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2017/12/14 - 09:05

Frammenti per «Una relazione per un'accademia» - Una relazione per un'accademia

[Quaderno in ottavo D, aprile 1917:]

Frammenti "Rotpeter"

Tutti conosciamo Rotpeter, così come lo conosce mezzo mondo. Ma quando giunse nella nostra città per una esibizione, decisi di conoscerlo più da vicino, personalmente. Non è difficile essere ammessi alla sua presenza. Nelle grandi città, dove tutti sono uomini di mondo e cercano solo di vedere dal più vicino possibile il respiro delle persone famose, potevano sorgere delle difficoltà, ma nella nostra città ci si accontenta di contemplare le meraviglie dal parterre, e perciò, come mi disse il portiere dell’albergo, io ero fino ad allora l’unico che avesse annunciato la propria visita. Il signor Busenau, l’impresario, mi accolse con straordinaria cordialità. Non mi ero aspettato di trovare in lui un uomo così modesto, e quasi meschino. Sedeva nell’anticamera dell’abitazione di Rotpeter e mangiava una minestra di uova. Benché fosse mattina, indossava già il frac serale con cui appariva alle rappresentazioni. Appena mi vide, benché fossi un ospite estraneo e insignificante, saltò su, lui che era titolato degli ordini più alti, re dei domatori, dottore honoris causa delle grandi università, - saltò su, mi strinse la mano, mi obbligò a sedermi, pulì il suo cucchiaio sulla tovaglia e me lo offrì con la massima amicizia, perché finissi di mangiare la sua minestra di uova. Non accettò il mio rifiuto pieno di gratitudine, e voleva imboccarmi di persona. Feci fatica a calmarlo, e a respingerlo insieme con piatto e cucchiaio. "Lei è stato molto gentile a venire", disse allora con forte accento straniero, "molto gentile. Inoltre lei arriva al momento giusto, non sempre, purtroppo non sempre Rotpeter può ricevere visite, spesso ha orrore di vedere esseri umani; in tal caso nessuno, chiunque sia, viene ammesso, e io stesso, io stesso posso trattare con lui in un certo senso solo professionalmente, sul palcoscenico. Ma subito dopo la rappresentazione devo sparire, se ne va a casa da solo, si rinchiude nella sua stanza e per lo più se ne resta così fino alla sera dopo. Nella sua camera da letto tiene sempre un grosso cestino di frutta, che gli serve per nutrirsi in questi casi. Naturalmente però io non posso lasciarlo incustodito, e così affitto sempre la casa di fronte per sorvegliarlo da dietro le tende."

"Quando le sto seduto di fronte così, Rotpeter, la sento parlare, brindo alla sua salute, allora davvero - che lei consideri questo un complimento oppure no, è invece la pura verità - allora mi dimentico del tutto che lei è uno scimpanzé. Solo a poco a poco, quando mi costringo a tornare dai miei pensieri alla realtà, i miei occhi mi lasciano vedere di chi sono ospite."

"Sì."

"E’ diventato tutto silenzioso, ma perché? Solo poco fa mi ha espresso giudizi così sorprendentemente giusti sulla nostra città, e ora è così silenzioso."

"Silenzioso?"

"Le manca forse qualcosa? Devo chiamare il domatore? Forse a quest’ora lei è abituato a mangiare?"

"No, no. Va tutto bene. Posso anche dirle che cosa è stato. Ogni tanto mi invade un tale orrore degli uomini che a malapena posso reprimere un conato di vomito. Ciò naturalmente non ha nulla a che fare con le singole persone, niente a che fare con la sua gentile presenza qui. E’ una cosa rivolta contro tutti gli uomini. Non c’è neppure da stupirsene, se per esempio lei dovesse vivere sempre con delle scimmie, anche lei, pur con tutto l’autocontrollo, avrebbe di certo simili attacchi. Del resto non è neppure l’odore degli uomini che mi circondano a destarmi tanto orrore, ma piuttosto l’odore umano che io stesso ho assunto, e che si fonde con l’odore della mia patria di un tempo. Prego, annusi lei stesso! Qui sul petto! Metta il naso più a fondo nella pelliccia! Più a fondo, le dico."

"Purtroppo non sento nessun odore particolare. L’odore solito di un corpo ben curato, nient’altro. D’altronde, il naso della gente di città non fa testo in questo caso. Ovviamente lei riesce a fiutare mille cose che a noi sfuggono."

"Questo un tempo, signore mio, un tempo. Cose passate."

"Dato che ha iniziato lei il discorso, mi permetto di farle una domanda: da quanto tempo è fra noi?"

"Cinque anni, il cinque di agosto sono cinque anni."

"Un risultato eccezionale. Nel giro di cinque anni scrollare da sé la natura di scimmia e percorrere al galoppo tutta l’evoluzione dell’umanità. Questo davvero non l’ha mai fatto nessuno. In questa corsa lei è solitario."

"So che è molto, e talvolta va anche al di là della mia comprensione. In certe ore tranquille però il mio giudizio non è tanto esaltante. Lei sa come sono stato catturato?"

"Ho letto tutto ciò che è stato stampato su di lei. Le hanno sparato, e poi l’hanno catturata."

"Sì, mi hanno sparato due colpi, uno qui nella guancia, la ferita era naturalmente molto più grande di quel che è ora la cicatrice, e uno sotto l’anca. Mi toglierò i pantaloni, perché lei possa vedere anche questa cicatrice. Questo è stato il preludio, questa fu la ferita grave e decisiva, caddi dall’albero e quando mi risvegliai ero in una gabbia sul ponte di mezzo di una nave."

"In una gabbia! Sul ponte! A sentirne parlare lei in persona si intende la cosa in modo assai diverso che a leggerne sui giornali."

"E in modo ancor più diverso la si intende se la si è vissuta, caro signore. Fino a quel momento non sapevo cosa significasse non avere vie di uscita. Non era una gabbia con le grate alle quattro pareti, erano direi tre pareti appoggiate a un baule, che costituiva la quarta parete. Il tutto era così basso che non potevo stare in piedi, e così stretto che non potevo sedermi. Così, potevo soltanto stare accoccolato con le ginocchia piegate. Nella mia collera non volevo vedere nessuno, e così me ne stavo voltato verso il baule, in attesa con le ginocchia tremanti per giorni e notti, mentre le sbarre della gabbia mi affondavano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così. Ma del senso umano non me ne importava, a quei tempi, ancora niente. Avevo davanti a me il baule. Apri la parete di assi, scava a morsi un buco, infilati a forza attraverso un’apertura che in realtà consente appena di sbirciare fuori e che, appena scoperta, tu saluti con l’urlo felice di chi non capisce. Dove vuoi andare? Dietro le assi comincia la foresta,

[Brief-Anfang in B327:]

Egregio signor Rotpeter,

ho letto con grande interesse, e direi persino con batticuore, la relazione da Lei scritta per l’Accademia delle Scienze. Non c’è da stupirsi, perché io sono stato il suo primo insegnante, per il quale lei nel ricordo ha trovato parole così amichevoli. Forse, pensandoci un po’, Lei poteva evitare di rammentare il mio soggiorno in sanatorio, ma riconosco che tutta la sua relazione, nella franchezza che la caratterizza, non poteva sopprimere il più piccolo dettaglio, anche se per me un po’ compromettente, una volta che Le fosse venuto in mente durante la stesura. Ma ora non volevo parlare di questo, ciò che mi sta a cuore è altro.

Una relazione per un'accademia

[Prima versione nel quaderno in ottavo D, aprile 1917; traduzione secondo l’edizione definitiva curata da Kafka in Ein Landarzt, Kurt Wolff Verlag 1919, uscito in realtà il 12 maggio 1920]

Eccellenti signori dell’accademia!

Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.

In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno, quando fosse stato consentito dagli uomini, mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Parlando chiaramente, benché io preferisca usare delle immagini per simili discorsi, tuttavia parlando chiaramente: la vostra natura di scimmia, signori, per quanto possiate averne una dietro di voi, non può esservi più lontana di quanto la mia lo è da me stesso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille.

Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.

Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck - con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso - si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.

Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.

Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un - scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata - la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!

Dopo quei colpi mi risvegliai - e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali - in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.

Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.

Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno - ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.

Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule - sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule - e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.

Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. "Anche questa è libertà umana", pensavo, "un movimento padrone di sé." O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.

No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.

Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave.

Sono brave persone, nonostante tutto. Ancora oggi ricordo volentieri il suono dei loro passi pesanti, che risuonavano allora nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di prendere tutto con estrema lentezza. Se qualcuno voleva stropicciarsi gli occhi, alzava la mano come sollevando un peso. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Le loro risate erano sempre miste a una tosse che suonava pericolosa, e invece era insignificante. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e dove sputassero era per loro indifferente. Si lamentavano sempre di trovarsi addosso le mie pulci; ma non ce l’avevano mai seriamente con me; sapevano bene che nella mia pelliccia le pulci prosperavano e anche che le pulci sono buone saltatrici; e perciò si mettevano l’animo in pace. Quando non erano in servizio, a volte alcuni di loro si sedevano in semicerchio intorno a me; parlavano appena, ma si limitavano a tubare l’uno in direzione dell’altro; fumavano, sdraiati sul baule, la pipa; si davano botte sulle ginocchia appena facevo il più piccolo movimento; e ogni tanto uno prendeva un bastone e mi grattava là dove preferivo. Se oggi mi invitassero a fare un viaggio su una tale nave certo declinerei l’invito, ma è altrettanto certo che quando penso a quel ponte mediano non ho soltanto brutti ricordi.

La tranquillità che mi ero guadagnata fra questa gente mi trattenne innanzitutto da ogni tentativo di fuga. Ripensandoci oggi mi sembra che avevo almeno il presentimento che avrei dovuto prima o poi trovare una via d’uscita, se volevo vivere, ma che tale via d’uscita non si raggiungeva con la fuga. Non so più se una fuga era possibile, anche se credo di sì; a una scimmia la fuga dovrebbe sempre essere possibile. Con i miei denti di oggi devo stare attento anche quando rompo una semplice noce, ma allora con il tempo mi sarebbe certo riuscito di rompere a morsi la chiusura della gabbia. Non lo feci. Che cosa ci avrei guadagnato? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancor peggiore; oppure senza rendermene conto sarei fuggito fra altri animali, magari in mezzo ai boa, e sarei soffocato nel loro abbraccio; o magari mi sarebbe riuscito di raggiungere il ponte e saltare fuori, così mi sarei dondolato per un poco sull’oceano e poi sarei affogato. Gesti disperati. Non calcolavo come un uomo, ma sotto l’influsso di chi mi circondava mi comportavo come se avessi calcolato.

Non calcolavo, ma osservavo in tutta tranquillità. Guardavo questi uomini andare su e giù, sempre le stesse facce, gli stessi movimenti, a volte mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Quest’uomo o questi uomini camminavano dunque indisturbati. Intravidi, come per ispirazione, un superiore obiettivo. Nessuno mi prometteva che la gabbia sarebbe stata aperta se fossi diventato come loro. Non si fanno simili promesse per imprese apparentemente irrealizzabili. Ma se le imprese vengono portate a termine, allora in seguito anche le promesse compaiono proprio là dove prima le si era cercate invano. Ora, in questi uomini di per sé non c’era nulla che mi attirasse molto. Se fossi un adepto di quella libertà di cui parlavo prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che mi si mostrava nel torbido sguardo di costoro. In ogni caso però io li osservavo già da molto tempo prima di pensare a queste cose, furono anzi solo le osservazioni accumulate a spingermi in quella definita direzione.

Era così facile imitare la gente. A sputare, imparai fin dai primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda; l’unica differenza era che dopo io mi leccavo la faccia per pulirla, loro no. Presto fumavo la pipa come un vecchio; se premevo il suo fornello con il pollice, tutto il ponte ne rideva; solo la differenza fra una pipa vuota e una carica mi rimase a lungo oscura.

La fatica maggiore me la procurò la bottiglia di grappa. L’odore mi ripugnava; mi costrinsi con tutte le forze; ma ci vollero settimane perché riuscissi a vincermi. Queste lotte interiori, sorprendentemente, furono dall’equipaggio prese sul serio più di ogni altra cosa. Ora non riesco più, nemmeno nel ricordo, a distinguere le persone, ma uno di loro tornava sempre, solo o in compagnia, di giorno o di notte, alle ore più diverse; mi si metteva davanti con la bottiglia e mi dava lezioni. Non mi capiva, voleva sciogliere l’enigma del mio essere. Stappava la bottiglia lentamente e mi guardava, come per vedere se avevo capito; confesso che lo osservavo sempre con un’attenzione selvatica e precipitosa; nessun insegnante umano troverebbe in tutto il mondo un allievo umano altrettanto diligente; stappata la bottiglia, la portava alla bocca; io lo seguivo con lo sguardo fino alla gola; contento di me, mi fa un cenno e porta la bottiglia alle labbra; io, affascinato dalla progressiva conoscenza, stridendo mi gratto per lungo e per largo dove capita; lui se ne rallegra, alza la bottiglia e beve un sorso; io, impaziente e disperato per la voglia di imitarlo, mi imbratto nella mia gabbia, cosa che di nuovo lo riempie di soddisfazione; ora allontana ampiamente da sé la bottiglia e di slancio la riavvicina, e, piegato esageratamente indietro per insegnarmi, la vuota in un sorso. Io, stanco per l’eccessivo desiderio, non posso più seguirlo e pendo debolmente dalle sbarre, mentre lui conclude la sua lezione di teoria grattandosi la pancia con un ghigno.

Solo ora comincia l’esercizio pratico. Non sono già esaurito dalla teoria? Sì, del tutto esaurito. Ciò fa parte del mio destino. Ciononostante, afferro meglio che posso la bottiglia che mi viene tesa; tremando la stappo; con questo successo ecco che pian piano acquisisco nuove forze; alzo la bottiglia, e in questo gesto sono ormai quasi indistinguibile dal mio modello; la porto alla bocca e - e la scaglio lontano con orrore, con orrore, benché sia vuota e piena solo dell’odore, la scaglio con orrore per terra. Questo è uno sconforto per il mio insegnante, e ancor maggiore per me; e non posso riconciliare né lui né me per il fatto che, gettata via la bottiglia, non dimentico di grattarmi la pancia e ghignare.

Fin troppe volte la lezione andava così. E, sia detto a onore del mio insegnante: non era cattivo con me; certo, ogni tanto mi appoggiava la pipa accesa sulla pelliccia, finché questa, dove arrivavo con difficoltà, cominciava a bruciare, ma allora lui stesso me la spegneva con la sua gigantesca mano piena di bontà; non era cattivo con me, capiva che entrambi lottavamo dalla stessa parte contro la natura di scimmia, e che a me toccava il compito più difficile.

Che vittoria fu allora per lui come per me, quando una sera, davanti a un grande pubblico - forse era una festa, un grammofono suonava, un ufficiale passeggiava fra la gente - quando in quella sera, a tutti inosservato, afferrai una bottiglia di grappa dimenticata per caso davanti alla mia gabbia, la stappai secondo i dettami della scuola sotto l’attenzione crescente degli astanti, la portai alla bocca e senza esitare, senza storcer la bocca, come un esperto bevitore, con gli occhi sbarrati, la gola traboccante, la vuotai letteralmente fino all’ultimo goccio; scagliai lontano la bottiglia non più con disperazione, ma da vero artista; certo, dimenticai di grattarmi la pancia; in compenso però, forse perché non potevo più trattenermi o perché i miei sensi erano preda dell’ebbrezza, esclamai un "Ehilà!" con timbro umano, con questo grido saltai nella comunità degli umani e percepii la loro eco: "Sentite, sta parlando!" come un bacio su tutto il mio corpo gocciolante di sudore.

Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro. Inoltre, con quella vittoria ancora avevo ottenuto poco. La voce mi sparì di nuovo subito dopo; solo dopo mesi riuscii a ritrovarla; la ripugnanza contro la bottiglia di grappa si ripresentò moltiplicata. Ma la strada era tracciata davanti a me una volta per sempre.

Quando fui consegnata ad Amburgo al primo domatore, compresi subito l’alternativa che mi si poneva: zoo o varietà. Non ebbi esitazioni. Mi dissi: cerca con tutte le tue forze di arrivare al varietà; questa è la via d’uscita; lo zoo è soltanto una nuova gabbia; se ci entri sei perduto.

E così, signori, ho imparato. Ah, si impara bene quando si è obbligati; si impara, quando si vuol trovare una via d’uscita; si impara senza riguardi per nessuno. Ci si sorveglia da soli con la frusta; e alla minima resistenza ci si strazia le carni. Come sparata fuori, la natura di scimmia uscì da me e sparì, tanto che il mio primo istruttore finì per diventare lui stesso simile a una scimmia, e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica. Fortunatamente presto ne uscì.

Ma io dovevo logorare molti istruttori, spesso diversi istruttori allo stesso tempo. Quando fui più sicuro delle mie capacità, quando il pubblico cominciò a seguire i miei progressi e il futuro a farsi più luminoso, io stesso mi prendevo degli istruttori, li mettevo in cinque stanze consecutive e imparavo da tutti contemporaneamente saltando senza posa da una stanza all’altra.

Quali progressi! Come penetravano i raggi della scienza da ogni parte nel cervello che si risvegliava! Non lo nego: ciò mi rendeva felice. Ma confesso anche che allora come ora non sopravvalutavo tutto ciò. Con uno sforzo quale finora non si è ripresentato sulla terra, ho raggiunto il grado di istruzione medio di un europeo. Questo in sé sarebbe un nulla, ma è pur sempre qualcosa dato che mi ha liberato dalla gabbia e mi ha offerto questa particolare via d’uscita, questa via d’uscita umana. Nella vostra lingua esiste la bellissima espressione: "imboscarsi"; è proprio quello che ho fatto io, mi sono imboscato. Non c’erano altre vie, se si premette che non si poteva scegliere la libertà.

Se ora riconsidero la mia evoluzione e ciò che ho ottenuto finora, non posso lamentarmi né dichiararmi soddisfatto. Con le mani nei pantaloni, la bottiglia di vino sul tavolo, un po’ sto sdraiato, un po’ mi metto nella sedia a dondolo e guardo dalla finestra. Se viene una visita la ricevo come si conviene. Il mio impresario sta nell’anticamera; se suono, viene e ascolta cosa ho da dire. La sera c’è quasi sempre lo spettacolo, e ormai non potrei avere più successo di così. Se torno tardi dai banchetti, dalle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semiaddomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo.

Nel complesso, ad ogni modo, ho raggiunto quel che volevo raggiungere. Non si dica che non ne valeva la pena. Del resto non mi interessano i giudizi umani, io voglio solo diffondere la conoscenza, fare relazioni, e anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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