si comportava sempre come se il suo rapporto con K. non fosse minimamente cambiato negli ultimi mesi. Come ai tempi della continua rivalità con K., il vicedirettore veniva tranquillo, tranquillo ascoltava le spiegazioni di K., con piccole osservazioni confidenziali e anzi cameratesche mostrava la sua partecipazione e confondeva K., senza che per questo si potesse mostrare che lo faceva apposta, solamente per il fatto che nulla poteva deviarlo dalla principale questione d’affari, e appariva così pronto ad accogliere la questione fino in fondo al suo essere, che i pensieri di K. cominciavano subito a svolazzare da ogni parte di fronte a questo modello di adempimento del dovere e lo costringevano a cedere spontaneamente la questione al vicedirettore, quasi senza resistenza. Una volta era andata così male che K. alla fine si rese conto solo che il vicedirettore si alzava improvvisamente per tornarsene silenzioso nel suo ufficio. K. non sapeva cosa fosse successo, era possibile che la discussione fosse normalmente conclusa, ma era altrettanto possibile che il vicedirettore l’avesse interrotta perché K. lo aveva offeso senza accorgersene o perché aveva detto una cosa insensata, o perché il vicedirettore si era reso conto che K. non ascoltava ed era impegnato in altre cose. Ma era anche possibile che K. avesse preso una decisione ridicola o che il vicedirettore lo avesse spinto a prenderla e che ora si affrettasse a porla in effetto per danneggiarlo. Del resto non si tornò più su quella circostanza, K. non voleva ricordarsene e il vicedirettore rimase chiuso in se stesso; e d’altronde, almeno per il momento, non ci furono conseguenze visibili. In ogni caso K. non era stato spaventato da quel che era successo, e ad ogni minima occasione, se si sentiva un po’ in forze, era subito alla porta del vicedirettore per entrare da lui o invitarlo nel suo ufficio. A differenza di prima, ora non si nascondeva più davanti a lui. Non sperava più in un successo rapido e decisivo che lo liberasse in un sol colpo da tutte le preoccupazioni ristabilendo in tal modo da sé il precedente rapporto di K. col vicedirettore. K. si rendeva conto che non poteva demordere, che se fosse arretrato, come forse le circostanze richiedevano, c’era il pericolo di non avanzare forse mai più. Non si poteva lasciar credere al vicedirettore che per K. fosse finita, non doveva starsene sereno nel suo ufficio con questa convinzione, bisognava renderlo inquieto, doveva venire a sapere il più spesso possibile che K. era vivo e come tutto ciò che è vivo poteva un bel giorno venir fuori a sorpresa con nuove capacità, per quanto inoffensivo sembrasse ora. Spesso K. si ripeteva che con questo metodo combatteva solo per il suo onore, dato che un’utilità vera non poteva esserci ad opporsi sempre al vicedirettore nella sua debolezza, rafforzandone il senso di potere e offrendogli la possibilità di fare le sue osservazioni per regolare le sue mosse in base alle condizioni del momento. Ma K. non avrebbe potuto mutare il suo atteggiamento, era preda di un autoinganno, a volte credeva con certezza di potersi misurare, proprio ora, con il vicedirettore, le esperienze più infelici non gli insegnavano nulla, credeva di potercela fare all’undicesimo tentativo quando dieci erano falliti, benché tutto si risolvesse invariabilmente a suo sfavore. Quando, dopo un incontro del genere, si ritirava esausto, sudato e con la testa vuota, non sapeva più se era stata speranza o disperazione quella che lo aveva spinto dal vicedirettore, eppure la volta successiva, senza alcun dubbio, era di nuovo sicuramente speranza il sentimento con cui si affrettava alla porta del vicedirettore.

Così fu anche quel giorno. Il vicedirettore subito entrò, rimase poi in piedi vicino alla porta, si mise a pulire – secondo un’abitudine assunta di recente – le lenti degli occhiali, guardò prima K. e poi, per non dar troppo a vedere che si occupava di K., il resto della stanza con maggiore attenzione. Era come se volesse approfittare dell’occasione per misurare la propria acuità visiva. K. resistette agli sguardi, accennò persino un sorriso e invitò il vicedirettore a sedersi. Lui stesso si lasciò cadere in una sedia a spalliera, si voltò il più vicino possibile al vicedirettore, prese subito dal tavolo le carte necessarie e cominciò con la sua relazione. Dapprima sembrava che il vicedirettore ascoltasse appena. Il ripiano della scrivania di K. era circondato da una bassa balaustra intagliata; la scrivania nel suo complesso era un lavoro magnifico, e la balaustra ben infissa nel legno. Il vicedirettore però fece finta di trovarci proprio ora un punto malfermo, e cercava di rimediare al difetto picchiando con l’indice sulla balaustra. K. voleva allora interrompere il suo rapporto, ma il vicedirettore non lo permise, dichiarando che ascoltava e capiva tutto perfettamente. Mentre però, almeno per il momento, K. non gli ispirava nessun commento, la balaustra sembrava richiedere particolari interventi, perché ora il vicedirettore estrasse il suo coltellino, prese come punto di appoggio la riga di K. e cercava di sollevare la balaustra, probabilmente per poterla poi conficcare più solidamente.K. aveva inserito nella sua relazione una proposta di tipo completamente nuovo dalla quale si riprometteva un effetto speciale sul vicedirettore, e giungendo ora a questa proposta non poté interrompersi, tanto era preso dal suo lavoro, o per dir meglio, tanto si rallegrava di quella consapevolezza, ormai così infrequente, di essere ancora qualcuno nella banca e di avere ancora pensieri sufficientemente forti da giustificare la sua posizione. Forse, questo tipo di difesa era la migliore non solo nella banca ma anche nel processo, molto migliore forse di ogni altra difesa che aveva finora tentato o aveva in animo di tentare. Nella fretta del discorso K. non aveva neppure il tempo di richiamare esplicitamente il vicedirettore dal suo lavoro alla balaustra, solo due o tre volte, durante la lettura, accarezzò in modo tranquillizzante la balaustra con la mano libera, come per mostrare quasi inconsapevolmente al direttore che la balaustra non aveva alcun difetto, e che, anche se ne avesse avuto uno, in quel momento stare ad ascoltare era più importante e anche più educato di ogni possibile riparazione. Ma, come spesso capita a persone vivaci e che hanno un lavoro solo intellettuale, questo lavoro manuale aveva appassionato il vicedirettore, un pezzo di balaustra era stato infine sollevato veramente e ora si trattava di riporre le colonnine nei loro fori. Questo era un lavoro più difficile di tutto il precedente. Il vicedirettore dovette alzarsi e tentare con entrambe le mani di conficcare la balaustra nella scrivania. Ma nonostante tutti gli sforzi, la cosa non voleva riuscire. Durante la lettura – che d’altronde interrompeva spesso con commenti a braccio – K. si era reso conto solo indistintamente che il vicedirettore si era alzato in piedi. Benché non perdesse praticamente mai di vista l’occupazione secondaria del vicedirettore, aveva pensato che quel movimento fosse in qualche modo in rapporto con la sua relazione, perciò anch’egli si alzò e con il dito su una cifra tese un foglio al vicedirettore. Ma nel frattempo il vicedirettore si era reso conto che la pressione delle mani non bastava, e con un gesto deciso si sedette, con tutto il suo peso, sulla balaustra. Ora finalmente il lavoro riuscì, con uno scricchiolio le colonnine entrarono nei fori, ma nella fretta una di esse si piegò e la tenera estremità superiore si spezzò. «Legno cattivo», disse infastidito il vicedirettore, si allontanò dalla scrivania e si sedette

La casa

Senza dapprima un’intenzione precisa, K. in diverse occasioni aveva cercato di sapere quale fosse la sede dell’ufficio da cui era partita la prima denuncia nei suoi confronti. Ne fu informato senza difficoltà, sia Titorelli che Wolfhart alla prima domanda gli fornirono il numero preciso della casa. In seguito Titorelli, con uno di quei sorrisi che riservava sempre ai piani segreti su cui non si richiedeva il suo parere, aggiunse di poter affermare che quell’ufficio in particolare non aveva la minima importanza, si limitava a enunciare quel che gli veniva affidato ed era solo l’organo più esterno della grande autorità accusatoria, che era in verità inaccessibile agli imputati. Così, se si desiderava qualcosa dall’autorità accusatoria – naturalmente i desideri erano molti, ma non sempre era intelligente dichiararli – bisognava certo rivolgersi a quell’ufficio subordinato, ma con questo non si arrivava fino all’autorità, né si riusciva mai a farle pervenire il proprio desiderio.

K. conosceva già la natura del pittore e dunque non lo contraddisse, né si informò oltre, ma si limitò a fare un cenno con il capo e a prendere atto dell’informazione. Come già altre volte negli ultimi tempi, gli sembrò che Titorelli sostituisse bene l’avvocato quanto a capacità di torturarlo. La differenza stava solo nel fatto che a Titorelli non importava molto di K. e avrebbe potuto, volendo, levarselo di torno senza tanti complimenti; inoltre Titorelli in generale offriva spesso informazioni ed era anzi un chiacchierone, sebbene una volta più di ora; e che infine anche K., a sua volta, poteva torturare Titorelli.

Cosa che fece anche in questa occasione, parlando di quella casa in un tono come per nascondergli qualcosa, come se avesse stabilito dei rapporti con quel’ufficio ma che essi non fossero sufficientemente progrediti da poter essere rivelati senza pericolo, ma se Titorelli si provava a ottenere maggiori informazioni all’improvviso K. interrompeva il discorso e non ne parlava più per lungo tempo. K. si rallegrava di questi piccoli successi, credeva in quei momenti di capire ora molto meglio quella gente che stava in prossimità del tribunale, poteva giocare con loro, quasi mescolarsi fra di loro, almeno per qualche momento otteneva quella migliore visione d’insieme che in certo modo permetteva loro lo stare sul primo gradino della legge. Cosa importava se alla fine avesse dovuto perdere la sua posizione quaggiù? Anche là c’era ancora una possibilità di salvezza, doveva solo insinuarsi nelle fila di questa gente, e se anche per il loro basso grado o per altri motivi non avessero potuto aiutarlo, potevano tuttavia accoglierlo e nasconderlo, e se lui avesse fatto tutto con sufficiente intelligenza e segretezza, non avrebbero potuto rifiutarsi di aiutarlo in questo modo, specialmente Titorelli, di cui era pur divenuto ora un conoscente prossimo e un benefattore.

K. si nutriva di queste e simili speranze, non proprio tutti i giorni, in generale distingueva ancora bene la realtà e si proibiva di trascurare o sottovalutare qualche difficoltà; qualche volta però – per lo più in certe sere dopo il lavoro, quando era completamente esausto – si consolava con gli eventi più piccoli e oltretutto più ambigui della giornata. Di solito giaceva sul divano del suo ufficio – non poteva più lasciare l’ufficio senza riposare un’ora sul divano – e nei pensieri metteva in fila un’osservazione dopo l’altra. Non si limitava penosamente alle persone che erano in relazione col tribunale, nella semiveglia confondeva tutti, dimenticava il grande lavoro del tribunale, e gli sembrava di essere l’unico accusato, mentre tutti gli altri andavano su e giù come impiegati e giuristi nei corridoi di un palazzo di giustizia, persino i più stupidi avevano il mento piegato sul petto, le labbra corrucciate e lo sguardo fisso della riflessione responsabile. Come un gruppo chiuso, gli comparivano davanti gli affittuari della signora Grubach, stavano insieme con le teste in fila e a bocca aperta, come un coro di accusa. Fra loro c’erano molti sconosciuti, perché ormai da tempo K. non si occupava più per nulla di ciò che accadeva nella pensione. Tuttavia a causa di quei molti sconosciuti occuparsi del gruppo tornava spiacevole a K., eppure ogni tanto doveva farlo quando cercava fra loro la signorina Bürstner. Per esempio trascorreva il gruppo e all’improvviso gli splendeva incontro un paio di occhi del tutto estranei, che lo trattenevano. Non trovava la signorina Bürstner, ma quando, per evitare ogni possibile errore, cercava ancora una volta, la trovava proprio in mezzo al gruppo, con le braccia che circondavano due signori ai suoi lati. La scena non aveva il minimo effetto su di lui, soprattutto perché non era niente di nuovo, ma era il ricordo inestinguibile di una fotografia al mare che aveva visto una volta nella stanza della signorina Bürstner. Ad ogni modo la scena spingeva via K. dal gruppo, e anche quando talvolta vi tornava attraversava il palazzo di giustizia a lunghi passi in su e in giù. In ogni luogo si orientava sempre benissimo, perduti corridoi che non aveva mai visto gli sembravano familiare, come se da sempre fossero casa sua, alcuni dettagli si imprimevano nel cervello con dolorosa chiarezza, uno straniero per esempio passeggiava in un atrio, vestito come un torero, alla vita sembrava scolpito come con un coltello, il suo gonnellino corto, che lo fasciava rigido, era fatto di pizzi giallastri e grossolani, e senza mai cessare un attimo il suo passaggio quest’uomo si lasciava contemplare da K. Incurvato, K. gli girò intorno fissandolo stupito con occhi intenti e spalancati. Conosceva ogni disegno del pizzo, tutte le frange difettose, tutti i movimenti del giacchetto e non ne aveva ancora abbastanza. O meglio, ne aveva abbastanza da un pezzo, o ancor meglio, non aveva mai avuto voglia di stare a vedere, ma la cosa lo prendeva. «Quante buffonate vengono dall’estero!» pensava, e spalancava ancor più gli occhi. E al seguito di quest’uomo rimaneva, sinché alla fine si girava sul divano e premeva il viso contro il cuoio.

Visita alla madre

A pranzo, gli venne in mente all’improvviso che avrebbe dovuto visitare sua madre. Ormai la primavera era alla fine, e con essa il terzo anno da quando l’aveva vista l’ultima volta. A quei tempi sua madre lo aveva pregato di andare a trovarla quando lui compisse gli anni, malgrado alcune difficoltà lui aveva acconsentito a questa preghiera e addirittura le aveva promesso di passare da lei tutti i suoi compleanni; una promessa che ora invece già due volte non aveva mantenuto. Per questo ora non voleva aspettare fino al compleanno, benché questo sarebbe stato fra sole due settimane, ma intendeva partire subito. Si disse bensì che non c’era nessun particolare motivo di partire proprio ora, al contrario, le notizie che riceveva regolarmente ogni due mesi da un cugino, che aveva un negozio in quella cittadina e gestiva il denaro che K. inviava per sua madre, erano più tranquillizzanti che mai. Certo, la vista della madre era ormai quasi spenta, ma questo K. se l’aspettava ormai da anni in base alle previsioni dei medici, mentre per il resto la sua salute era un po’ migliorata, diversi acciacchi dell’età, anziché peggiorare, erano regrediti, o per lo meno lei aveva diminuito i suoi lamenti. A giudizio del cugino questo dipendeva dal fatto che negli ultimi anni – già durante la sua visita K. lo aveva notato, quasi con una certa ripugnanza – era divenuta estremamente devota. Il cugino aveva descritto con grande evidenza in una lettera come l’anziana donna, che prima si trascinava con fatica, ora avanzava sicura al suo braccio quando la conduceva la domenica in chiesa. E al cugino K. poteva credere, perché era di solito un tipo ansioso e nei suoi rapporti tendeva ad esagerare il peggio anziché il meglio.

Comunque fosse, K. ormai aveva deciso di partire; fra le altre cose spiacevoli, ultimamente aveva notato in sé una certa irritabilità, uno sforzo quasi sfrenato di assecondare tutti i suoi desideri -–ebbene, in questo caso almeno il difetto avrebbe servito a un buon fine.

Si avvicinò alla finestra per raccogliere un poco i suoi pensieri, poi fece portare via subito il pranzo, mandò l’inserviente dalla signora Grubach per annunciarle la sua partenza e prendere la borsa nella quale la signora Grubach mettesse ciò che le sembrava necessario, diede al signor Kühne alcuni incarichi commerciali per il periodo della sua assenza, si arrabbiò appena, stavolta, per la scortesia ormai invalsa ad abitudine con la quale il signor Kühne riceveva gli incarichi volto da un lato, come se sapesse benissimo cosa doveva fare e accettasse gli incarichi come un semplice rituale; e infine andò dal direttore. Quando gli chiese due giorni di permesso per andare da sua madre, naturalmente il direttore gli chiese se sua madre era malata. «No», disse K. senza ulteriori spiegazioni. Stava nel mezzo della stanza, con le mani dietro la schiena. A fronte corrucciata, rifletteva. Aveva forse avuto troppa fretta a preparare la partenza? Non era forse meglio rimanere qui? Che andava a fare laggiù? Non partiva forse per un sentimentalismo? E non poteva darsi che per un sentimentalismo perdesse qui forse qualcosa di importante, un’occasione di intervento che ora poteva presentarsi in ogni giorno e in ogni ora, dopo che per settimane il processo sembrava fermo e non gli erano più arrivate notizie precise? E poi, non avrebbe spaventato l’anziana donna, cosa che non era naturalmente nelle sue intenzioni, ma che poteva facilmente accadere contro la sua volontà, dato che ora contro la sua volontà avvenivano molte cose. E poi, sua madre non lo aveva cercato. In passato nelle lettere del cugino si ripetevano regolarmente i pressanti inviti di sua madre, ora non più da tempo. Era chiaro dunque che non partiva per sua madre. Ma se partiva con una qualche speranza per se stesso, allora era un pazzo completo, e nella disperazione finale avrebbe trovato la ricompensa della sua pazzia. Ma come se tutti questi dubbi non fossero i suoi, ma fossero estranei che tentavano di imporglieli, si intestardì, come risvegliandosi, nella sua decisione di partire. Intanto il direttore casualmente o forse, come era più probabile, per un particolare riguardo verso K., si era chinato su una rivista, ora sollevò anch’egli lo sguardo, alzandosi in piedi tese a K. la mano e, senza porre altre domande, gli augurò buon viaggio.

K. allora aspettò nel suo ufficio l’inserviente camminando su e giù, quasi tacendo respinse il vicedirettore, che diverse volte entrò per informarsi sui motivi della partenza di K., e, appena ricevuta la borsa, si affrettò di sotto all’auto che aveva già prenotato. Era già sulle scale quando, all’ultimo momento, comparve di sopra l’impiegato Kullych con in mano un lettera iniziata, per la quale evidentemente voleva una indicazione da K. Questi lo respinse con un gesto della mano, ma quel biondo testone, ottuso com’era, equivocò il gesto e agitando il foglio si precipitò dietro a K. saltando a rischio della propria vita. K. ne fu tanto amareggiato che, quando Kullych lo raggiunse sul pianerottolo, gli prese di mano la lettera e la strappò. Quando poi K., ormai in auto, si voltò, Kullych, che probabilmente non aveva ancora capito in cosa avesse sbagliato, stava nello stesso posto di prima e contemplava l’auto che si allontanava, mentre accanto a lui il portiere si levava ampiamente il cappello. K. dunque era ancora uno degli impiegati superiori della banca, se avesse voluto contestarlo il portiere lo avrebbe contraddetto. E sua madre, incurante di ogni correzione, lo credeva addirittura il direttore della banca, e questo ormai da anni. Nell’opinione di lei non sarebbe mai sceso, per quanti danni potesse aver ricevuto la sua immagine. Forse era un buon segno essersi convinto, proprio poco prima della partenza, di poter strappare di mano e senza giustificazioni fare a pezzi una lettera a un impiegato che aveva addirittura dei rapporti con il tribunale. Ma ciò che avrebbe fatto più volentieri non aveva potuto farlo, dare cioè a Kullych due bei ceffoni sulle sue guance pallide e rotonde.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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