gregor.jpg

2017/10/19 - 02:06

Frammenti per «Il cacciatore Gracco»

[Dalla serie "Jeder Mensch ist eigentümlich", agosto 1916:]

La capanna del cacciatore non era lontana dalla capanna dei legnaioli. I legnaioli, dodici, abitavano là, ora che c’era buona neve, per preparare i tronchi che di giorno venivano trasportati nella valle dalle slitte. C’era molto da fare, ma ai lavoratori non sarebbe sembrato troppo se solo avessero dato loro birra a sufficienza. Invece avevano solo un barilotto di medie dimensioni che dovevano suddividere fra loro per una settimana, un compito impossibile. Di questo si lamentavano sempre con il cacciatore, quando questi la sera li andava a trovare. "Avete una vita dura", diceva il cacciatore annuendo e loro versavano nel suo cuore i loro lamenti.

La capanna del cacciatore giace abbandonata nel bosco di montagna. Là egli vive durante l’inverno con i suoi cinque cani. Come è lungo l’inverno in questo paese! Si potrebbe quasi dire che dura una vita intera.

Il cacciatore è di buon umore, non gli manca niente di essenziale, delle privazioni non si lamenta, pensa anzi di essere fin troppo ben attrezzato. "Se venisse da me un cacciatore", pensa, "e vedesse il mio arredamento e le mie provviste, sarebbe la fine di ogni caccia. Ma non è ugualmente la fine? Non ci sono cacciatori."

Va in un angolo dai cani, che dormono su coperte, coperti da coperte. Il sonno dei cani da caccia. Non dormono, solo aspettano la caccia e questo ha l’aspetto di un sonno.

In soffitta

[Quaderno in ottavo A, metà dicembre 1916:]

I bambini avevano un segreto. In un angolo nascosto della soffitta, in mezzo al ciarpame di un intero secolo, dove nessun adulto avrebbe più potuto farsi strada, Hans, il figlio dell’avvocato, aveva scoperto un estraneo. Stava seduto su un baule che era appoggiato per lungo alla parete. Quando vide Hans, il suo viso non mostrò paura o stupore, ma solo apatia, con sguardo limpido ricambiò lo sguardo di Hans. In testa aveva ben calcato un grande berretto rotondo di agnello. Dei folti baffi si estendevano rigidi da un lato e dall’altro del volto. Era avvolto in un ampio mantello bruno, tenuto stretto da una cinghia robusta che ricordava il finimento di un cavallo. Sul petto portava una corta sciabola curva in una guaina che riluceva debolmente. I piedi erano infilati in stivali a gambale muniti di speroni, un piede era posato su una bottiglia di vino rovesciata, l’altro era ritto sul pavimento, il calcagno e lo sperone conficcati nel legno. "Via", gridò Hans quando l’uomo allungò lentamente la mano per afferrarlo, corse lontano nelle parti di soffitta costruite più di recente e si fermò solo quando la biancheria stesa là ad asciugare lo colpì, umida, in viso. Subito dopo, però, tornò indietro. Con il labbro inferiore piegato nell’espressione di un certo disprezzo, l’estraneo era seduto là e non si muoveva. Strisciando guardingo in avanti, Hans verificò che una tale immobilità non fosse un’astuzia. Ma l’estraneo sembrava non avesse davvero nessuna cattiva intenzione, stava lì seduto tutto fiacco, e per pura fiacchezza la sua testa sembrava appena muoversi. Così, Hans trovò il coraggio di spostare un vecchio e bucherellato coperchio di stufa che ancora lo separava dall’estraneo, di avvicinarsi e infine addirittura di toccarlo. "Come sei polveroso!" disse con stupore ritraendo la mano che si era sporcata di nero. "Sì, polveroso", disse l’estraneo, e nient’altro. Aveva uno strano accento, Hans capiva le parole solo nell’eco. "Io mi chiamo Hans", disse, "il figlio dell’avvocato e ora dimmi come ti chiami tu." "Ecco", disse l’estraneo, "anch’io mi chiamo Hans, Hans Schlag, sono un cacciatore del Baden e vengo da Koßgarten sul Neckar. Storie vecchie."

Il dissidio, che c’era sempre stato fra Hans e suo padre, dopo la morte della madre era diventato così aspro, che Hans abbandonò il negozio del padre, se ne andò all’estero, accettò quasi alla cieca un piccolo impiego che laggiù gli avevano offerto e cancellò ogni legame con il padre, sia epistolare che attraverso conoscenti, con un tale successo, che venne a sapere della sua morte, avvenuta per un attacco cardiaco circa due anni dopo la sua partenza, solo attraverso la lettera dell’avvocato il quale lo si informava dell’eredità. Hans era designato erede universale, ma l’eredità era tanto appesantita da debiti e lasciti che, come poté osservare già a una valutazione superficiale, non gli sarebbe rimasto molto di più della abitazione paterna. Non era molto: una vecchia e semplice costruzione a un piano, ma Hans teneva molto alla casa, inoltre dopo la morte del padre non c’era più nulla che lo trattenesse all’estero, ma anzi il disbrigo delle pratiche di eredità richiedeva urgentemente la sua presenza, perciò sciolse subito i suoi impegni, cosa che non gli fu difficile, e tornò a casa. Era una sera inoltrata di dicembre, tutto era immerso nella neve, quando Hans arrivò davanti alla casa paterna. L’amministratore, che lo aveva aspettato, uscì dal portone appoggiandosi alla figlia, era un fragile vecchio che già aveva servito il nonno di Hans. Si salutarono, benché senza grande cordialità, perché Hans aveva sempre visto nell’amministratore lo stupido tiranno della propria infanzia, e l’umiltà con cui ora costui gli si avvicinava gli risultava penosa. Disse alla figlia, che portava il suo bagaglio seguendolo sulla scala ripida e stretta, che non sarebbe cambiato nulla nella situazione e nello stipendio di suo padre, indipendentemente dal lascito che gli era stato accordato. Fra le lacrime, la figlia lo ringraziò, confessando che con ciò Hans eliminava la principale preoccupazione che, dalla morte del povero signore, quasi non consentiva a suo padre di dormire la notte. Un tale ringraziamento fece prendere coscienza a Hans di quali fastidi nascevano per lui dall’eredità, e quanti ne sarebbero ancora nati. Tanto più si rallegrò al pensiero di rimanere solo nella sua vecchia stanzetta, e pregustando questo piacere accarezzò leggermente il gatto che, come primo ricordo sereno dei tempi andati, gli scivolò vicino in tutta la sua lunghezza. Hans però non fu condotto alla sua stanza, che in base alle sue disposizioni epistolari avrebbe dovuto essere preparata per lui al suo arrivo, ma nella vecchia camera da letto di suo padre. Chiese perché accadesse questo. La ragazza, ancora con il fiatone per aver portato il bagaglio, gli stava di fronte, in quei due anni era diventata alta e forte, e il suo sguardo era straordinariamente limpido. Chiese scusa. Spiegò che nella stanza di Hans si era stabilito suo zio Theodor, e che non si era voluto disturbare il vecchio signore, anche perché questa stanza era pur sempre più grande e anche più comoda. Che zio Theodor abitasse in casa era per Hans una novità.

Il cacciatore Gracco

[Quaderno in ottavo B, fine dicembre 1916:]

Due ragazzi sedevano sul muretto del molo e giocavano a dadi. Un uomo leggeva una rivista sui gradini di un monumento all’ombra dell’eroe che brandiva la sciabola. Una ragazza alla fontana riempiva d’acqua il suo mastello. Un fruttivendolo stava accanto alla sua merce guardando verso il lago. In fondo a una bettola, attraverso porte e finestre vuote, si vedevano due uomini con del vino. L’oste sonnecchiava davanti, seduto a un tavolo. Un battello scivolò silenzioso, come se fosse trainato, dentro il piccolo porto. Un uomo vestito di una casacca blu saltò a terra e tirò le funi attraverso gli anelli. Altri due uomini, in giacca scura con bottoni d’argento, portavano dietro al capitano una bara su cui evidentemente giaceva un uomo, sotto un grande telo di seta ornato di fiori e di frange. Sul molo nessuno si curò dei nuovi arrivati, neppure quando posarono la bara per aspettare il capitano, che era ancora affaccendato con le funi, nessuno si avvicinò, nessuno rivolse loro domande, nessuno li osservò più attentamente. Il capitano fu trattenuto ancora un poco da una donna che, con un bambino al seno e i capelli sciolti, appariva ora sul ponte. Infine giunse, accennò a una casa giallastra a due piani che lì vicino, a sinistra, si alzava verticale non lontano dall’acqua, i portatori sollevarono il peso e lo trasportarono attraverso il portale basso ma formato da sottili colonne. Un ragazzino aprì una finestra, fece in tempo a notare come il gruppo scomparisse nella casa e richiuse in fretta. Anche il portale ora venne chiuso, era ben costruito con pesante legno di quercia. Uno stormo di colombe che finora aveva volato intorno al campanile si posò sulla piazza davanti alla casa. Una di esse volò fino al primo piano e picchiettò sul vetro della finestra. Erano uccelli di colore chiaro, vivaci e ben nutriti. Con grande slancio, la donna dalla barca gettò loro del grano, gli uccelli lo raccolsero e volarono verso di lei. Un uomo anziano con cilindro e fasciato a lutto scese lungo una delle stradine sottili in forte pendenza che conducevano al porto. Si guardava intorno con attenzione, tutto lo turbava, la vista di immondizia in un angolo gli piegò il viso in una smorfia, sui gradini del monumento c’erano bucce di frutta, egli le spinse giù, passando, con il bastone. Giunto al portale con colonne, bussò, togliendosi al contempo il cilindro con la destra guantata di nero. Il portone si aprì immediatamente, almeno cinquanta ragazzini formavano una fila nel lungo corridoio, inchinandosi. Il capitano scese le scale, salutò il signore, lo condusse di sopra, al primo piano fece con lui il giro del cortile circondato da logge slanciate, ed entrambi entrarono, mentre i ragazzi si affollavano a rispettosa distanza, in un grande ambiente fresco nel retro della casa, di fronte al quale si ergeva non un’altra casa, ma solo una nuda parete di roccia nerastra. I portatori erano impegnati ad alzare e accendere alcune lunghe candele alla testa della bara; non per questo si ottenne luce, ma solo furono snidate le ombre che prima riposavano, e ora ondeggiavano sulle pareti. Il telo era stato rimosso dalla bara. Giaceva là un uomo con barba e capelli cresciuti disordinatamente insieme, pelle abbronzata, di aspetto simile a un cacciatore. Giaceva immobile, apparentemente senza respirare, con gli occhi chiusi, tuttavia solo le circostanze inducevano a pensare che potesse trattarsi di un morto.

Il signore si avvicinò alla bara, pose una mano sulla fronte dell’uomo disteso, quindi si inginocchiò e pregò. Il capitano fece un cenno ai portatori perché lasciassero la stanza, quelli uscirono, cacciarono i ragazzi che si erano affollati là fuori e chiusero la porta. Ma al signore questa quiete sembrò ancora insufficiente, guardò il capitano, questi capì e attraverso una porta laterale passò nella stanza adiacente. Subito l’uomo nella bara aprì gli occhi, con un sorriso doloroso volse il capo al signore e disse: "Chi sei?" Il signore, senza stupore apparente, si alzò dalla sua posizione inginocchiata e rispose: "Il sindaco di Riva." L’uomo nella bara fece un cenno, indicò una sedia con il braccio debolmente alzato e disse, dopo che il sindaco aveva accolto il suo invito: "Naturalmente, signor sindaco, lo sapevo già, ma nel primo momento dimentico sempre tutto, tutto mi gira intorno ed è meglio che io chieda, anche quando so già tutto. Probabilmente anche lei sa che io sono il cacciatore Gracco." "Certo", disse il sindaco, "lei mi è stato annunciato stanotte. Dormivamo da parecchio, quando verso mezzanotte mia moglie esclama: "Salvatore" - così mi chiamo - "guarda la colomba alla finestra". C’era in effetti una colomba, ma grande come un gallo. Mi è volata all’orecchio e ha detto: "Domani verrà il morto cacciatore Gracco, accoglilo in nome della città."" Il cacciatore fece un cenno e passò la punta della lingua fra le labbra: "Sì, le colombe mi precedono in volo. Ma lei, signor sindaco, crede che io debba fermarmi a Riva?" "Questo non posso ancora dirlo", rispose il sindaco. "Lei è morto?" "Sì", disse il cacciatore, "come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto." "Eppure lei è anche vivo?" disse il sindaco. "In un certo senso", disse il cacciatore, "in un certo senso sono anche vivo. La mia barca funebre ha sbagliato strada, un falso movimento del timone, un attimo di disattenzione del conducente, una deviazione nella mia meravigliosa patria, non so che cosa fu, solo questo so, che sono rimasto sulla terra e da allora la mia barca viaggia sulle acque terrene. Così io, che avrei voluto vivere solo sui miei monti, viaggio dopo la mia morte in tutti i paesi della terra." "E non ha parte alcuna dell’aldilà?" domandò il sindaco con la fronte aggrottata. "Sono sempre sulla grande scala che porta lassù," rispose il cacciatore, "su questa gradinata infinitamente ampia io mi aggiro, ora su ora giù, ora a destra ora a sinistra, sempre in movimento. Ma se prendo uno slancio decisivo verso l’alto, e già la porta mi risplende lassù, allora mi risveglio nella mia vecchia barca, che ristagna desolata in qualche acqua terrestre. L’errore di fondo della mia morte di un tempo mi deride nella mia cabina, Julia, la moglie del capitano, mi porta alla mia bara la bevanda mattutina del paese la cui costa stiamo attraversando." "Un brutto destino", disse il sindaco con la mano alzata come per difendersi. "E lei non ne ha colpa?" "Nessuna", disse il cacciatore, "ero un cacciatore, forse è una colpa questa? Praticavo la caccia nella Foresta Nera, dove a quei tempi c’erano anche i lupi. Tendevo agguati, tiravo, colpivo, scuoiavo, è forse una colpa? Il mio lavoro era benedetto. Mi chiamavano il grande cacciatore della Foresta Nera. E’ forse una colpa?" "Non è compito mio deciderlo", disse il sindaco, "ma neppure a me tutto questo sembra una colpa. Ma allora di chi è la colpa?" "Del barcaiolo", disse il cacciatore

"E ora lei pensa di rimanere da noi a Riva?" chiese il sindaco. "Io non penso", disse il cacciatore sorridendo, e per attenuare lo scherzo pose la mano sul ginocchio del sindaco. "Io sono qui, altro non so, altro non posso fare. La mia barca è senza timone, viaggia con il vento che soffia nelle regioni più basse della morte."

Io sono il cacciatore Gracco, la mia patria è la Foresta Nera in Germania.

Nessuno leggerà ciò che io scrivo qui; nessuno verrà ad aiutarmi; se fosse stabilito come compito di aiutarmi, allora tutte le porte di tutte le case rimarrebbero chiuse, tutte le finestre chiuse, tutti sarebbero nei loro letti, con le coperte gettate sulla testa, tutta la terra sarebbe un dormitorio. Ciò è ben comprensibile, perché nessuno sa di me, e se qualcuno sapesse non saprebbe però dove abito, e se sapesse dove abito non saprebbe però trattenermi là, e se sapesse trattenermi là non saprebbe però come venirmi in aiuto. Il pensiero di volermi aiutare è una malattia e deve essere curata a letto.

Questo io lo so e dunque non scrivo per procurarmi un aiuto, sebbene in certi momenti in cui non mi controllo, come per esempio proprio ora, mi viene da pensarci con forza. Ma per cacciare simili pensieri basta che io mi guardi intorno e mi rammenti dove sono e dove abito - posso ben dirlo - da secoli. Mentre scrivo tutto questo sono sdraiato su una panca di legno, indosso - non è un piacere vedermi - una camicia funebre sporca, capelli e barba, grigi e neri, crescono insieme inestricabili, le mie gambe sono coperte da un telo da donna di seta, ornato di fiori e frange. Alla mia testa si trova una candela da chiesa che mi fa luce. Sul muro davanti a me c’è un piccolo quadro, evidentemente un boscimano, che con una lancia prende la mira su di me e per quanto può si copre dietro uno scudo grandiosamente decorato. Sulle navi si trovano spesso quadri stupidi, ma questo è uno dei più stupidi. Per il resto la mia gabbia di legno è completamente vuota. Attraverso un oblò della parete laterale arriva l’aria calda della notte meridionale e ascolto l’acqua che batte contro la vecchia barca.

Qui io giaccio da allora, quando, mentre ero ancora il vivo cacciatore Gracco, precipitai inseguendo un camoscio nella patria Foresta Nera. Tutto andava secondo l’ordine delle cose. Io inseguivo, precipitai, mi dissanguai in una scarpata, morii e questa barca doveva trasportarmi nell’aldilà. Ricordo ancora con quanta felicità mi sono sdraiato per la prima volta su questa panca, i monti non avevano ancora mai udito da me un canto come quello che udivano queste quattro pareti, allora ancora al crepuscolo. Volentieri ero vissuto e volentieri ero morto, prima di salire a bordo lieto gettai via da me l’impiccio del fucile, della borsa e della veste da caccia che sempre avevo portato con orgoglio, ed entrai nella camicia funebre come una fanciulla nella veste nuziale. Giacevo qui e aspettavo.

Allora avvenne

[Quaderno in ottavo D, marzo-aprile 1917:]

"Come sarebbe, cacciatore Gracco, tu viaggi da secoli in questa vecchia barca?"

"Già da cinquecento anni."

"E sempre in questa nave?"

"Sempre in questa barca. Barca è il nome giusto. Non ti intendi di navi, vero?"

"No, è solo da oggi che me ne occupo, da quando so di te, da quando sono salito sulla tua nave."

"Non devi scusarti. Anch’io vengo dall’interno. Non ero un marinaio, né volevo diventarlo, monti e foreste erano la mia felicità, e ora - il più anziano viaggiatore sul mare, il cacciatore Gracco protettore dei marinai, il cacciatore Gracco implorato dal mozzo che si torce le mani sulla coffa, angosciato nella notte di tempesta. Non ridere."

"Ridere io? No davvero. Con il cuore in tumulto stavo davanti alla porta della tua cabina, con il cuore in tumulto sono entrato. I tuoi modi amichevoli mi tranquillizzano un poco, ma non dimenticherò mai di chi sono ospite."

"Certo, hai ragione. Ad ogni modo, io sono il cacciatore Gracco. Perché non assaggi un po’ di vino, non conosco la marca, ma è dolce e forte, il capo mi tratta bene."

"Ora no, ti prego, sono troppo agitato. Forse più tardi, se mi sopporterai ancora qui. Chi è il capo?"

"Il proprietario della barca. Questi capi a dire il vero sono persone eccellenti. Io però non li capisco. Non mi riferisco alla loro lingua, anche se naturalmente spesso non capisco neppure quella. Ma questo è collaterale. Ho imparato abbastanza lingue nel corso dei secoli, e potrei fare da interprete fra gli antenati e i contemporanei. Quello che non capisco dei capi è il loro modo di pensare. Forse tu puoi spiegarmelo."

"Non ho molta speranza. Come potrei spiegare qualcosa a te, davanti a te sono solo un bambino che balbetta."

"Non fare così, te lo dico una volta per tutte. Mi farai un piacere se ti comporterai in modo un po’ più virile, un po’ più sicuro di te. Che me ne faccio di avere per ospite un’ombra. Piuttosto lo soffio via sul mare attraverso l’oblò. Ho bisogno di diverse spiegazioni. Tu che te ne vai in giro là fuori puoi darmele. Ma se ciondoli qui intorno al mio tavolo e ingannandoti dimentichi quel poco che sai, allora puoi anche levarti subito di torno. Io non ho peli sulla lingua."

"C’è qualcosa di giusto in quel che dici. In effetti per certi versi io ti sono superiore. Cercherò di dominarmi. Fammi la domanda."

"Meglio, molto meglio se esageri in questa direzione e ti immagini una qualche superiorità. Devi solo capirmi per bene. Io sono un uomo come te, solo più impaziente di quel paio di secoli di cui sono più anziano. Allora, volevamo parlare dei capi. Fai attenzione. E bevi un po’ di vino per aguzzarti il cervello. Senza paura. Forza. Ne abbiamo ancora una nave intera."

"Gracco, è un vino eccellente. Viva il capo."

"Peccato che sia morto proprio oggi. Era un brav’uomo e se n’è andato in pace. Giudiziosi ragazzi ormai cresciuti stavano al suo letto di morte, ai suoi piedi la moglie ha perso i sensi, ma il suo ultimo pensiero lo ha dedicato a me. Era un brav’uomo, di Amburgo."

"Santo cielo, di Amburgo, e tu qui al sud sai che è morto oggi."

"Come, non dovrei sapere quando muore il mio capo? Sei proprio un sempliciotto."

"Vuoi offendermi?"

"No, niente affatto, non lo faccio apposta. Tu però devi stupirti di meno e bere di più. Con i capi la cosa sta nei seguenti termini: in origine, la barca non apparteneva a nessuno."

"Gracco, una preghiera. Prima di tutto dimmi in modo succinto ma coerente come stanno le cose riguardo a te. Ti confesso la verità: non ne so niente. Per te naturalmente si tratta di cose evidenti, e come fai di solito ne presupponi la conoscenza nel mondo intero. Ora però in una breve vita umana - perché la vita è breve, Gracco, cerca di capirlo - in questa breve vita dunque si è già fin troppo impegnati a innalzare se stessi e la propria famiglia. E per quanto il cacciatore Gracco sia interessante - e questa è convinzione, non piaggeria - non si ha tempo per pensare a lui, informarsi di lui e neppure per preoccuparsi di lui. Forse sul letto di morte, come il tuo amburghese, questo non lo so. Forse in quel momento un uomo diligente ha per la prima volta il tempo di distendersi e allora il verde cacciatore Gracco sfiora finalmente i suoi pensieri oziosi. Ma altrimenti, come ho detto: io non sapevo niente di te, sono qui nel porto a motivo dei miei affari, ho visto la barca, la passerella era lì davanti, sono salito - ma ora vorrei sapere qualcosa che ti riguardi."

"Ah, che mi riguardi. Storie vecchie, vecchie. Tutti i libri ne sono pieni, in tutte le scuole gli insegnanti le disegnano alla lavagna, la madre ne sogna mentre il bambino si nutre al seno - e tu stai qui seduto e mi chiedi qualcosa che mi riguardi. Devi aver proprio bruciato la tua gioventù."

"Può essere, succede a tutte le gioventù. Però credo che ti sarebbe assai utile se tu per una volta ti guardassi un po’ intorno nel mondo. Per quanto possa sembrarti comico, e io stesso in questo luogo quasi me ne stupisco, tu non sei l’oggetto delle chiacchiere cittadine, di quante cose si possa parlare, tu non sei fra quelle, il mondo va per il suo corso e tu per il tuo viaggio, ma mai finora mi sono accorto che vi siate incrociati."

"Queste, caro mio, sono osservazioni tue, altri ne avranno fatte di diverse. Qui ci sono solo due possibilità. O tu stai tacendo quel che sai di me per qualche tua definita intenzione, e allora ti dico francamente: sei su una strada sbagliata. Oppure davvero credi di non ricordarti di me perché confondi la mia storia con un’altra. E allora ti dico: io sono - no, non posso, tutti lo sanno e proprio io dovrei raccontartelo! E’ passato tanto tempo. Chiedilo agli storici! Nella loro stanzetta guardano a bocca aperta ciò che è accaduto da tanto tempo e lo descrivono senza sosta. Vai da loro e poi ritorna. E’ passato tanto tempo. Come posso conservarlo in questo cervello così stracolmo."

"Aspetta, Gracco, voglio aiutarti, ti farò delle domande. Da dove vieni?"

"Dalla Foresta Nera, come tutti sanno."

"Naturalmente, dalla Foresta Nera. E così hai cacciato laggiù nel quarto secolo."

"Senti, conosci la Foresta Nera?"

"No."

"Ma non conosci proprio niente. Il bambino del timoniere sa più di te, ma davvero, molto di più. Ma chi ti ha fatto entrare. E’ proprio un destino. La tua modestia iniziale era davvero fin troppo ben fondata. Sei un nulla che io sto riempiendo di vino. Ora viene fuori che non conosci neppure la Foresta Nera. Io ho cacciato laggiù fino all’età di venticinque anni. Se il camoscio non mi avesse attirato - ecco, ora lo sai - avrei avuto una lunga e bella vita di cacciatore, ma il camoscio mi ha attirato, sono precipitato e mi sono sfracellato sui sassi. Non farmi più domande. Qui io sto, morto, morto, morto. Non so perché sono qui. Fui caricato sulla barca funebre, come si conviene, un povero morto, furono fatte con me quelle tre o quattro manovre come con tutti, perché fare eccezioni con il cacciatore Gracco, tutto era in ordine, io giacevo disteso nella barca,

[Diari, quaderno 11, nota del 6.4.1917:]

6.4.17. Nel piccolo porto, dove di solito si fermano, oltre alle navi da pesca, solo due vaporetti per trasporto passeggeri che coprono i collegamenti del lago, c’era oggi una barca straniera. Una vecchia barca pesante, relativamente bassa e molto panciuta, sporca e come inzaccherata di acqua fangosa, sembrava che ancora ne gocciolasse la fiancata giallastra, gli alberi incomprensibilmente alti, l’albero maestro spezzato nel terzo più alto, le vele spiegazzate, grezze, color marrone giallastro tese di traverso fra gli alberi, rammendate, inadeguate a qualsiasi soffio di vento.

Rimasi a guardare a lungo stupito, aspettai che qualcuno si mostrasse sul ponte, non venne nessuno. Vicino a me, sul muretto del molo, si sedette un operaio. "Di chi è la nave?" chiesi, "la vedo oggi per la prima volta." "Viene ogni due o tre anni" disse l’uomo "e appartiene al cacciatore Gracco"


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




Top Back Print Search Sitemap Tip Login