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2017/10/20 - 07:09

Dialogo con la signora Grubach - Poi la signorina Bürstner

Quella primavera K. aveva l’abitudine di trascorrere le serate in modo tale che, quando fosse ancora possibile - dato che per lo più rimaneva in ufficio fino alle nove - faceva una breve passeggiata da solo o con conoscenti, dopo di che se ne andava in una birreria dove, di solito fino alle undici, sedeva a un tavolo con altri clienti abituali, per la maggior parte più anziani di lui. A questa abitudine c’erano però anche delle eccezioni, quando per esempio K. veniva invitato dal direttore della banca, che apprezzava molto la sua laboriosità e la sua affidabilità, a una gita in automobile o a una cena nella sua villa. Inoltre, una volta alla settimana, K. andava a trovare una signorina di nome Elsa, che lavorava di notte fino al tardo mattino come cameriera in un’osteria, e durante il giorno riceveva visite solo dal suo letto.

Quella sera però - il giorno era trascorso veloce fra il duro lavoro e i molti auguri di compleanno, rispettosi e amichevoli - K. voleva tornare subito a casa. Ci aveva pensato in tutte le piccole pause del lavoro quotidiano; senza un’idea precisa, gli sembrava che gli eventi della mattina avessero causato un gran disordine in tutta la casa della signora Grubach, e che solo la sua presenza potesse restaurare l’ordine. Quando un tale ordine fosse ripristinato, ogni traccia di quegli eventi sarebbe scomparsa e tutto avrebbe ripreso il suo corso ordinario. In particolare non c’era da temere per i tre impiegati, questi erano di nuovo scomparsi nel grande mare degli impiegati della banca, in loro non si poteva osservare il minimo cambiamento. Più volte K. li aveva chiamati, uno per uno e insieme, nel suo ufficio, senza altro scopo che quello di osservarli; e sempre aveva potuto congedarli soddisfatto.

Quando alle nove e mezzo di sera arrivò davanti alla casa dove abitava, trovò sul portone un giovanotto che se ne stava là a gambe larghe fumando una pipa. "Chi è lei", domandò subito K., e avvicinò il viso al giovanotto, dato che nella semioscurità dell’androne non si vedeva quasi nulla. "Sono il figlio del portinaio, signore", rispose il giovanotto, tolse la pipa di bocca e si fece da parte. "Il figlio del portinaio?" chiese K., e impaziente batté con il bastone per terra. "Il signore desidera qualcosa? Devo chiamare mio padre?" "No, no" disse K., c’era nella sua voce come una specie di condiscendenza, come se il giovanotto avesse fatto qualcosa di male e tuttavia K. lo perdonasse. "Va tutto bene", disse poi proseguendo, ma prima di salire le scale si voltò ancora una volta.

Avrebbe potuto andarsene dritto nella sua stanza, ma siccome voleva parlare con la signora Grubach bussò subito alla sua porta. La signora era seduta con un lavoro a calza presso un tavolo, sul quale vi era un altro mucchio di vecchie calze. K. si scusò per l’ora tarda, ma la signora Grubach fu molto amichevole e non volle sentir parlare di scuse; K. poteva parlarle in ogni momento, lui sapeva bene di essere il suo pensionante migliore e più affezionato. K. si guardò intorno nella stanza, tutto era esattamente a posto come prima, anche le stoviglie della prima colazione, che si trovavano sul tavolino presso la finestra, erano state sparecchiate. Le mani femminili sbrigano in silenzio molte cose, pensò, lui avrebbe potuto mandare i piatti in frantumi sul posto, ma certo non avrebbe saputo portare via tutto. Guardò la signora Grubach con una certa gratitudine. "Perché lavora così fino a tardi", le domandò. Ora entrambi sedevano al tavolo, e K. immergeva ogni tanto una mano nelle calze. "C’è tanto lavoro", disse, "durante il giorno appartengo tutta ai miei pensionanti; se voglio mettere in ordine le mie cose non mi resta che la sera." "E io oggi le ho procurato un lavoro straordinario." "Cosa intende dire?" chiese con maggiore attenzione, mentre posava il lavoro in grembo. "Mi riferisco agli uomini che sono stati qui stamani presto." "Ah, ecco" disse, ritornando tranquilla, "non è stato un gran lavoro." In silenzio K. osservò come la signora Grubach riprendeva a lavorare la calza. "Sembra stupita che io ne parli", pensò, "non le sembra giusto che io ne parli. E’ tanto più importante che io lo faccia. Solo con una vecchia signora posso parlarne." "Eppure le ha causato lavoro certamente", disse poi, "ma non succederà mai più." "No, non può succedere più", disse lei come per conferma, e rivolse a K. un sorriso quasi malinconico. "Lo pensa seriamente?" chiese K. "Certo", disse più piano la signora Grubach, "ma soprattutto lei non deve prendersela troppo. Con quello che succede nel mondo! Dato che lei, signor K., mi parla così in confidenza, posso confessarle di avere un po’ origliato dietro la porta, e anche che i due sorveglianti mi hanno raccontato qualcosa. Si tratta in fondo della sua felicità, che mi sta davvero a cuore, forse ancor più di quanto mi spetti, dato che sono solo la sua affittacamere. Dunque, ho sentito qualcosa, ma non posso dire che fosse qualcosa di brutto. No. Certo lei è in arresto, ma non come potrebbe esserlo un ladro. Quando si viene arrestati come ladri allora è un guaio, ma questo arresto... Mi sembra come qualcosa di erudito, mi perdoni se dico qualcosa di sciocco, come qualcosa di erudito, che io certo non capisco, ma che neppure c’è vera necessità di capire."

"Non è affatto sciocco quello che ha detto, signora Grubach, o per lo meno sono in parte anch’io della sua opinione, solo il mio giudizio complessivo è ancor più reciso del suo e questo affare mi sembra non qualcosa di erudito, ma un niente addirittura. Sono stato preso all’improvviso, ecco tutto. Se appena sveglio, senza lasciarmi confondere dall’assenza di Anna, mi fossi subito alzato, e incurante di chi trovavo sulla mia strada fossi venuto da lei, se per questa volta, in via eccezionale, avessi fatto colazione in cucina, mi fossi fatto prendere da lei i vestiti nella mia stanza, insomma, se mi fossi comportato con ragionevolezza, non sarebbe successo nient’altro, tutto ciò che voleva succedere sarebbe stato soffocato sul nascere. Ma siamo così poco preparati. In banca, per esempio, sono preparato, lì una cosa del genere non avrebbe potuto capitarmi, lì ho un mio usciere personale, davanti a me sul tavolo ho il telefono esterno e il telefono d’ufficio, vengono in continuazione persone, parti in causa e impiegati; ma soprattutto poi lì sono sempre in rapporto con il lavoro, e perciò in continua presenza di spirito, essere messo di fronte a una cosa del genere lì sarebbe per me soltanto un piacere. Ora è tutto passato e nemmeno volevo parlarne più, solo volevo sentire il suo giudizio, il giudizio di una donna ragionevole, e sono contento che siamo d’accordo. Ora lei mi deve dare la mano, un simile accordo deve essere confermato da una stretta di mano."

Mi darà la mano? L’ispettore la mano non me l’ha data, pensò, e guardò la donna con occhi diversi da prima, esaminandola. Lei si alzò perché si era alzato lui, era un po’ in imbarazzo, perché non tutto quello che K. aveva detto le era risultato comprensibile. A causa di questo imbarazzo tuttavia disse qualcosa che non voleva, e che non c’entrava neppure: "Non se la prenda tanto, signor K.", disse, aveva la voce lacrimosa e naturalmente si dimenticò di stringere la mano. "Non sapevo di prendermela tanto", disse K. improvvisamente stanco, rendendosi conto di quanto poco valesse qualunque consenso di questa donna.

Sulla porta chiese ancora: "La signorina Bürstner è in casa?" "No", disse la signora Grubach, e con tardiva, ragionevole partecipazione sorrise a questa secca informazione. "E’ a teatro. Voleva qualcosa da lei? Devo riferire qualcosa?" "Ah, volevo solo scambiare con lei due parole." "Purtroppo non so quando ritorna; di solito, quando va a teatro, torna tardi." "E’ del tutto indifferente", disse K. e voltava già il capo chino alla porta per andarsene, "volevo solo scusarmi con lei per il disordine che le ho causato oggi nella sua stanza." "Non è necessario, signor K., lei ha troppi riguardi, naturalmente la signorina non ne sa niente, era fuori casa fin dal primo mattino, e poi è tutto di nuovo in ordine, può guardare lei stesso." E così dicendo aprì la porta che dava nella stanza della signorina Bürstner. "Grazie, ci credo" disse K., ma poi si avvicinò alla porta aperta. La luna splendeva silenziosa nella stanza buia. Per quel che si poteva vedere era davvero tutto al suo posto, anche la camicetta non era più appesa alla maniglia della finestra. I cuscini del letto sembravano stranamente alti, ed erano parzialmente illuminati dalla luna. "La signorina rientra spesso tardi", disse K. e guardò la signora Grubach come se ne avesse colpa lei. "Si sa come sono i giovani!" disse comprensiva la signora Grubach. "Certo, certo", disse K., "ma la cosa può andare troppo in là." "Certo che può", disse la signora Grubach, "quanto ha ragione lei, signor K., e forse persino in questo caso. Certo non voglio calunniare la signorina Bürstner, è una brava cara ragazza, cordiale, ordinata, puntuale, laboriosa, apprezzo molto tutto ciò, ma una cosa è certa, dovrebbe essere più fiera di se stessa, più riservata. In questo mese l’ho già vista due volte in strade fuori mano, e sempre con un uomo diverso. E’ una gran pena per me, com’è vero Dio lo racconto solo a lei, signor K., ma prima o poi non potrò fare a meno di parlarne anche con la signorina in persona. E poi non è neppure l’unica cosa che mi fa nascere sospetti sul suo conto." "Lei è su una falsa strada", disse K., furioso e quasi incapace di nasconderlo, "d’altronde, lei evidentemente ha equivocato la mia osservazione sulla signorina, non intendevo questo. Anzi, in tutta sincerità devo diffidarla dal dire alcunché alla signorina, lei è completamente in errore, io conosco la signorina molto bene e in ciò che lei ha detto non c’è nulla di vero. D’altra parte forse mi spingo troppo oltre, non voglio ostacolarla, dica pure alla signorina quello che vuole. Buona notte." "Signor K.", disse implorante la signora Grubach e gli corse dietro fino alla sua porta, che K. aveva già aperto, "di certo non parlerò ancora con la signorina, naturalmente prima voglio osservarla ancora, solo a lei ho confidato quel che sapevo. In fin dei conti è una preoccupazione di tutti gli affittacamere che vogliono mantenere pulita la loro pensione, e i miei sforzi vanno solo in questa direzione." "Pulizia!" esclamò ancora K. attraverso la fessura della porta, "se lei vuole mantenere pulita la pensione, deve per prima cosa congedare me." E detto ciò chiuse la porta, senza prestare più attenzione al lieve bussare che seguì.

Invece decise, poiché non aveva alcuna voglia di dormire, di rimanere ancora sveglio e stabilire così in questa occasione a che ora la signorina Bürstner sarebbe tornata. Forse sarebbe stato anche possibile, per quanto inopportuno, scambiare due parole con lei. Appoggiato alla finestra e premendosi gli occhi stanchi, per un momento pensò addirittura di punire la signora Grubach e di convincere la signorina Bürstner a lasciare la camera insieme con lui. Subito però il progetto gli parve assurdamente esagerato, e gli venne addirittura il sospetto contro se stesso di voler cambiare l’appartamento a motivo di ciò che era successo quella mattina. Niente sarebbe stato più insensato e soprattutto più inutile e meschino.

Quando si fu stancato di guardare fuori nella strada deserta si mise sul divano, dopo aver aperto un poco la porta che dava in anticamera, in modo da poter vedere subito dal divano chiunque entrasse in casa. Fin verso le undici rimase tranquillo sul divano, fumando un sigaro. Da quell’ora in poi però non riuscì più a trattenersi, ma andava un poco in anticamera, come se potesse così facendo accelerare il ritorno della signorina Bürstner. Non aveva un particolare bisogno di lei, e anzi non riusciva neppure a ricordarsi bene che aspetto avesse, ma ormai voleva parlare con lei e lo irritava che con il suo ritorno tardivo portasse, anche al termine di questo giorno, inquietudine e disordine. Era colpa sua anche che stasera K. non avesse cenato e che avesse tralasciato la visita da Elsa, prevista per oggi. D’altronde era ancora in tempo a fare entrambe le cose, andando nell’osteria dove lavorava Elsa; e aveva ancora intenzione di farlo, dopo il colloquio con la signorina Bürstner.

Erano le undici e mezza passate quando si udì qualcuno nel vano delle scale. K., che, intento ai suoi pensieri, passeggiava rumorosamente su e giù nell’anticamera come se fosse la sua stanza, fuggì dietro la sua porta. Era la signorina Bürstner che era tornata. Chiudendo la porta, si strinse con un brivido uno scialle di seta intorno alle spalle sottili. Subito dopo sarebbe entrata nella sua stanza, dove certamente K. non avrebbe potuto intromettersi a quell’ora vicina a mezzanotte; doveva quindi rivolgerle la parola ora, ma, poiché sfortunatamente aveva dimenticato di accendere la luce elettrica nella sua stanza, ora la sua comparsa dal buio della stanza avrebbe avuto l’aspetto di un’aggressione e quanto meno avrebbe causato un grosso spavento. Incerto sul da farsi, e poiché non c’era tempo da perdere, sussurrò attraverso la fessura della porta: "Signorina Bürstner." Suonava come un’implorazione, non come una chiamata. "C’è qualcuno qui?" chiese la signorina Bürstner guardandosi intorno con gli occhi spalancati. "Sono io", disse K. facendosi avanti. "Ah, signor K.!" disse la signorina Bürstner sorridendo, "buona sera" e gli porse la mano. "Volevo dirle due parole, me lo consente ora?" "Ora?" chiese la signorina Bürstner, "dobbiamo proprio ora? E’ un po’ strano, non le pare?" "E’ dalle nove che la aspetto." "Ah sì, ero a teatro, ma non sapevo di lei." "Il motivo per cui intendo parlarle si è realizzato solo oggi." "Beh, non ho propriamente nulla in contrario, salvo il fatto che sono stanca morta. Venga allora un paio di minuti nella mia stanza. Qui non possiamo trattenerci in nessun caso, svegliamo tutti e questo sarebbe per me più spiacevole per noi che non per la gente. Aspetti qui finché non ho acceso la luce nella mia stanza, poi la spenga lei qui." K. ubbidì, ma aspettò ancora finché la signorina Bürstner a bassa voce lo invitò ancora una volta dalla sua stanza a entrare. "Si sieda", disse indicando l’ottomana, lei invece rimase in piedi vicino al letto, nonostante la stanchezza di cui aveva parlato; non si tolse neppure il cappello, piccolo ma adorno di una moltitudine di fiori. "Cosa voleva dunque? Sono davvero curiosa." Incrociò leggermente le gambe. "Forse lei dirà", cominciò K., "che la questione non era tanto urgente da essere discussa ora, ma..." "Le introduzioni le salto sempre", disse la signorina Bürstner. "Ciò mi facilita il compito", disse K. "Stamani presto, in un certo senso per colpa mia, la sua stanza è stata messa un po’ in disordine, è successo ad opera di estranei e contro la mia volontà, tuttavia, come ho detto, per colpa mia; e di questo volevo chiederle scusa." "La mia stanza?" chiese la signorina Bürstner, e invece della stanza guardò con aria indagatrice K. "Proprio così", disse K., e ora per la prima volta si guardarono entrambi negli occhi, "il modo e la maniera in cui ciò è successo non sono di per sé degni di menzione." "Ma è proprio quello l’interessante", disse la signorina Bürstner. "No", disse K. "Ebbene", disse la signorina Bürstner, "non voglio intromettermi in cose segrete, se lei insiste a dire che non è una cosa interessante non mi opporrò. Le sue scuse le accetto volentieri, soprattutto perché non riesco a trovare alcuna traccia di disordine." Con le mani aperte distese sui fianchi fece un giro attraverso la stanza. Davanti al telino delle fotografie improvvisamente si arrestò. "Guardi!", esclamò, "Le mie fotografie sono davvero in disordine. Ciò è veramente sgradevole. Allora davvero qualcuno è stato nella mia stanza a mia insaputa." K. fece un cenno con il capo, maledicendo fra sé l’impiegato Kaminer, che non riusciva mai a controllare la propria squallida e insensata vivacità. "E’ strano", disse la signorina Bürstner, che io sia costretta a proibirle ciò che lei dovrebbe proibirsi da sé, e cioè di entrare nella mia stanza in mia assenza." "Ma signorina, come le ho già spiegato", disse K. avvicinandosi anch’egli alle fotografie, "non sono stato io a manomettere le fotografie; ma dato che non mi crede devo ammettere che la commissione di indagine aveva portato con sé tre impiegati di banca, uno dei quali, che caccerò dalla banca appena possibile, ha evidentemente preso in mano le fotografie." "Sì, c’è stata qui una commissione di indagine", aggiunse K., dato che la signorina lo guardava con aria interrogativa. "Per causa sua?" chiese la signorina. "Sì", rispose K. "No", esclamò la signorina ridendo. "Eppure è così", disse K. "ma lei, mi crede innocente?" "Beh, innocente...", disse la signorina, "non voglio emettere così, su due piedi, un giudizio forse carico di conseguenze, e poi io non la conosco, pure mi sembra che debba essere un gran malfattore quello al quale si spedisce subito così, alle calcagna, una commissione di indagine. Ma siccome lei è libero - o per lo meno deduco dalla sua tranquillità che lei non è appena evaso dal carcere - evidentemente non può aver commesso un crimine tanto grave." "Sì", disse K., "ma può anche darsi che la commissione di indagine si sia resa conto che io sono innocente, o per lo meno non tanto colpevole quanto si pensava." "Certo, è possibile" disse con grande attenzione la signorina Bürstner. "Vede", disse K., "lei non ha molta esperienza in affari di tribunale." "E’ vero, non ne ho", disse la signorina Bürstner, "ed è una cosa che mi è sempre dispiaciuta, perché mi piacerebbe sapere tutto, e soprattutto le questioni di tribunale mi interessano straordinariamente. Il tribunale ha una attrattiva tutta sua, non è vero? Ma di certo perfezionerò le mie conoscenze in questo campo, perché il mese prossimo entrerò come addetta di cancelleria in uno studio di avvocato." "Questa è un’ottima cosa", disse K. "in tal caso potrà aiutarmi un po’ nel mio processo." "Può darsi", disse la signorina Bürstner, "perché no? Mi piace fare uso di quel che so." "Guardi che parlo sul serio", disse K., "o almeno con quella mezza serietà che è anche nelle sue parole. La questione è troppo meschina per attirare un avvocato, ma di un consigliere potrei ben servirmi." "Sì, però se devo essere un consigliere dovrei conoscere di che si tratta", disse la signorina Bürstner. "Proprio questo è il guaio", disse K., "non lo so neanch’io." "Allora lei si è preso gioco di me", disse la signorina Bürstner oltremodo delusa, "e per questo non c’era proprio bisogno di scegliere quest’ora della notte." E si allontanò dalle fotografie, dove erano stati così a lungo uniti. "Ma no, signorina", disse K., "non sto scherzando. Perché non mi vuole credere? Quello che so glielo ho già detto. E forse anche più di quello che so, perché non era una commissione di indagine, sono io che la chiamo così perché non saprei definirla altrimenti. Non c’è stata in realtà nessuna indagine, io sono stato solo arrestato, però da una commissione." La signorina Bürstner sedette sull’ottomana e rise di nuovo: "Com’è andata allora?" domandò. "In modo terribile", disse K. ma senza pensare affatto a quel che diceva, tutto preso dalla vista della signorina Bürstner che appoggiava la testa su una mano - il gomito su un cuscino dell’ottomana - mentre con l’altra mano si accarezzava lentamente il fianco. "E’ troppo generico", disse la signorina Bürstner. "Cosa è troppo generico?" domandò K. Poi si ricordò, e chiese: "Vuole che le mostri come è andata?" Voleva fare un po’ di movimento, e non andarsene. "Sono stanca ormai", disse la signorina Bürstner. "E’ tornata così tardi", disse K. "Ora va a finire che mi tocca prendere dei rimproveri! D’altra parte sarebbe anche giusto, a quest’ora non avrei dovuto farla entrare. Non c’era neppure bisogno, come si è visto." "C’era bisogno invece, e lo vedrà ora", disse K. "Posso spostare dal suo letto il tavolino da notte?" "Cosa le salta in mente?" disse la signorina Bürstner. "Naturale che non può!" "Allora non posso mostrarle nulla" disse K. irritato, come se da ciò ricevesse un danno smisurato. "Va bene, se ne ha bisogno per la sua rappresentazione, sposti pure tranquillamente il tavolino", disse la signorina Bürstner, e dopo un poco aggiunse con voce più debole: "Sono talmente stanca che permetto più di quanto sarebbe opportuno." K. mise il tavolino in mezzo alla stanza e ci si sedette dietro. "Lei deve immaginare con precisione la posizione dei personaggi, è molto interessante. Io sono l’ispettore, lì sulla valigia siedono due sorveglianti, vicino alle fotografie stanno in piedi tre giovani. Alla maniglia della finestra, lo dico di sfuggita, è appesa una camicetta bianca. E ora la cosa ha inizio. Ah, dimenticavo, la persona più importante, cioè io, sono qui davanti al tavolino. L’ispettore sta seduto secondo i suoi comodi, le gambe accavallate, il braccio qui penzolante dallo schienale, un villano senza pari. E ora comincia per davvero. L’ispettore mi chiama come se dovesse svegliarmi, e grida proprio, per farle capire devo purtroppo gridare anch’io, e ciò che grida è d’altra parte solo il mio nome." La signorina Bürstner, che ascoltava ridendo, mise l’indice alle labbra per impedire che K. gridasse, ma era troppo tardi, K. era troppo immedesimato nella parte e lentamente gridò: "Josef K.!", non proprio così forte come aveva minacciato, ma abbastanza forte perché il nome, una volta formulato così all’improvviso, sembrasse poi diffondersi a poco a poco nella stanza.

In quel momento si udì bussare più volte alla porta della stanza attigua, con suono forte, breve e regolare. La signorina Bürstner impallidì e mise la mano sul cuore. Lo spavento di K. fu tanto maggiore perché per un attimo fu del tutto incapace di pensare a qualcosa di diverso dagli eventi della mattina e dalla ragazza cui li stava raccontando. Appena si riprese, si precipitò dalla signorina Bürstner e le prese la mano. "Non abbia paura", sussurrò, "metterò tutto in ordine. Ma chi può essere? Qui accanto c’è solo il soggiorno, dove non dorme nessuno." "Non è così", sussurrò la signorina Bürstner all’orecchio di K., "da ieri dorme qui un nipote della signora Grubach, un capitano. Non ci sono altre stanze libere. Anch’io lo avevo dimenticato. Doveva proprio urlare così? Sono proprio infelice." "Non ce n’è motivo", disse K. e mentre la signorina si sprofondava sul cuscino le baciò la fronte. "Via, via", disse lei alzandosi di nuovo in fretta. "Se ne vada, se ne vada. Cosa vuole da me, quello origlia alla porta, sente tutto. Come mi tormenta!" "Non me ne andrò prima che lei si sia calmata un poco", disse K., "venga nell’altro angolo della stanza, laggiù non può sentirci." La signorina si lasciò portare. "Lei forse non ha riflettuto", disse K., "che per lei si tratta senz’altro di una sconvenienza, ma certamente non di un pericolo. Lei sa quanto la signora Grubach - in questo caso la persona decisiva, soprattutto perché il capitano è suo nipote - ha rispetto di me, e crede ciecamente a tutto quel che dico. Anche per altri motivi poi dipende da me, perché le ho prestato una discreta somma di denaro. Mi proponga una qualsiasi scusa, purché appena verosimile, per il nostro convegno di stasera e io l’accetto, e mi impegno a far sì che la signora Grubach la creda non solo formalmente, ma anche realmente e sinceramente. A tal proposito non abbia riguardi nei miei confronti. Se vuole che si dica che io l’ho aggredita, la signora Grubach verrà informata in questo senso e ci crederà, senza per questo perdere la fiducia in me, tanto grande è la sua dipendenza nei miei confronti." La signorina Bürstner guardava davanti a sé sul pavimento, silenziosa e un po’ abbattuta. "Perché la signora Grubach non dovrebbe credere che io l’ho aggredita?", aggiunse K. Guardava davanti a sé i capelli di lei, capelli rossicci con la scriminatura, appena gonfiati, saldamente intrecciati. Credeva che avrebbe alzato lo sguardo, invece rimanendo nella stessa posizione la signorina Bürstner disse: "Mi scusi, ma sono stata spaventata più dai colpi improvvisi che dalle conseguenze che potrebbe avere la presenza del capitano. C’era un tale silenzio dopo il suo grido, e proprio allora hanno bussato, e poi io ero seduta vicino alla porta, mi hanno bussato proprio a un passo. Per la sua proposta la ringrazio, ma non posso accettarla. Io posso assumermi la responsabilità di tutto quel che succede nella mia camera, e di fronte a chiunque. Mi meraviglio che lei non si accorga di come la sua proposta sia offensiva per me, a parte naturalmente le buone intenzioni, che riconosco di certo. Ma ora vada, mi lasci sola, ora ne ho più bisogno di prima. I due minuti che lei aveva chiesto sono diventati mezz’ora e più." K. le prese prima la mano, poi il polso e disse: "Non è arrabbiata con me?" Lei sottrasse la mano e rispose: "No, no, io non mi arrabbio mai con nessuno." Lui le riprese di nuovo il polso, questa volta lei lo permise e in quel modo lo condusse verso la porta. K. aveva la ferma intenzione di andarsene. Ma davanti alla porta, come se non si fosse aspettato di trovare una porta proprio in quel punto, si arrestò, la signorina Bürstner approfittò di quell’istante per sciogliersi da lui, aprire la porta, scivolare in anticamera e da lì dire piano a K.: "Ma ora venga, la prego. Vede" - e mostrò la porta del capitano, sotto la quale si vedeva una luce - "ha acceso e si sta occupando di noi." "Vengo subito", disse K., corse in avanti, la afferrò, la baciò sulla bocca e poi su tutto il viso, come una belva assetata che si avventa con la lingua sull’acqua di sorgente finalmente trovata. Alla fine la baciò sul collo, dalla parte della gola, e lì posò a lungo le labbra. Un rumore dalla stanza del capitano gli fece alzare lo sguardo. "Ora me ne vado", disse, avrebbe voluto chiamare la signorina Bürstner con il nome di battesimo, ma non lo sapeva. Lei, stanca, fece cenno con il capo, già mezza voltata gli porse la mano da baciare, come se non se ne accorgesse neppure, e curva se ne tornò nella sua stanza. Dopo poco K. era nel suo letto. Si addormentò molto alla svelta, prima di assopirsi ripensò ancora un poco al suo comportamento e ne fu soddisfatto, solo si meravigliò di non esserlo ancora di più; a motivo del capitano, era seriamente preoccupato per la signorina Bürstner.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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