Un mattino d’inverno - fuori, nella luce torbida, cadeva la neve - K. sedeva nel suo ufficio, già stanchissimo, benché fosse così presto. Per difendersi almeno dagli impiegati di grado inferiore, aveva ordinato al portiere di non far entrare nessuno perché era occupato con un lavoro più impegnativo del solito; ma invece di lavorare si rigirava sulla sedia, spostava lentamente alcuni oggetti sul tavolo e poi, senza accorgersene, abbandonava sulla scrivania il braccio disteso e rimaneva seduto immobile, con il capo chino.
Il pensiero del processo non lo abbandonava più. Già diverse volte si era chiesto se non sarebbe stato bene elaborare un memoriale di difesa e consegnarlo al tribunale. Nel memoriale voleva presentare una breve esposizione della sua vita, chiarendo, per ogni evento che fosse in qualche modo più importante, per quali motivi si era comportato così, se tale condotta, in base al suo giudizio attuale, era censurabile o giustificata e quali motivazioni poteva addurre per questo o per quello. Non c’era dubbio che un tale memoriale presentasse dei vantaggi rispetto alla semplice difesa ad opera dell’avvocato, il quale tra l’altro non era neppure lui un individuo senza macchia. K. non sapeva nulla delle iniziative dell’avvocato; comunque non erano gran cosa, già da un mese non si faceva più vivo e d’altronde in nessuno dei colloqui precedenti K. aveva ricevuto l’impressione che quest’uomo potesse ottenere molto per lui. Prima di tutto, non lo aveva quasi interrogato; e qui c’erano invece tante domande da fare, le domande erano la cosa principale. K. aveva l’impressione che lui stesso sarebbe stato in grado di porre tutte le domande adeguate al caso. L’avvocato invece, anziché domandare, si metteva lui a raccontare, oppure gli sedeva davanti in silenzio, si chinava un po’ sulla scrivania, probabilmente perché debole di orecchio, poi si tirava una ciocca della barba e abbassava lo sguardo sul tappeto, forse proprio sul punto dove K. era stato con Leni. Ogni tanto dava a K. qualche vuoto ammonimento, come se ne danno ai bambini. Erano chiacchiere tanto inutili quanto noiose, per le quali K. si riprometteva di non pagare neppure un centesimo al conto finale. Quando l’avvocato riteneva di averlo umiliato abbastanza, di solito ricominciava a incoraggiarlo un po’. Allora raccontava di avere già vinto, in tutto o in parte, molti processi del genere, processi che, anche se in realtà non erano difficili come il suo, tuttavia sembravano esteriormente ancor più disperati. Qui nel cassetto aveva una lista di questi processi - e così dicendo bussava su un qualche cassetto della scrivania - ma purtroppo non poteva fargli vedere le carte perché si trattava di segreti professionali. Tuttavia ora, naturalmente, la grande esperienza che si era procurato in tutti questi processi tornava a vantaggio di K. Naturalmente aveva cominciato a lavorare subito, e ormai il primo ricorso era quasi pronto. Questo era molto importante, perché spesso la prima impressione della difesa definiva tutta la direzione del procedimento. Purtroppo, e questo doveva comunque farlo notare a K., spesso avveniva che in tribunale i primi ricorsi non fossero neppure letti. Venivano semplicemente allegati agli atti, affermando che per il momento l’interrogatorio e la sorveglianza dell’imputato erano più importanti di ogni documento scritto. Se il ricorrente metteva fretta, si aggiungeva che prima della decisione, una volta raccolto tutto il materiale, naturalmente tutti gli atti, e dunque anche questo primo ricorso, sarebbero stati vagliati. Purtroppo nella maggior parte dei casi neppure questo era giusto, il primo ricorso di solito andava in un posto sbagliato oppure veniva perso del tutto, e anche se si conservava fino alla fine veniva letto a malapena, cosa questa che però l’avvocato aveva appreso solo da voci che giravano. Tutto ciò era spiacevole, ma non del tutto ingiustificato, K. non poteva trascurare il fatto che il procedimento non era pubblico, avrebbe potuto diventarlo qualora il tribunale lo ritenesse necessario, ma la legge non lo prescriveva. In conseguenza di ciò anche i documenti del tribunale, e soprattutto l’atto di accusa, erano inaccessibili all’imputato e alla sua difesa, quindi in generale non si sapeva, per lo meno non si sapeva di preciso, contro cosa indirizzare il primo ricorso, e così a dire il vero solo per caso questo poteva contenere qualcosa che avesse significato per la questione. Ricorsi veramente idonei e documentati si potevano elaborare solo in un secondo momento, quando nel corso degli interrogatori dell’imputato i singoli punti d’accusa e le relative motivazioni diventassero più chiari o potessero essere indovinati. In queste condizioni, naturalmente, la difesa era in una posizione molto sfavorevole e difficile. Ma anche questo era intenzionale. In effetti secondo la legge la difesa non era ad esser precisi consentita, ma solo tollerata, e anche su questo, se cioè il relativo passo della legge ammettesse almeno questa tolleranza, le opinioni erano divise. A rigor di termini quindi non c’erano avvocati riconosciuti dal tribunale, ma tutti quelli che si presentavano davanti a questo tribunale come avvocati erano in fondo solo degli azzeccagarbugli. Naturalmente ciò influiva in maniera degradante sull’intera categoria, e se in futuro K. fosse andato un giorno nelle cancellerie del tribunale avrebbe potuto dare un’occhiata, tanto per vedere anche questo, alla stanza degli avvocati. Era da supporre che, davanti a una simile combriccola, si sarebbe spaventato. Già la stanzetta stretta e bassa a loro riservata dimostrava il disprezzo che il tribunale nutriva per questa gente. La stanzetta era illuminata da un piccolo oblò messo tanto in alto che se qualcuno voleva guardar fuori, doveva prima cercarsi un collega che lo prendesse sulla schiena, e d’altronde nel far ciò il fumo di un camino messo proprio lì davanti gli sarebbe entrato nel naso e gli avrebbe tinto di nero la faccia. Nel pavimento di questa stanzetta - tanto per fare un esempio delle condizioni in cui versava - già da più di un anno c’era un buco, non tanto grande da far passare un uomo, ma abbastanza grande da farci entrar dentro una gamba intera. La stanza degli avvocati era sulla seconda soffitta, così se uno cascava nel buco la sua gamba avrebbe spenzolato sulla prima soffitta, e proprio sul corridoio dove le parti in causa erano in attesa. Fra gli avvocati questa situazione era definita a dir poco scandalosa. Le lamentele all’amministrazione non avevano il minimo esito, e anzi era severamente vietato agli avvocati cambiare alcunché nella stanza, sia pure a proprie spese. Ma anche questo modo di trattare gli avvocati aveva la sua giustificazione. Si intendeva scoraggiare il più possibile la difesa, tutto doveva essere messo nelle mani dell’imputato in prima persona. Questo, in fin dei conti, non era un punto di vista sbagliato, ma niente sarebbe stato più erroneo che concluderne che gli avvocati erano inutili all’imputato. Al contrario, in nessun altro tribunale erano tanto necessari quanto in questo. Infatti, in generale, il procedimento era segreto non solo per l’opinione pubblica, ma anche per l’imputato; naturalmente solo in quanto ciò fosse possibile, ma lo era in larghissima parte. L’imputato infatti non aveva accesso ai documenti giudiziari, e trarre conclusioni dagli interrogatori sui documenti che ne stavano alla base era una cosa assai difficile, soprattutto per l’imputato, che era pur sempre parte in causa ed era distratto da ogni genere di preoccupazione. Proprio qui interveniva la difesa. In generale, i difensori non potevano assistere agli interrogatori, e dovevano perciò far domande in proposito all’imputato dopo l’interrogatorio stesso, e per quanto possibile già alla porta della sala delle udienze; e da queste informazioni già molto sbiadite dovevano trarre gli elementi idonei alla difesa. Ma non era questa la cosa più importante, dato che in questo modo non era possibile venire a sapere granché, anche se naturalmente qui come ovunque le persone in gamba venivano a sapere più degli altri. La cosa più importante rimaneva però la rete di conoscenze personali dell’avvocato, in queste risiedeva il maggior valore della difesa. Ora, K. si era certo già reso conto dalle proprie esperienze che l’organizzazione più bassa del tribunale non era del tutto perfetta, ma comprendeva dipendenti negligenti o corrotti, per cui c’erano in qualche modo dei buchi nella severa reticenza del tribunale. La maggior parte degli avvocati si affollava proprio qui, qui si corrompeva e si origliava, almeno in passato si erano persino dati casi di furto degli atti. Non si poteva negare che in tal modo si potessero raggiungere, momentaneamente, alcuni risultati addirittura sorprendenti, e con tali risultati questi avvocatucoli se ne andavano in giro orgogliosi attirandosi nuovi clienti, ma per il seguito del processo ciò non significava nulla, o nulla di buono. Un valore reale lo avevano solo le sincere relazioni personali, e in particolare con gli alti funzionari, intendendo con questo naturalmente gli alti funzionari di grado più basso. Solo in questo modo era possibile influenzare il corso del processo, in maniera dapprima appena percettibile, poi però in modo sempre più evidente. Questo era nelle possibilità di pochi avvocati, e a questo proposito la scelta di K. era stata molto azzeccata. Solo uno o due avvocati, forse, potevano vantare relazioni simili a quelle del dottor Huld. Costoro non si occupavano della combriccola che frequentava la stanza degli avvocati, e non avevano con quelli niente in comune. Invece, tanto più stretta era la relazione con i funzionari del tribunale. Non era neppure sempre necessario che il dottor Huld andasse in tribunale, aspettasse in anticamera il passaggio casuale dei giudici istruttori e, a seconda del loro umore, ottenesse qualche successo, per lo più apparente, o magari neppure questo. No, ma, come K. aveva già potuto vedere, i funzionari, e fra questi anche alcuni di alto grado, venivano da sé, gli davano volentieri le informazioni, apertamente o per lo meno in forma comprensibile, discutevano la prosecuzione dei processi, anzi in alcuni casi si lasciavano convincere e prendevano volentieri in considerazione l’opinione altrui. A dire il vero, proprio su quest’ultimo punto non ci si poteva fidare molto di loro; per quanto esprimessero con chiarezza la loro nuova opinione, favorevole alla difesa, magari se ne andavano dritti in cancelleria ed emettevano il giorno dopo una sentenza che conteneva esattamente il contrario, e magari era ancor più severa nei confronti dell’imputato di quanto non fosse la loro prima intenzione, intenzione che dicevano di avere completamente abbandonato. Naturalmente contro cose del genere non c’era difesa, perché ciò che dicevano a quattr’occhi era, per l’appunto, solo detto a quattr’occhi e non consentiva alcuna iniziativa alla luce del sole, anche se la difesa non avesse comunque avuto tutto l’interesse a mantenersi il favore dei signori. D’altra parte, era anche vero che i signori si mettevano in contatto con la difesa - naturalmente con una difesa ragionevole - non solo per umanità o per sentimenti di amicizia, ma assai più perché, da un certo punto di vista, questa era la loro unica risorsa. Qui entrava in gioco lo svantaggio di una organizzazione giudiziaria che imponeva la segretezza del tribunale fin dai suoi inizi. Ai funzionari mancava il rapporto con la popolazione, per i soliti processi di medio calibro erano ben preparati, un tale processo scivolava sul suo binario quasi da sé e aveva bisogno solo ogni tanto di una piccola spinta, mentre erano spesso disorientati di fronte ai casi semplicissimi e di fronte ai casi particolarmente difficili, e siccome erano rinchiusi giorno e notte nella loro legge non avevano il senso dei rapporti umani, cosa di cui in tali casi sentivano molto la mancanza. Allora venivano per consiglio dall’avvocato, e dietro di loro un fattorino portava gli atti, altrimenti così segreti. Qualcuno di questi signori, qualcuno di quelli da cui meno lo si poteva aspettare, lo si sarebbe potuto trovare vicino a questa finestra, a guardare giù nella strada, del tutto smarrito, mentre l’avvocato alla scrivania studiava gli atti per poter dare un buon consiglio. D’altra parte era proprio in simili occasioni che si poteva osservare come i signori prendessero straordinariamente sul serio il loro mestiere, e come gli ostacoli che non potevano, per loro natura, superare li gettassero in una grande disperazione. Ma anche a prescindere da questo la loro posizione non era facile, non gli si poteva fare l’ingiustizia di considerare facile la loro posizione. La gerarchia e la disposizione per gradi del tribunale erano infinite, e non potevano essere percepite a pieno neppure dagli iniziati. Il procedimento davanti alle corti di giustizia era nel suo complesso segreto anche per i funzionari più bassi, e perciò era raro che potessero seguire pienamente il percorso della pratica che stavano svolgendo fino ai suoi esiti più lontani, la vicenda giudiziaria quindi compariva spesso dentro il loro angolo visuale senza che essi sapessero da dove veniva e proseguiva oltre senza che ne conoscessero la destinazione. Perciò a questi funzionari sfuggiva l’insegnamento che si poteva trarre dallo studio dei singoli stadi del processo, della decisione finale e delle sue motivazioni. Potevano occuparsi solo di quella parte di processo ritagliata per loro dalla legge, mentre del seguito, e cioè dei risultati del loro stesso lavoro, ne sapevano di solito meno della difesa, la quale invece, di regola, restava in contatto con l’imputato fin quasi alla conclusione del processo. Anche in questo senso, dunque, potevano apprendere dalla difesa qualcosa di importante. Tenendo presente tutto ciò, forse che K. poteva ancora stupirsi che i funzionari fossero nervosi, tanto che a volte - tutti facevano questa esperienza - si comportavano in maniera offensiva verso gli imputati? Tutti i funzionari erano nervosi, anche quando sembravano calmi. Naturalmente erano soprattutto i piccoli avvocati a risentirne di più. Per esempio, si raccontava il seguente aneddoto, che aveva tutta l’apparenza della verità. Un vecchio funzionario, un signore buono e tranquillo, aveva studiato per un giorno e una notte interi - questi funzionari sono infatti diligenti come nessun altro - una pratica difficile, resa complicata proprio dai ricorsi dell’avvocato. Verso il mattino, dopo un lavoro verosimilmente non molto proficuo di ventiquattr’ore filate, si avviò all’ingresso, vi si nascose dietro e buttava giù dalle scale tutti gli avvocati che volevano entrare. Gli avvocati si riunirono al pianerottolo sottostante e si consigliarono sul da farsi; da un lato non avevano alcun vero diritto a essere ammessi, e dunque non potevano prendere delle iniziative contro il funzionario, senza contare che come già detto, dovevano anche stare attenti a non attirarsi l’ostilità dei funzionari. D’altra parte però ogni giorno passato lontano dal tribunale era per loro perduto, e quindi avevano molto interesse a riuscire a entrare. Alla fine furono d’accordo che avrebbero preso il vecchio signore per stanchezza. Ogni momento mandavano un avvocato, che saliva di corsa le scale e, dopo una resistenza il più possibile passiva, si lasciava scaraventare di sotto, dove veniva raccolto dai colleghi. Questo durò all’incirca un’ora, dopo di che il vecchio signore, che era già stremato dal lavoro notturno, si stancò realmente e se ne tornò nella cancelleria. Dapprima quelli di sotto non ci volevano credere, e cominciarono con il mandare uno che doveva guardare dietro la porta per accertarsi se davvero non c’era nessuno. Solo dopo di ciò passarono gli altri, ed è probabile che non si azzardarono nemmeno a brontolare. Perché gli avvocati - e anche il più insignificante di loro poteva, almeno in parte, capire come stanno le cose - non avevano alcun interesse a introdurre un qualsiasi miglioramento nel tribunale o a farsi valere per forza, mentre - e questo era molto significativo - quasi ogni imputato, e anche la persona più ingenua, appena iniziato il processo, cominciava subito a pensare a proposte di miglioramento, perdendo così tempo ed energia che avrebbero potuto essere utilizzate molto meglio. L’unica cosa giusta era adattarsi alle condizioni esistenti. Anche se fosse stato possibile migliorare singoli dettagli - ma questa era un’assurda superstizione - nel migliore dei casi si sarebbe ottenuto qualcosa per i prossimi casi, ma nel frattempo si sarebbe fatto un danno smisurato a se stessi, risvegliando le attenzioni particolari dei funzionari, sempre vendicativi. Come prima cosa, non attirare su di sé l’attenzione! Rimanere calmi, anche se ti succedono le cose più insensate! Bisognava cercare di capire che questa grande organizzazione giudiziaria era in un certo senso sempre a mezz’aria, e che cambiando di propria iniziativa qualcosa là dove ci si trovava ci si sottraeva da soli il terreno sotto i piedi e si poteva precipitare, mentre la grande organizzazione, appena disturbata, trovava un compenso altrove - tutto, infatti, era collegato - e rimaneva immutata, oppure, cosa verosimile, diventava ancor più chiusa, ancor più guardinga, ancor più severa, ancor più malvagia. Quindi era meglio lasciar lavorare gli avvocati, anziché disturbarli. I rimproveri non erano molto utili, specialmente se era impossibile renderne comprensibili, in tutta la loro estensione, le motivazioni, pure bisognava dire quanto K. avesse nuociuto alla propria causa comportandosi come si era comportato nei confronti del direttore delle cancellerie. Quest’uomo influente era ormai quasi da cancellare dalla lista delle persone presso le quali si poteva prendere qualche iniziativa a favore di K. Chiaramente con intenzione, faceva finta di non sentire quando si accennava, anche di sfuggita, al processo. In alcune cose, i funzionari erano come dei bambini. Bastavano spesso delle sciocchezze - non si poteva però purtroppo definire così il comportamento di K. - per offenderli tanto che smettevano di parlare anche con i vecchi amici, si voltavano quando li incontravano e agivano in ogni modo possibile contro di loro. Poi però, a sorpresa e senza motivi particolari, si riusciva a farli ridere con un piccolo scherzo, che ci si permetteva solo perché tutto sembrava perduto, ed ecco che erano riconciliati. I rapporti con loro erano facili e difficili al tempo stesso, e quasi non c’erano regole. A volte c’era da stupirsi che una singola vita di media durata potesse bastare per imparare tanto da poter lavorare in questo campo con un certo successo. Ma poi, come capita a tutti, venivano momenti difficili in cui si riteneva di non avere raggiunto nulla, e si ha l’impressione che i processi andati a buon fine erano destinati a questo fin dall’inizio e sarebbero finiti così anche senza alcun aiuto, mentre tutti gli altri sono stati perduti nonostante tutte le corse, le fatiche e gli apparenti successi, dei quali ci si era tanto rallegrati. Allora sembrava che non ci fosse più niente di sicuro e su domanda precisa uno non avrebbe avuto neppure il coraggio di negare che anche alcuni processi per loro natura destinati a buon fine erano finiti fuori strada proprio per colpa dell’assistenza legale. Certo anche questa era una forma di fiducia in se stessi, ma in questi casi era l’unica che rimanesse. A queste crisi - perché naturalmente sono solo crisi - gli avvocati erano esposti soprattutto quando improvvisamente viene tolto loro di mano un processo che avevano guidato abbastanza a lungo e in maniera soddisfacente. Questa era certo la cosa peggiore che potesse capitare a un avvocato. Non che il processo potesse essergli sottratto dall’imputato, questo certo non accadeva mai, una volta che si è scelto un dato avvocato un imputato deve rimanere con lui succeda quel che succeda. Del resto com’era possibile, una volta che si era preteso aiuto, sopportare ancora da soli? Perciò questo non succedeva, invece a volte succedeva che il processo prendesse una direzione che l’avvocato non poteva più seguire. Il processo, l’imputato e tutto il resto venivano semplicemente sottratti all’avvocato; in tali casi non servivano più neppure le più influenti relazioni con i funzionari, perché neppure loro sapevano nulla. Il processo era entrato in uno stadio in cui nessun aiuto era più possibile, in cui veniva esaminato da corti inaccessibili, dove neppure l’imputato era più raggiungibile da parte dell’avvocato. Allora succedeva di tornare un giorno a casa e trovare sul proprio tavolo tutti i molti ricorsi compilati in quella causa con la massima diligenza e con le migliori speranze; rispediti al mittente perché non trasferibili a questa nuova fase del processo, scartafacci senza valore. Non che con questo il processo fosse perduto, niente affatto, o per lo meno non c’erano indizi decisivi che lo facessero pensare, soltanto non si sapeva più niente del processo, né se ne sarebbe saputo più niente in seguito. Per fortuna questi casi erano eccezioni, e anche se il processo di K. fosse stato un caso del genere era per il momento ancora lontano da un tale stadio. Qui perciò c’erano ancora molte possibilità di intervento da parte di un avvocato e K. poteva star sicuro che sarebbero state sfruttate. Come detto, il ricorso non era ancora stato consegnato, ma neppure c’era fretta, erano molto più importanti i colloqui introduttivi con i funzionari competenti, e questi avevano già avuto luogo. Con esito variabile, bisognava confessarlo. Per il momento era molto meglio non rivelare dettagli che avrebbero solo potuto influenzare negativamente K. rendendolo troppo speranzoso o troppo ansioso, conveniva dire solo che singoli funzionari si erano espressi molto favorevolmente e si erano anche mostrati molto disponibili, mentre altri si erano espressi meno favorevolmente, ma tuttavia non avevano in alcun modo rifiutato la propria collaborazione. Nel complesso perciò ci si poteva rallegrare molto del risultato, solo non se ne dovevano trarre particolari conclusioni, perché tutti i preliminari cominciavano sempre nello stesso modo ed era solo lo sviluppo ulteriore che mostrava il valore dei preliminari. In ogni caso niente era ancora perduto e se si riusciva, malgrado tutto, a conquistarsi il favore del direttore delle cancellerie - diverse iniziative erano state avviate a tal fine - allora il tutto, come dicevano i chirurghi, sarebbe stato una ferita pulita, e si poteva aspettare con fiducia ciò che sarebbe seguito.
In questi e simili discorsi l’avvocato era inesauribile. Si ripetevano a ogni visita. Ogni volta c’erano dei progressi, ma la natura di questi progressi non poteva mai essere comunicata. Si lavorava sempre al primo ricorso, ma questo non era mai pronto, cosa che, all’incontro successivo, si rivelava sempre come un grande vantaggio, perché il momento, cosa che non era prevedibile, sarebbe stato molto sfavorevole alla consegna. Se a volte K., esausto dei discorsi, osservava che anche considerando tutte le difficoltà la cosa procedeva molto lentamente, si sentiva rispondere che ciò non era affatto vero, ma che si sarebbe molto più avanti se K. si fosse rivolto all’avvocato al momento giusto. Purtroppo aveva trascurato di farlo e questo ritardo avrebbe portato anche altri svantaggi, e non solo legati al tempo necessario.
L’unica benefica interruzione di questi incontri era Leni, che sapeva sempre organizzare le cose in modo da portare il tè all’avvocato in presenza di K. Allora stava in piedi alle spalle di K., faceva finta di guardare come l’avvocato, profondamente chino sulla tazza, si versava con una specie di golosità il tè e lo beveva; e intanto di nascosto lasciava che K. le prendesse la mano. Regnava allora un assoluto silenzio. L’avvocato beveva, K. stringeva la mano di Leni, e Leni a volte si azzardava ad accarezzare dolcemente i capelli di K. "Sei ancora qui?" chiedeva l’avvocato quando aveva finito. "Volevo portar via la tazza", diceva Leni, stringeva la mano di K. per l’ultima volta, l’avvocato si puliva la bocca e cominciava, con energia rinnovata, a coprire K. di discorsi.
Era conforto o disperazione ciò che l’avvocato voleva ottenere? K. non lo sapeva, ma presto diede per certo che la sua difesa non era in buone mani. Tutto ciò che l’avvocato diceva poteva essere vero, anche se era facile capire che cercava di mettersi il più possibile in evidenza e che forse non aveva mai avuto per le mani un processo così importante come era, a suo giudizio, quello di K. Tuttavia rimanevano sospette le relazioni personali con i funzionari, che l’avvocato tirava fuori continuamente. Possibile che fossero sfruttate esclusivamente a vantaggio di K.? L’avvocato non dimenticava mai di sottolineare che si trattava solo di funzionari di basso grado, quindi in una posizione di grande dipendenza, per la cui carriera certe svolte del processo potevano forse essere significative. Forse usavano l’avvocato per realizzare svolte del genere, che naturalmente erano sempre sfavorevoli all’imputato? Forse non facevano così in tutti i processi, certo non era verosimile, magari c’erano poi dei processi dove procuravano vantaggi all’avvocato in cambio dei suoi servizi, dato che in fondo ci tenevano anche a mantenere alta la sua reputazione. Se davvero si comportavano così, in che modo sarebbero intervenuti nel processo di K., che come aveva detto l’avvocato era un processo molto difficile e quindi importante e che fin dall’inizio aveva risvegliato una grande attenzione da parte del tribunale? Non potevano esserci molti dubbi su ciò che avrebbero fatto. Un segno di ciò lo si poteva vedere già nel fatto che il primo ricorso non era ancora stato inviato, nonostante che il processo fosse iniziato già da mesi, e nel fatto che tutto secondo l’opinione dell’avvocato si trovava ancora agli inizi, cosa che era naturalmente molto utile a intorpidire l’imputato e mantenerlo privo di mezzi, per poi sorprenderlo improvvisamente con la decisione, o quanto meno con l’informazione che l’istruttoria, conclusasi a suo sfavore, era stata trasferita alle autorità superiori.
Era assolutamente necessario che K. intervenisse di persona. Proprio quando era in condizioni di grande stanchezza, come in questo mattino d’inverno in cui tutto gli passava svogliatamente per la testa, questa convinzione era ineliminabile. Il disprezzo che prima aveva nutrito per il processo era adesso scomparso. Se fosse stato solo al mondo, avrebbe potuto facilmente disprezzare questo processo, anche se a dire il vero era sicuro che in tal caso esso non sarebbe neppure iniziato. Ma ora lo zio lo aveva già trascinato dall’avvocato, erano intervenuti i riguardi nei confronti della famiglia; la sua posizione non era più del tutto indipendente dal corso del processo, lui stesso, imprudentemente, aveva menzionato il processo davanti a conoscenti con una certa inspiegabile soddisfazione, altri per via ignota ne erano venuti a conoscenza, la relazione con la signorina Bürstner sembrava barcollare insieme al processo - insomma, non aveva quasi più la scelta fra accettare o rifiutare il processo, ci si trovava in mezzo e doveva difendersi. Se poi era stanco, tanto peggio.
Per il momento comunque non c’era motivo di preoccuparsi esageratamente. In un tempo relativamente breve era stato in grado di innalzarsi, in banca, fino alla sua attuale posizione elevata, e mantenervisi con il riconoscimento di tutti; ora bastava volgere un po’ sul processo le capacità che avevano reso questo possibile, e non c’era dubbio che tutto sarebbe andato per il meglio. Soprattutto, se si voleva ottenere qualcosa, era necessario fin dal principio eliminare ogni idea di una possibile colpa. Non c’era alcuna colpa. Il processo non era altro che un grande affare, come già ne aveva conclusi molti vantaggiosamente per la banca, un affare in cui, come di regola, si nascondevano diversi pericoli che dovevano appunto essere sventati. A questo scopo bisognava evitare di rimuginare con il pensiero su una qualche colpa, ma per quanto possibile fissare invece il pensiero a quello che era il proprio vantaggio. Da questo punto di vista era anche inevitabile sottrarre all’avvocato la sua delega il più presto possibile, meglio di tutto quella sera stessa. Secondo le chiacchiere dell’avvocato stesso questa era una cosa inaudita e magari molto offensiva, ma K. non poteva tollerare che i suoi sforzi nel processo trovassero ostacoli che magari erano provocati dal suo stesso avvocato. Invece, una volta eliminato l’avvocato, il ricorso sarebbe stato immediatamente consegnato e se possibile ogni giorno si sarebbe insistito perché venisse esaminato. A questo scopo naturalmente non sarebbe stato sufficiente che K. sedesse come gli altri nel corridoio mettendo il cappello sotto la panca. Lui stesso o le donne o altri messaggeri dovevano assillare i funzionari giorno dopo giorno e costringerli, anziché guardare nel corridoio attraverso la grata, a sedersi alla loro scrivania per studiare il ricorso di K. Simili sforzi non sarebbero mai stati interrotti, tutto doveva essere organizzato e sorvegliato, il tribunale doveva una buona volta imbattersi in un imputato che sapeva come far valere i propri diritti.
Ma anche se K. pensava di saper portare a termine tutto ciò, restava insormontabile la difficoltà di compilare il ricorso. Prima, anche solo una settimana fa, avrebbe provato un senso di vergogna all’idea di essere costretto a fare proprio lui un simile ricorso; che poi potesse anche essere un compito difficile non lo aveva nemmeno pensato. Si ricordava ancora come un mattino, proprio mentre era sommerso dal lavoro, aveva a un tratto spinto tutto da parte e aveva tirato fuori un blocchetto di appunti per buttare giù lo schema di un tale ricorso, con l’idea di metterlo poi magari a disposizione del suo tardo avvocato; e come proprio in quel momento la porta della direzione si aprì e apparve, con una gran risata, il vicedirettore. Era stato molto penoso per K., anche se naturalmente il vicedirettore non rideva per il ricorso, di cui non sapeva nulla, ma per una storiella che aveva appena sentito, per comprendere la quale era necessario un disegno che il vicedirettore, piegandosi sulla scrivania di K. e togliendogli di mano la matita, disegnò proprio sul blocchetto di appunti destinato al ricorso.
Oggi K. non pensava più alla vergogna, il ricorso andava fatto. Se non ne trovava il tempo in ufficio, cosa assai probabile, doveva scriverlo a casa, nelle notti seguenti. E se le notti non fossero bastate, doveva prendersi una vacanza. L’importante era non rimanere a metà strada, questa era la cosa più insensata non solo negli affari, ma sempre e ovunque. Certo, il ricorso significava un lavoro quasi infinito. Non ci voleva un carattere molto ansioso per arrivare alla conclusione che sarebbe stato impossibile portare a termine il ricorso. E questo non per pigrizia o per astuzia, cose che avrebbero potuto essere un ostacolo alla compilazione solo per l’avvocato, ma perché, non conoscendo l’accusa attuale né tantomeno i suoi eventuali sviluppi, bisognava riportare alla memoria, esporre e soppesare da ogni lato la vita intera, ogni azione e ogni avvenimento, per quanto piccoli. E poi, come era triste un simile lavoro. Forse era adatto, dopo la pensione, per occupare uno spirito ormai rimbambito, e aiutarlo a passare così le lunghe giornate. Ma adesso che K. aveva bisogno di tutti i suoi pensieri per il lavoro, e ogni ora passava velocissima, mentre era ancora in salita e rappresentava già una minaccia per il vicedirettore, adesso che, da giovane, voleva godersi le sue brevi serate e le sue notti, proprio adesso doveva mettersi a redigere questo ricorso. Di nuovo, i suoi pensieri si trasformavano in lamenti. Quasi senza volere, solo per farla finita, cercò con il dito il campanello elettrico che dava in anticamera. Premendolo alzò gli occhi verso l’orologio. Erano le undici, aveva passato due ore, un lasso di tempo lungo e prezioso, in fantasticherie, e naturalmente adesso era ancor più stanco di prima. Ad ogni modo non era tempo perso, aveva preso delle decisioni che potevano rivelarsi valide. Il portiere consegnò, insieme a diversa posta, due biglietti da visita di signori che stavano aspettando K. già da diverso tempo. Erano clienti molto importanti della banca, che davvero non avrebbe dovuto lasciar aspettare in nessun caso. Perché venivano in un momento così poco opportuno? E perché, sembrava che chiedessero a loro volta i signori dietro la porta chiusa, il diligente K. sprecava per faccende private le migliori ore di lavoro? Stanco per quel che era successo e aspettando stanco quel che sarebbe seguito, K. si alzò per ricevere il primo.
Era un ometto vivace, un direttore di fabbrica ben noto a K. Si dispiacque di aver disturbato K. in un lavoro importante, e K. a sua volta si rammaricò di aver fatto tanto aspettare il direttore di fabbrica. Già questo rammarico però fu espresso in un tono tanto meccanico e quasi falso che il direttore di fabbrica, se non fosse stato tanto preso dal suo affare, avrebbe dovuto notarlo. Invece tirò fuori in fretta da tutte le tasche conti e tabelle, li dispose davanti a K., spiegò diverse partite, corresse un piccolo errore di calcolo che aveva notato anche in uno sguardo così veloce, ricordò a K. un affare simile che aveva concluso con lui circa un anno prima, disse di sfuggita che stavolta un’altra banca, con i più grandi sacrifici, si era proposta per quell’affare, e infine tacque per conoscere l’opinione di K. In effetti, all’inizio, K. aveva seguito il discorso del direttore di fabbrica, anche lui era stato coinvolto dall’idea di quel grosso affare, purtroppo però non era durato a lungo, presto aveva smesso di stare a sentire, per un poco ancora aveva accennato con il capo alle più sonore esclamazioni del direttore di fabbrica, infine aveva smesso anche questo e si limitava a contemplare la testa calva, china sulle carte, e a chiedersi quando il direttore di fabbrica si sarebbe finalmente accorto che tutto quel parlare era inutile. Quando quello tacque, K. dapprima credette veramente che fosse per dargli l’occasione di confessare la propria incapacità a seguire il discorso. Fu solo con dispiacere che si accorse dallo sguardo teso del direttore di fabbrica, evidentemente pronto a ogni replica, che la discussione d’affari andava continuata. Piegò quindi il capo come davanti a un ordine e cominciò a passare con la matita lentamente su e giù sulle carte, ogni tanto si interrompeva e guardava fisso una cifra. Il direttore di fabbrica immaginò che ci fossero delle obiezioni, forse le cifre veramente non erano sicure, o forse non erano loro l’argomento decisivo, fatto sta che il direttore di fabbrica coprì le carte con la mano e ricominciò, avvicinandosi stretto a K., a esporre l’affare in generale. "E’ difficile", disse K., piegò le labbra e, siccome le carte, l’unica cosa che potesse afferrare, erano coperte, si lasciò andare sul bracciolo della sedia. Addirittura si limitò ad alzare debolmente lo sguardo quando si aprì la porta della direzione e apparve il vicedirettore, non con chiarezza ma come dietro un velo di garza. K. non rifletté oltre sulla cosa, ma osservò solo l’effetto immediato di quella apparizione, effetto che fu per lui un grande sollievo. Infatti il direttore di fabbrica saltò subito su dalla sedia andando velocemente incontro al vicedirettore, ma K. lo avrebbe voluto dieci volte più veloce, perché temeva che il vicedirettore potesse scomparire di nuovo. Era un timore infondato, i signori si incontrarono, si tesero la mano e si avvicinarono entrambi alla scrivania di K. Il direttore di fabbrica si lamentò dello scarso interesse che il procuratore mostrava per il suo affare, e indicò K., il quale sotto lo sguardo del vicedirettore si curvò di nuovo sulle carte. Quando poi i due si chinarono sulla scrivania e il direttore di fabbrica si accinse a guadagnare alla sua causa il vicedirettore, K. ebbe l’impressione che due uomini, che si immaginava di grandezza esagerata, trattassero della sua sorte al di sopra della sua testa. Lentamente, volgendo in alto gli occhi lentamente e con prudenza, cercò di capire cosa succedeva lassù, senza guardare prese dalla scrivania un documento, lo mise sulla mano aperta e piano piano, mentre egli stesso si alzava in piedi, lo passò ai due signori. Facendo questo non pensava a niente di preciso, ma si muoveva in uno stato d’animo come se intendesse comportarsi così quando avesse completato il grande ricorso che doveva scagionarlo completamente. Il vicedirettore, tutto intento alla conversazione, guardò il documento solo di sfuggita, non lesse neppure ciò che conteneva, dato che ciò che era importante per il procuratore era per lui insignificante, lo tolse di mano a K. e disse: "Grazie, so già tutto", riponendolo tranquillo sul tavolo. K. lo guardò di sbieco, amareggiato. Il vicedirettore però non se ne accorse neppure e, se se ne accorse, ne fu solo rallegrato, ogni tanto esplodeva in una forte risata, a un certo momento con una replica fulminante mise chiaramente in imbarazzo il direttore di fabbrica, ma da quell’imbarazzo lo liberò anche subito trovando lui stesso una giustificazione, e infine lo invitò a passare nel suo ufficio dove avrebbero potuto concludere la faccenda. "E’ una questione molto importante", disse il vicedirettore al direttore di fabbrica, "lo capisco perfettamente. E il signor procuratore" - anche dicendo questo si rivolgeva in verità solo al direttore di fabbrica - "sarà certo contento se lo solleviamo da questo affare. La cosa richiede una tranquilla riflessione. Oggi invece lui sembra sovraccarico di lavoro, e poi ci sono di là in anticamera delle persone che lo attendono da ore." K. ebbe ancora abbastanza autocontrollo per voltarsi dal vicedirettore e dirigere solo al direttore di fabbrica il suo amichevole ma rigido sorriso, ma non fece altro, si appoggiò con le due mani sulla scrivania un po’ chino in avanti, come un commesso dietro il banco, e rimase a vedere come i due signori continuando a parlare prendessero i documenti dal tavolo e scomparissero nella stanza della direzione. Sulla soglia il direttore di fabbrica si voltò, disse che ancora non si congedava da K. ma che naturalmente gli avrebbe riferito sul successo del colloquio, e che inoltre doveva ancora comunicargli una piccola cosa.
Finalmente K. era solo. Non pensò neppure a far passare qualche altro visitatore, e solo indistintamente si rendeva conto di quanto fosse piacevole che la gente fuori credesse che era ancora in trattative con il direttore di fabbrica e che quindi nessuno, neppure il portiere, potesse entrare nella sua stanza. Andò alla finestra, si sedette sul davanzale tenendosi alla maniglia e guardò fuori sulla piazza. La neve stava ancora cadendo, non si era neppure fatto chiaro.
Sedette così a lungo, senza sapere bene che cosa lo preoccupasse, solo ogni tanto si guardava spaventato dietro le spalle verso la porta dell’anticamera, dove, sbagliando, credeva di aver sentito un rumore. Ma siccome non venne nessuno, si calmò, andò al lavandino, si lavò con acqua fredda e con la testa più libera tornò al suo posto vicino alla finestra. La decisione di prendere personalmente in mano la propria difesa gli sembrava ora più grave di quanto avesse pensato in un primo tempo. Finché aveva delegato all’avvocato la difesa, lui stesso era comunque stato, nella sostanza, poco colpito dal processo, lo aveva osservato da lontano e quasi non poteva esserne raggiunto senza intermediazioni, ogni volta che voleva gli era possibile andare a vedere a che punto fosse la sua questione, ma ogni volta aveva potuto anche tirare indietro la testa. Invece ora che avrebbe condotto da sé la propria difesa doveva almeno per il momento esporsi completamente al tribunale, se ci riusciva certo avrebbe ottenuto in seguito la sua assoluzione completa e definitiva, ma in ogni caso temporaneamente si sarebbe trovato in un pericolo molto maggiore di quello che aveva corso finora. Se ancora ne avesse dubitato, la riunione odierna con il vicedirettore e il direttore di fabbrica avrebbe potuto convincerlo a sufficienza del contrario. Com’è che era rimasto lì seduto, tutto preso già dalla sola decisione di difendersi da solo? E come sarebbe diventata la cosa in seguito? Quali giornate gli stavano davanti! Avrebbe trovato la strada che portava, attraverso tutto questo, a un lieto fine? Non significava forse una difesa accurata - e tutto il resto non aveva senso - non significava forse una difesa accurata che per quanto possibile ci si doveva separare da tutto il resto? E sarebbe riuscito a sopportare felicemente tutto ciò? E come sarebbe riuscito a farlo rimanendo in banca? Non si trattava solo del ricorso, per il quale sarebbe forse bastata una vacanza, anche se chiedere proprio ora una vacanza sarebbe stata una grossa audacia; no, si trattava di un intero processo, la cui durata era imprevedibile. Quale ostacolo avevano improvvisamente gettato sulla carriera di K.!
E ora doveva lavorare per la banca? - Guardò la scrivania. - Ora doveva lasciar entrare la gente e trattare con loro? Mentre il suo processo avanzava, mentre lassù nella soffitta gli impiegati del tribunale stavano seduti a studiare i documenti di questo processo, lui doveva curare gli affari della banca? Non aveva forse l’apparenza di una tortura, che, riconosciuta dal tribunale, era in rapporto con il processo e ne accompagnava lo svolgimento? E in banca, nel valutare il suo lavoro, si sarebbe tenuto conto della sua situazione? Nessuno lo avrebbe fatto, e in nessun momento. Il suo processo non era certo del tutto sconosciuto, anche se non era ancora ben chiaro chi ne fosse a conoscenza, e in che misura. Evidentemente però la voce non era ancora arrivata al vicedirettore, altrimenti si sarebbe visto chiaramente come costui, senza alcun senso di colleganza o di umanità, l’avrebbe sfruttata contro di lui. E il direttore? Certamente era ben disposto verso K., e forse, venendo a sapere del processo, avrebbe inteso facilitare in qualche modo K. per quanto era nelle sue possibilità, ma certo non sarebbe arrivato in fondo, perché in questo periodo, con l’indebolirsi del contrappeso finora rappresentato da K., soggiaceva sempre più all’influsso del vicedirettore, il quale oltre tutto sfruttava anche il cattivo stato di salute del direttore per rafforzare il proprio potere. E dunque, cosa poteva sperare K.? Forse con queste riflessioni indeboliva la propria resistenza, eppure era anche necessario evitare di illudersi e vedere ogni cosa nel modo più chiaro che fosse al momento possibile.
Senza un particolare motivo, solo per non dover tornare per ora alla scrivania, aprì la finestra. Si fece aprire con difficoltà, e K. dovette girare la maniglia con due mani. Attraverso la finestra, in tutta la sua altezza e larghezza, la nebbia mista a fumo entrò nella stanza, riempiendola di un lieve odore di bruciato. Volarono dentro anche alcuni fiocchi di neve. "Un brutto autunno", disse dietro di lui il direttore di fabbrica, che uscendo dal vicedirettore era entrato inosservato nella stanza. K. fece un cenno con il capo, guardando inquieto la cartella del direttore di fabbrica, dalla quale certo costui avrebbe ora estratto i documenti per informare K. dei risultati del colloquio con il vicedirettore. Ma il direttore di fabbrica seguì lo sguardo di K., diede un colpetto sulla cartella e senza aprirla disse: "Lei vuole sapere come è andata. Abbastanza bene. Ho quasi in tasca la conclusione dell’affare. E’ un uomo stimolante, il vostro vicedirettore, ma niente affatto scevro di pericoli." Rise e strinse la mano di K., e voleva indurre anche lui al riso. Ma ora a K. sembrò di nuovo sospetto che il direttore di fabbrica non volesse mostrargli le carte e non trovò niente da ridere nella sua osservazione. "Signor procuratore", disse il direttore di fabbrica, "lei è sensibile al tempo. Ha un’aria così oppressa oggi." "Sì", disse K. premendosi la mano sulla tempia, "mal di testa, preoccupazioni familiari." "Giustissimo", disse il direttore di fabbrica, che era un uomo frettoloso e non poteva stare a sentire nessuno con calma, "abbiamo tutti la nostra croce." Senza volere K. aveva fatto un passo in direzione della porta, come se volesse accompagnare fuori il direttore di fabbrica, ma questi disse: "Signor procuratore, avrei ancora da farle una piccola comunicazione. Ho una gran paura che facendogliela proprio oggi forse le do una seccatura, ma ultimamente sono già stato due volte da lei e ogni volta me ne sono dimenticato. Se la rimando ancora, è probabile che perda del tutto il suo significato. Questo però sarebbe un peccato, perché in fondo la mia comunicazione non è forse priva di valore." Prima che K. avesse il tempo di rispondere, il direttore di fabbrica gli si avvicinò, con la falange del dito lo picchiettò sul petto e gli disse piano: "Lei ha un processo non è vero?" K. fece un passo indietro ed esclamò subito: "Questo glielo ha detto il vicedirettore." "Ma no", disse il direttore di fabbrica, "come farebbe a saperlo?" "E lei come fa?" chiese K., già più padrone di se stesso. "Ogni tanto vengo a sapere qualcosa del tribunale", disse il direttore di fabbrica. "La comunicazione che volevo farle riguarda proprio questo." "Sono dunque così tante le persone collegate al tribunale!" disse K. a capo chino e condusse il direttore di fabbrica alla scrivania. Si sedettero come prima e il direttore di fabbrica disse: "Purtroppo ciò che posso comunicarle non è gran cosa. In casi del genere però è bene non tralasciare nessuna piccolezza. Inoltre ci tengo ad aiutarla in qualche modo, per quanto modesto possa essere il mio aiuto. Finora siamo stati buoni amici di affari, non è vero? E allora." K. voleva scusarsi per il suo comportamento durante il colloquio precedente, ma il direttore di fabbrica non tollerò alcuna interruzione, si tirò su sotto il braccio la cartella per mostrare che aveva fretta e continuò: "Ho saputo del suo processo da un certo Titorelli. E’ un pittore, Titorelli è il suo nome d’arte, il suo vero nome non lo conosco neppure. Già da anni ogni tanto viene nel mio ufficio e si porta dietro dei quadretti, per i quali - è più o meno un mendicante - gli do sempre una specie di elemosina. D’altronde sono quadri graziosi, paesaggi di brughiera e roba del genere. Questi acquisti, cui ci eravamo entrambi abituati, andavano avanti senza problemi. A un certo punto però queste visite si ripetevano troppo spesso, io gli feci qualche rimprovero, cominciammo a chiacchierare, mi interessava sapere come potesse mantenersi con la sola pittura, e con mio stupore appresi che la sua principale fonte di guadagno erano i ritratti. Lavorava per il tribunale, disse. Per quale tribunale, gli domandai. E allora mi raccontò del tribunale. Lei può ben immaginarsi il mio stupore a questi racconti. Da allora, ogni volta che mi fa visita, vengo a sapere qualche novità dal tribunale e così acquisisco pian piano una certa competenza in materia. A dire il vero Titorelli è un chiacchierone e spesso devo interromperlo, non solo perché certamente dice anche menzogne, ma soprattutto perché un uomo d’affari come me, quasi schiacciato dalle sue preoccupazioni professionali, non può oltretutto occuparsi molto di faccende altrui. Ma questo sia detto di sfuggita. Forse - è questo che mi è venuto in mente ora - Titorelli può darle un po’ di aiuto, conosce molti giudici e anche se lui stesso non può avere grande influenza, tuttavia potrebbe darle consigli su come arrivare a diverse persone influenti. E anche se questi consigli in sé e per sé non fossero decisivi, tuttavia in mano sua potranno avere un grande rilievo. Lei è quasi un avvocato. Lo dico sempre io: il procuratore K. è quasi un avvocato. Oh, per il suo processo non ho preoccupazioni. Ma perché non va da Titorelli? Su mia raccomandazione farà certamente tutto quel che gli è possibile. Penso davvero che lei ci dovrebbe andare. Naturalmente non c’è bisogno che lei ci vada oggi, quando capita, quando ha occasione. D’altra parte - le dico anche questo - per il fatto che le do questo consiglio lei non è minimamente tenuto ad andare realmente da Titorelli. No, se lei ritiene di poter fare a meno di Titorelli è certamente meglio lasciarlo perdere. Forse lei ha già un piano ben preciso, e Titorelli potrebbe disturbarlo. No, naturalmente in tal caso non ci vada in nessun caso. Certo bisogna anche superare un po’ di resistenza a farsi dare dei consigli da un simile furfante. Beh, come crede. Questa è la lettera di raccomandazione e questo è l’indirizzo."
Deluso, K. prese la lettera e la infilò in tasca. Anche nel migliore dei casi il vantaggio che gli poteva venire dalla raccomandazione era incomparabilmente minore del danno che risiedeva nel fatto che il direttore di fabbrica sapesse del suo processo e che il pittore continuasse a divulgare la notizia. Riuscì appena, con uno sforzo, a ringraziare con qualche parola il direttore di fabbrica che era già diretto alla porta. "Ci andrò", disse, congedandosi sulla porta dal direttore di fabbrica, "oppure, dato che ora sono molto impegnato, gli scriverò di venire un giorno da me in ufficio." "Sapevo che lei avrebbe trovato la soluzione migliore", disse il direttore di fabbrica, "solo pensavo che lei avrebbe preferito evitare di invitare in banca gente come questo Titorelli per parlare con lui del processo. E poi, non è nemmeno sempre vantaggioso mandare in giro lettere indirizzate a persone del genere. Ma certo lei ha pensato a ogni cosa e sa quello che può fare." K. accennò con il capo e accompagnò il direttore di fabbrica fin attraverso l’anticamera. Ma, nonostante la calma esteriore, era molto spaventato di se stesso. Che avrebbe scritto a Titorelli veramente lo aveva detto solo per mostrare in qualche modo al direttore di fabbrica che apprezzava la sua raccomandazione e che valutava subito le possibilità di incontrarsi con Titorelli, ma se avesse considerato utile l’appoggio di Titorelli non avrebbe in realtà esitato a scrivergli davvero. E solo all’osservazione del direttore di fabbrica si era reso conto dei pericoli che ciò avrebbe comportato. Davvero poteva fidarsi così poco del proprio cervello? Se era possibile che invitasse in banca con una lettera esplicita una persona equivoca per chiedergli consigli sul suo processo, a distanza di una sola porta dal vicedirettore, non era anche possibile e addirittura molto probabile che non si accorgesse di altri pericoli o che ci corresse incontro? Non capitava sempre che ci fosse qualcuno vicino a lui per ammonirlo. E proprio ora che doveva intervenire con tutte le sue forze gli venivano simili dubbi, fino ad allora sconosciuti, sulla propria capacità di rimanere all’erta. Forse che quelle difficoltà che sentiva nel lavoro d’ufficio cominciavano ora anche in rapporto al processo? Comunque ora non riusciva più a capire come gli fosse potuto venire in mente di scrivere a Titorelli e invitarlo in banca.
Pensando a questo stava ancora scuotendo la testa, quando il portiere gli si affiancò facendogli notare i tre signori seduti qui su una panca in anticamera. Già da molto tempo stavano aspettando di essere ammessi da K.; ora che il portiere stava parlando con K. si erano alzati in piedi e ciascuno voleva sfruttare la buona occasione per accostare K. prima degli altri. Se la banca aveva così poco riguardi nei loro confronti da lasciarli qui in sala d’attesa a perdere tempo, anche loro avrebbero smesso di avere riguardi. "Signor procuratore", diceva già uno di loro. Ma K. si era fatto portare il cappotto dal portiere e mentre con l’aiuto di quello lo indossava disse a tutti e tre: "Scusatemi, signori, purtroppo al momento non ho il tempo di ricevervi. Vi chiedo veramente scusa, ma ho un affare urgente da sbrigare e devo uscire subito. Avete visto voi stessi quanto a lungo sono stato trattenuto finora. Potreste essere così gentili da ritornare domani, o in un altro momento qualsiasi? O forse vogliamo discutere la cosa telefonicamente? O magari, se volete, potete forse dirmi ora in breve di che si tratta, e io vi darò poi una risposta scritta per esteso. La cosa migliore però sarebbe che ritornaste un’altra volta." Queste proposte di K. ai signori, la cui attesa sembrava essere stata completamente inutile, li portò a un tale grado di stupore che si guardarono l’un l’altro ammutoliti. "Siamo d’accordo allora?" disse K. che si era voltato verso il portiere, il quale gli aveva portato ora anche il cappello. Attraverso la porta aperta della stanza di K. si poteva vedere che fuori la neve cadeva ora molto più forte. K. perciò si tirò su il collo del cappotto e lo abbottonò fino al collo.
Proprio in quel momento dalla stanza accanto uscì il vicedirettore, con un sorriso guardò K. mentre parlava in cappotto con i signori e disse: "Se ne sta andando, signor procuratore?" "Sì", disse K. raddrizzandosi, "devo uscire per una questione di affari." Ma il vicedirettore si era già rivolto ai signori. "E i signori?" domandò. "Credo che stiano aspettando da parecchio." "Ci siamo già messi d’accordo", disse K. Ma ora i signori non si trattennero più, circondarono K. dichiarando che non avrebbero aspettato per delle ore se le loro questioni non fossero state importanti, e non dovessero essere discusse ora, per esteso e a quattr’occhi. Il vicedirettore rimase un poco ad ascoltarli, guardò K., che teneva il cappello in mano e lo puliva qua e là dalla polvere, e poi disse: "Signori, c’è una soluzione molto semplice. Se vi contentate di me, mi occuperò volentieri io di trattare al posto del signor procuratore. Naturalmente le vostre questione devono essere discusse subito. Siamo anche noi uomini d’affari e sappiamo quanto vale il tempo di gente come noi. Volete favorire?" E aprì la porta che portava all’anticamera del suo ufficio.
Com’era in gamba il vicedirettore ad appropriarsi di tutto ciò che ora K. era obbligato a cedere! Non stava cedendo K. più di quanto fosse assolutamente necessario? Mentre correva da un pittore con speranze indefinite e, come doveva confessare a se stesso, alquanto misere, qui la sua reputazione subiva un danno irreparabile. Forse sarebbe stato molto meglio rispogliarsi del cappotto e riconquistarsi almeno i due signori che dovevano ancora aspettare lì accanto. K. ci avrebbe forse anche provato, se non avesse ora visto nella sua stanza il vicedirettore che cercava qualcosa sullo scaffale, come se fosse il suo. Quando K., in collera, si avvicinò alla porta, quello esclamò: "Ah, non è ancora andato via." Voltò verso di lui il viso, dove le molte rughe tese sembravano testimoniare non vecchiaia, ma energia, e ricominciò subito a cercare. "Cerco una copia di contratto", disse, "che secondo il rappresentante della ditta dev’essere qui da lei. Le dispiace aiutarmi a cercarla?" K. avanzò di un passo, ma il vicedirettore disse: "Grazie, l’ho già trovata" e con un gran pacco di documenti, che di certo non conteneva solo la copia del contratto ma anche molte altre cose, se ne tornò nella sua stanza.
"Ancora non posso competere con lui", si disse K., "ma quando le mie difficoltà personali saranno superate lui sarà il primo ad accorgersene, e sarà un boccone molto amaro." Calmandosi con questo pensiero, diede al portiere, che già da un pezzo gli teneva aperta la porta che dava sul corridoio, l’incarico di riferire eventualmente al direttore che era uscito per un affare di lavoro e, quasi felice di potere per un po’ di tempo dedicarsi più completamente alla sua questione, lasciò la banca.





