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2017/10/23 - 15:23

Avvocato. Direttore di fabbrica. Pittore

Un mattino d’inverno - fuori, nella luce torbida, cadeva la neve - K. sedeva nel suo ufficio, già stanchissimo, benché fosse così presto. Per difendersi almeno dagli impiegati di grado inferiore, aveva ordinato al portiere di non far entrare nessuno perché era occupato con un lavoro più impegnativo del solito; ma invece di lavorare si rigirava sulla sedia, spostava lentamente alcuni oggetti sul tavolo e poi, senza accorgersene, abbandonava sulla scrivania il braccio disteso e rimaneva seduto immobile, con il capo chino.

Il pensiero del processo non lo abbandonava più. Già diverse volte si era chiesto se non sarebbe stato bene elaborare un memoriale di difesa e consegnarlo al tribunale. Nel memoriale voleva presentare una breve esposizione della sua vita, chiarendo, per ogni evento che fosse in qualche modo più importante, per quali motivi si era comportato così, se tale condotta, in base al suo giudizio attuale, era censurabile o giustificata e quali motivazioni poteva addurre per questo o per quello. Non c’era dubbio che un tale memoriale presentasse dei vantaggi rispetto alla semplice difesa ad opera dell’avvocato, il quale tra l’altro non era neppure lui un individuo senza macchia. K. non sapeva nulla delle iniziative dell’avvocato; comunque non erano gran cosa, già da un mese non si faceva più vivo e d’altronde in nessuno dei colloqui precedenti K. aveva ricevuto l’impressione che quest’uomo potesse ottenere molto per lui. Prima di tutto, non lo aveva quasi interrogato; e qui c’erano invece tante domande da fare, le domande erano la cosa principale. K. aveva l’impressione che lui stesso sarebbe stato in grado di porre tutte le domande adeguate al caso. L’avvocato invece, anziché domandare, si metteva lui a raccontare, oppure gli sedeva davanti in silenzio, si chinava un po’ sulla scrivania, probabilmente perché debole di orecchio, poi si tirava una ciocca della barba e abbassava lo sguardo sul tappeto, forse proprio sul punto dove K. era stato con Leni. Ogni tanto dava a K. qualche vuoto ammonimento, come se ne danno ai bambini. Erano chiacchiere tanto inutili quanto noiose, per le quali K. si riprometteva di non pagare neppure un centesimo al conto finale. Quando l’avvocato riteneva di averlo umiliato abbastanza, di solito ricominciava a incoraggiarlo un po’. Allora raccontava di avere già vinto, in tutto o in parte, molti processi del genere, processi che, anche se in realtà non erano difficili come il suo, tuttavia sembravano esteriormente ancor più disperati. Qui nel cassetto aveva una lista di questi processi - e così dicendo bussava su un qualche cassetto della scrivania - ma purtroppo non poteva fargli vedere le carte perché si trattava di segreti professionali. Tuttavia ora, naturalmente, la grande esperienza che si era procurato in tutti questi processi tornava a vantaggio di K. Naturalmente aveva cominciato a lavorare subito, e ormai il primo ricorso era quasi pronto. Questo era molto importante, perché spesso la prima impressione della difesa definiva tutta la direzione del procedimento. Purtroppo, e questo doveva comunque farlo notare a K., spesso avveniva che in tribunale i primi ricorsi non fossero neppure letti. Venivano semplicemente allegati agli atti, affermando che per il momento l’interrogatorio e la sorveglianza dell’imputato erano più importanti di ogni documento scritto. Se il ricorrente metteva fretta, si aggiungeva che prima della decisione, una volta raccolto tutto il materiale, naturalmente tutti gli atti, e dunque anche questo primo ricorso, sarebbero stati vagliati. Purtroppo nella maggior parte dei casi neppure questo era giusto, il primo ricorso di solito andava in un posto sbagliato oppure veniva perso del tutto, e anche se si conservava fino alla fine veniva letto a malapena, cosa questa che però l’avvocato aveva appreso solo da voci che giravano. Tutto ciò era spiacevole, ma non del tutto ingiustificato, K. non poteva trascurare il fatto che il procedimento non era pubblico, avrebbe potuto diventarlo qualora il tribunale lo ritenesse necessario, ma la legge non lo prescriveva. In conseguenza di ciò anche i documenti del tribunale, e soprattutto l’atto di accusa, erano inaccessibili all’imputato e alla sua difesa, quindi in generale non si sapeva, per lo meno non si sapeva di preciso, contro cosa indirizzare il primo ricorso, e così a dire il vero solo per caso questo poteva contenere qualcosa che avesse significato per la questione. Ricorsi veramente idonei e documentati si potevano elaborare solo in un secondo momento, quando nel corso degli interrogatori dell’imputato i singoli punti d’accusa e le relative motivazioni diventassero più chiari o potessero essere indovinati. In queste condizioni, naturalmente, la difesa era in una posizione molto sfavorevole e difficile. Ma anche questo era intenzionale. In effetti secondo la legge la difesa non era ad esser precisi consentita, ma solo tollerata, e anche su questo, se cioè il relativo passo della legge ammettesse almeno questa tolleranza, le opinioni erano divise. A rigor di termini quindi non c’erano avvocati riconosciuti dal tribunale, ma tutti quelli che si presentavano davanti a questo tribunale come avvocati erano in fondo solo degli azzeccagarbugli. Naturalmente ciò influiva in maniera degradante sull’intera categoria, e se in futuro K. fosse andato un giorno nelle cancellerie del tribunale avrebbe potuto dare un’occhiata, tanto per vedere anche questo, alla stanza degli avvocati. Era da supporre che, davanti a una simile combriccola, si sarebbe spaventato. Già la stanzetta stretta e bassa a loro riservata dimostrava il disprezzo che il tribunale nutriva per questa gente. La stanzetta era illuminata da un piccolo oblò messo tanto in alto che se qualcuno voleva guardar fuori, doveva prima cercarsi un collega che lo prendesse sulla schiena, e d’altronde nel far ciò il fumo di un camino messo proprio lì davanti gli sarebbe entrato nel naso e gli avrebbe tinto di nero la faccia. Nel pavimento di questa stanzetta - tanto per fare un esempio delle condizioni in cui versava - già da più di un anno c’era un buco, non tanto grande da far passare un uomo, ma abbastanza grande da farci entrar dentro una gamba intera. La stanza degli avvocati era sulla seconda soffitta, così se uno cascava nel buco la sua gamba avrebbe spenzolato sulla prima soffitta, e proprio sul corridoio dove le parti in causa erano in attesa. Fra gli avvocati questa situazione era definita a dir poco scandalosa. Le lamentele all’amministrazione non avevano il minimo esito, e anzi era severamente vietato agli avvocati cambiare alcunché nella stanza, sia pure a proprie spese. Ma anche questo modo di trattare gli avvocati aveva la sua giustificazione. Si intendeva scoraggiare il più possibile la difesa, tutto doveva essere messo nelle mani dell’imputato in prima persona. Questo, in fin dei conti, non era un punto di vista sbagliato, ma niente sarebbe stato più erroneo che concluderne che gli avvocati erano inutili all’imputato. Al contrario, in nessun altro tribunale erano tanto necessari quanto in questo. Infatti, in generale, il procedimento era segreto non solo per l’opinione pubblica, ma anche per l’imputato; naturalmente solo in quanto ciò fosse possibile, ma lo era in larghissima parte. L’imputato infatti non aveva accesso ai documenti giudiziari, e trarre conclusioni dagli interrogatori sui documenti che ne stavano alla base era una cosa assai difficile, soprattutto per l’imputato, che era pur sempre parte in causa ed era distratto da ogni genere di preoccupazione. Proprio qui interveniva la difesa. In generale, i difensori non potevano assistere agli interrogatori, e dovevano perciò far domande in proposito all’imputato dopo l’interrogatorio stesso, e per quanto possibile già alla porta della sala delle udienze; e da queste informazioni già molto sbiadite dovevano trarre gli elementi idonei alla difesa. Ma non era questa la cosa più importante, dato che in questo modo non era possibile venire a sapere granché, anche se naturalmente qui come ovunque le persone in gamba venivano a sapere più degli altri. La cosa più importante rimaneva però la rete di conoscenze personali dell’avvocato, in queste risiedeva il maggior valore della difesa. Ora, K. si era certo già reso conto dalle proprie esperienze che l’organizzazione più bassa del tribunale non era del tutto perfetta, ma comprendeva dipendenti negligenti o corrotti, per cui c’erano in qualche modo dei buchi nella severa reticenza del tribunale. La maggior parte degli avvocati si affollava proprio qui, qui si corrompeva e si origliava, almeno in passato si erano persino dati casi di furto degli atti. Non si poteva negare che in tal modo si potessero raggiungere, momentaneamente, alcuni risultati addirittura sorprendenti, e con tali risultati questi avvocatucoli se ne andavano in giro orgogliosi attirandosi nuovi clienti, ma per il seguito del processo ciò non significava nulla, o nulla di buono. Un valore reale lo avevano solo le sincere relazioni personali, e in particolare con gli alti funzionari, intendendo con questo naturalmente gli alti funzionari di grado più basso. Solo in questo modo era possibile influenzare il corso del processo, in maniera dapprima appena percettibile, poi però in modo sempre più evidente. Questo era nelle possibilità di pochi avvocati, e a questo proposito la scelta di K. era stata molto azzeccata. Solo uno o due avvocati, forse, potevano vantare relazioni simili a quelle del dottor Huld. Costoro non si occupavano della combriccola che frequentava la stanza degli avvocati, e non avevano con quelli niente in comune. Invece, tanto più stretta era la relazione con i funzionari del tribunale. Non era neppure sempre necessario che il dottor Huld andasse in tribunale, aspettasse in anticamera il passaggio casuale dei giudici istruttori e, a seconda del loro umore, ottenesse qualche successo, per lo più apparente, o magari neppure questo. No, ma, come K. aveva già potuto vedere, i funzionari, e fra questi anche alcuni di alto grado, venivano da sé, gli davano volentieri le informazioni, apertamente o per lo meno in forma comprensibile, discutevano la prosecuzione dei processi, anzi in alcuni casi si lasciavano convincere e prendevano volentieri in considerazione l’opinione altrui. A dire il vero, proprio su quest’ultimo punto non ci si poteva fidare molto di loro; per quanto esprimessero con chiarezza la loro nuova opinione, favorevole alla difesa, magari se ne andavano dritti in cancelleria ed emettevano il giorno dopo una sentenza che conteneva esattamente il contrario, e magari era ancor più severa nei confronti dell’imputato di quanto non fosse la loro prima intenzione, intenzione che dicevano di avere completamente abbandonato. Naturalmente contro cose del genere non c’era difesa, perché ciò che dicevano a quattr’occhi era, per l’appunto, solo detto a quattr’occhi e non consentiva alcuna iniziativa alla luce del sole, anche se la difesa non avesse comunque avuto tutto l’interesse a mantenersi il favore dei signori. D’altra parte, era anche vero che i signori si mettevano in contatto con la difesa - naturalmente con una difesa ragionevole - non solo per umanità o per sentimenti di amicizia, ma assai più perché, da un certo punto di vista, questa era la loro unica risorsa. Qui entrava in gioco lo svantaggio di una organizzazione giudiziaria che imponeva la segretezza del tribunale fin dai suoi inizi. Ai funzionari mancava il rapporto con la popolazione, per i soliti processi di medio calibro erano ben preparati, un tale processo scivolava sul suo binario quasi da sé e aveva bisogno solo ogni tanto di una piccola spinta, mentre erano spesso disorientati di fronte ai casi semplicissimi e di fronte ai casi particolarmente difficili, e siccome erano rinchiusi giorno e notte nella loro legge non avevano il senso dei rapporti umani, cosa di cui in tali casi sentivano molto la mancanza. Allora venivano per consiglio dall’avvocato, e dietro di loro un fattorino portava gli atti, altrimenti così segreti. Qualcuno di questi signori, qualcuno di quelli da cui meno lo si poteva aspettare, lo si sarebbe potuto trovare vicino a questa finestra, a guardare giù nella strada, del tutto smarrito, mentre l’avvocato alla scrivania studiava gli atti per poter dare un buon consiglio. D’altra parte era proprio in simili occasioni che si poteva osservare come i signori prendessero straordinariamente sul serio il loro mestiere, e come gli ostacoli che non potevano, per loro natura, superare li gettassero in una grande disperazione. Ma anche a prescindere da questo la loro posizione non era facile, non gli si poteva fare l’ingiustizia di considerare facile la loro posizione. La gerarchia e la disposizione per gradi del tribunale erano infinite, e non potevano essere percepite a pieno neppure dagli iniziati. Il procedimento davanti alle corti di giustizia era nel suo complesso segreto anche per i funzionari più bassi, e perciò era raro che potessero seguire pienamente il percorso della pratica che stavano svolgendo fino ai suoi esiti più lontani, la vicenda giudiziaria quindi compariva spesso dentro il loro angolo visuale senza che essi sapessero da dove veniva e proseguiva oltre senza che ne conoscessero la destinazione. Perciò a questi funzionari sfuggiva l’insegnamento che si poteva trarre dallo studio dei singoli stadi del processo, della decisione finale e delle sue motivazioni. Potevano occuparsi solo di quella parte di processo ritagliata per loro dalla legge, mentre del seguito, e cioè dei risultati del loro stesso lavoro, ne sapevano di solito meno della difesa, la quale invece, di regola, restava in contatto con l’imputato fin quasi alla conclusione del processo. Anche in questo senso, dunque, potevano apprendere dalla difesa qualcosa di importante. Tenendo presente tutto ciò, forse che K. poteva ancora stupirsi che i funzionari fossero nervosi, tanto che a volte - tutti facevano questa esperienza - si comportavano in maniera offensiva verso gli imputati? Tutti i funzionari erano nervosi, anche quando sembravano calmi. Naturalmente erano soprattutto i piccoli avvocati a risentirne di più. Per esempio, si raccontava il seguente aneddoto, che aveva tutta l’apparenza della verità. Un vecchio funzionario, un signore buono e tranquillo, aveva studiato per un giorno e una notte interi - questi funzionari sono infatti diligenti come nessun altro - una pratica difficile, resa complicata proprio dai ricorsi dell’avvocato. Verso il mattino, dopo un lavoro verosimilmente non molto proficuo di ventiquattr’ore filate, si avviò all’ingresso, vi si nascose dietro e buttava giù dalle scale tutti gli avvocati che volevano entrare. Gli avvocati si riunirono al pianerottolo sottostante e si consigliarono sul da farsi; da un lato non avevano alcun vero diritto a essere ammessi, e dunque non potevano prendere delle iniziative contro il funzionario, senza contare che come già detto, dovevano anche stare attenti a non attirarsi l’ostilità dei funzionari. D’altra parte però ogni giorno passato lontano dal tribunale era per loro perduto, e quindi avevano molto interesse a riuscire a entrare. Alla fine furono d’accordo che avrebbero preso il vecchio signore per stanchezza. Ogni momento mandavano un avvocato, che saliva di corsa le scale e, dopo una resistenza il più possibile passiva, si lasciava scaraventare di sotto, dove veniva raccolto dai colleghi. Questo durò all’incirca un’ora, dopo di che il vecchio signore, che era già stremato dal lavoro notturno, si stancò realmente e se ne tornò nella cancelleria. Dapprima quelli di sotto non ci volevano credere, e cominciarono con il mandare uno che doveva guardare dietro la porta per accertarsi se davvero non c’era nessuno. Solo dopo di ciò passarono gli altri, ed è probabile che non si azzardarono nemmeno a brontolare. Perché gli avvocati - e anche il più insignificante di loro poteva, almeno in parte, capire come stanno le cose - non avevano alcun interesse a introdurre un qualsiasi miglioramento nel tribunale o a farsi valere per forza, mentre - e questo era molto significativo - quasi ogni imputato, e anche la persona più ingenua, appena iniziato il processo, cominciava subito a pensare a proposte di miglioramento, perdendo così tempo ed energia che avrebbero potuto essere utilizzate molto meglio. L’unica cosa giusta era adattarsi alle condizioni esistenti. Anche se fosse stato possibile migliorare singoli dettagli - ma questa era un’assurda superstizione - nel migliore dei casi si sarebbe ottenuto qualcosa per i prossimi casi, ma nel frattempo si sarebbe fatto un danno smisurato a se stessi, risvegliando le attenzioni particolari dei funzionari, sempre vendicativi. Come prima cosa, non attirare su di sé l’attenzione! Rimanere calmi, anche se ti succedono le cose più insensate! Bisognava cercare di capire che questa grande organizzazione giudiziaria era in un certo senso sempre a mezz’aria, e che cambiando di propria iniziativa qualcosa là dove ci si trovava ci si sottraeva da soli il terreno sotto i piedi e si poteva precipitare, mentre la grande organizzazione, appena disturbata, trovava un compenso altrove - tutto, infatti, era collegato - e rimaneva immutata, oppure, cosa verosimile, diventava ancor più chiusa, ancor più guardinga, ancor più severa, ancor più malvagia. Quindi era meglio lasciar lavorare gli avvocati, anziché disturbarli. I rimproveri non erano molto utili, specialmente se era impossibile renderne comprensibili, in tutta la loro estensione, le motivazioni, pure bisognava dire quanto K. avesse nuociuto alla propria causa comportandosi come si era comportato nei confronti del direttore delle cancellerie. Quest’uomo influente era ormai quasi da cancellare dalla lista delle persone presso le quali si poteva prendere qualche iniziativa a favore di K. Chiaramente con intenzione, faceva finta di non sentire quando si accennava, anche di sfuggita, al processo. In alcune cose, i funzionari erano come dei bambini. Bastavano spesso delle sciocchezze - non si poteva però purtroppo definire così il comportamento di K. - per offenderli tanto che smettevano di parlare anche con i vecchi amici, si voltavano quando li incontravano e agivano in ogni modo possibile contro di loro. Poi però, a sorpresa e senza motivi particolari, si riusciva a farli ridere con un piccolo scherzo, che ci si permetteva solo perché tutto sembrava perduto, ed ecco che erano riconciliati. I rapporti con loro erano facili e difficili al tempo stesso, e quasi non c’erano regole. A volte c’era da stupirsi che una singola vita di media durata potesse bastare per imparare tanto da poter lavorare in questo campo con un certo successo. Ma poi, come capita a tutti, venivano momenti difficili in cui si riteneva di non avere raggiunto nulla, e si ha l’impressione che i processi andati a buon fine erano destinati a questo fin dall’inizio e sarebbero finiti così anche senza alcun aiuto, mentre tutti gli altri sono stati perduti nonostante tutte le corse, le fatiche e gli apparenti successi, dei quali ci si era tanto rallegrati. Allora sembrava che non ci fosse più niente di sicuro e su domanda precisa uno non avrebbe avuto neppure il coraggio di negare che anche alcuni processi per loro natura destinati a buon fine erano finiti fuori strada proprio per colpa dell’assistenza legale. Certo anche questa era una forma di fiducia in se stessi, ma in questi casi era l’unica che rimanesse. A queste crisi - perché naturalmente sono solo crisi - gli avvocati erano esposti soprattutto quando improvvisamente viene tolto loro di mano un processo che avevano guidato abbastanza a lungo e in maniera soddisfacente. Questa era certo la cosa peggiore che potesse capitare a un avvocato. Non che il processo potesse essergli sottratto dall’imputato, questo certo non accadeva mai, una volta che si è scelto un dato avvocato un imputato deve rimanere con lui succeda quel che succeda. Del resto com’era possibile, una volta che si era preteso aiuto, sopportare ancora da soli? Perciò questo non succedeva, invece a volte succedeva che il processo prendesse una direzione che l’avvocato non poteva più seguire. Il processo, l’imputato e tutto il resto venivano semplicemente sottratti all’avvocato; in tali casi non servivano più neppure le più influenti relazioni con i funzionari, perché neppure loro sapevano nulla. Il processo era entrato in uno stadio in cui nessun aiuto era più possibile, in cui veniva esaminato da corti inaccessibili, dove neppure l’imputato era più raggiungibile da parte dell’avvocato. Allora succedeva di tornare un giorno a casa e trovare sul proprio tavolo tutti i molti ricorsi compilati in quella causa con la massima diligenza e con le migliori speranze; rispediti al mittente perché non trasferibili a questa nuova fase del processo, scartafacci senza valore. Non che con questo il processo fosse perduto, niente affatto, o per lo meno non c’erano indizi decisivi che lo facessero pensare, soltanto non si sapeva più niente del processo, né se ne sarebbe saputo più niente in seguito. Per fortuna questi casi erano eccezioni, e anche se il processo di K. fosse stato un caso del genere era per il momento ancora lontano da un tale stadio. Qui perciò c’erano ancora molte possibilità di intervento da parte di un avvocato e K. poteva star sicuro che sarebbero state sfruttate. Come detto, il ricorso non era ancora stato consegnato, ma neppure c’era fretta, erano molto più importanti i colloqui introduttivi con i funzionari competenti, e questi avevano già avuto luogo. Con esito variabile, bisognava confessarlo. Per il momento era molto meglio non rivelare dettagli che avrebbero solo potuto influenzare negativamente K. rendendolo troppo speranzoso o troppo ansioso, conveniva dire solo che singoli funzionari si erano espressi molto favorevolmente e si erano anche mostrati molto disponibili, mentre altri si erano espressi meno favorevolmente, ma tuttavia non avevano in alcun modo rifiutato la propria collaborazione. Nel complesso perciò ci si poteva rallegrare molto del risultato, solo non se ne dovevano trarre particolari conclusioni, perché tutti i preliminari cominciavano sempre nello stesso modo ed era solo lo sviluppo ulteriore che mostrava il valore dei preliminari. In ogni caso niente era ancora perduto e se si riusciva, malgrado tutto, a conquistarsi il favore del direttore delle cancellerie - diverse iniziative erano state avviate a tal fine - allora il tutto, come dicevano i chirurghi, sarebbe stato una ferita pulita, e si poteva aspettare con fiducia ciò che sarebbe seguito.

In questi e simili discorsi l’avvocato era inesauribile. Si ripetevano a ogni visita. Ogni volta c’erano dei progressi, ma la natura di questi progressi non poteva mai essere comunicata. Si lavorava sempre al primo ricorso, ma questo non era mai pronto, cosa che, all’incontro successivo, si rivelava sempre come un grande vantaggio, perché il momento, cosa che non era prevedibile, sarebbe stato molto sfavorevole alla consegna. Se a volte K., esausto dei discorsi, osservava che anche considerando tutte le difficoltà la cosa procedeva molto lentamente, si sentiva rispondere che ciò non era affatto vero, ma che si sarebbe molto più avanti se K. si fosse rivolto all’avvocato al momento giusto. Purtroppo aveva trascurato di farlo e questo ritardo avrebbe portato anche altri svantaggi, e non solo legati al tempo necessario.

L’unica benefica interruzione di questi incontri era Leni, che sapeva sempre organizzare le cose in modo da portare il tè all’avvocato in presenza di K. Allora stava in piedi alle spalle di K., faceva finta di guardare come l’avvocato, profondamente chino sulla tazza, si versava con una specie di golosità il tè e lo beveva; e intanto di nascosto lasciava che K. le prendesse la mano. Regnava allora un assoluto silenzio. L’avvocato beveva, K. stringeva la mano di Leni, e Leni a volte si azzardava ad accarezzare dolcemente i capelli di K. "Sei ancora qui?" chiedeva l’avvocato quando aveva finito. "Volevo portar via la tazza", diceva Leni, stringeva la mano di K. per l’ultima volta, l’avvocato si puliva la bocca e cominciava, con energia rinnovata, a coprire K. di discorsi.

Era conforto o disperazione ciò che l’avvocato voleva ottenere? K. non lo sapeva, ma presto diede per certo che la sua difesa non era in buone mani. Tutto ciò che l’avvocato diceva poteva essere vero, anche se era facile capire che cercava di mettersi il più possibile in evidenza e che forse non aveva mai avuto per le mani un processo così importante come era, a suo giudizio, quello di K. Tuttavia rimanevano sospette le relazioni personali con i funzionari, che l’avvocato tirava fuori continuamente. Possibile che fossero sfruttate esclusivamente a vantaggio di K.? L’avvocato non dimenticava mai di sottolineare che si trattava solo di funzionari di basso grado, quindi in una posizione di grande dipendenza, per la cui carriera certe svolte del processo potevano forse essere significative. Forse usavano l’avvocato per realizzare svolte del genere, che naturalmente erano sempre sfavorevoli all’imputato? Forse non facevano così in tutti i processi, certo non era verosimile, magari c’erano poi dei processi dove procuravano vantaggi all’avvocato in cambio dei suoi servizi, dato che in fondo ci tenevano anche a mantenere alta la sua reputazione. Se davvero si comportavano così, in che modo sarebbero intervenuti nel processo di K., che come aveva detto l’avvocato era un processo molto difficile e quindi importante e che fin dall’inizio aveva risvegliato una grande attenzione da parte del tribunale? Non potevano esserci molti dubbi su ciò che avrebbero fatto. Un segno di ciò lo si poteva vedere già nel fatto che il primo ricorso non era ancora stato inviato, nonostante che il processo fosse iniziato già da mesi, e nel fatto che tutto secondo l’opinione dell’avvocato si trovava ancora agli inizi, cosa che era naturalmente molto utile a intorpidire l’imputato e mantenerlo privo di mezzi, per poi sorprenderlo improvvisamente con la decisione, o quanto meno con l’informazione che l’istruttoria, conclusasi a suo sfavore, era stata trasferita alle autorità superiori.

Era assolutamente necessario che K. intervenisse di persona. Proprio quando era in condizioni di grande stanchezza, come in questo mattino d’inverno in cui tutto gli passava svogliatamente per la testa, questa convinzione era ineliminabile. Il disprezzo che prima aveva nutrito per il processo era adesso scomparso. Se fosse stato solo al mondo, avrebbe potuto facilmente disprezzare questo processo, anche se a dire il vero era sicuro che in tal caso esso non sarebbe neppure iniziato. Ma ora lo zio lo aveva già trascinato dall’avvocato, erano intervenuti i riguardi nei confronti della famiglia; la sua posizione non era più del tutto indipendente dal corso del processo, lui stesso, imprudentemente, aveva menzionato il processo davanti a conoscenti con una certa inspiegabile soddisfazione, altri per via ignota ne erano venuti a conoscenza, la relazione con la signorina Bürstner sembrava barcollare insieme al processo - insomma, non aveva quasi più la scelta fra accettare o rifiutare il processo, ci si trovava in mezzo e doveva difendersi. Se poi era stanco, tanto peggio.

Per il momento comunque non c’era motivo di preoccuparsi esageratamente. In un tempo relativamente breve era stato in grado di innalzarsi, in banca, fino alla sua attuale posizione elevata, e mantenervisi con il riconoscimento di tutti; ora bastava volgere un po’ sul processo le capacità che avevano reso questo possibile, e non c’era dubbio che tutto sarebbe andato per il meglio. Soprattutto, se si voleva ottenere qualcosa, era necessario fin dal principio eliminare ogni idea di una possibile colpa. Non c’era alcuna colpa. Il processo non era altro che un grande affare, come già ne aveva conclusi molti vantaggiosamente per la banca, un affare in cui, come di regola, si nascondevano diversi pericoli che dovevano appunto essere sventati. A questo scopo bisognava evitare di rimuginare con il pensiero su una qualche colpa, ma per quanto possibile fissare invece il pensiero a quello che era il proprio vantaggio. Da questo punto di vista era anche inevitabile sottrarre all’avvocato la sua delega il più presto possibile, meglio di tutto quella sera stessa. Secondo le chiacchiere dell’avvocato stesso questa era una cosa inaudita e magari molto offensiva, ma K. non poteva tollerare che i suoi sforzi nel processo trovassero ostacoli che magari erano provocati dal suo stesso avvocato. Invece, una volta eliminato l’avvocato, il ricorso sarebbe stato immediatamente consegnato e se possibile ogni giorno si sarebbe insistito perché venisse esaminato. A questo scopo naturalmente non sarebbe stato sufficiente che K. sedesse come gli altri nel corridoio mettendo il cappello sotto la panca. Lui stesso o le donne o altri messaggeri dovevano assillare i funzionari giorno dopo giorno e costringerli, anziché guardare nel corridoio attraverso la grata, a sedersi alla loro scrivania per studiare il ricorso di K. Simili sforzi non sarebbero mai stati interrotti, tutto doveva essere organizzato e sorvegliato, il tribunale doveva una buona volta imbattersi in un imputato che sapeva come far valere i propri diritti.

Ma anche se K. pensava di saper portare a termine tutto ciò, restava insormontabile la difficoltà di compilare il ricorso. Prima, anche solo una settimana fa, avrebbe provato un senso di vergogna all’idea di essere costretto a fare proprio lui un simile ricorso; che poi potesse anche essere un compito difficile non lo aveva nemmeno pensato. Si ricordava ancora come un mattino, proprio mentre era sommerso dal lavoro, aveva a un tratto spinto tutto da parte e aveva tirato fuori un blocchetto di appunti per buttare giù lo schema di un tale ricorso, con l’idea di metterlo poi magari a disposizione del suo tardo avvocato; e come proprio in quel momento la porta della direzione si aprì e apparve, con una gran risata, il vicedirettore. Era stato molto penoso per K., anche se naturalmente il vicedirettore non rideva per il ricorso, di cui non sapeva nulla, ma per una storiella che aveva appena sentito, per comprendere la quale era necessario un disegno che il vicedirettore, piegandosi sulla scrivania di K. e togliendogli di mano la matita, disegnò proprio sul blocchetto di appunti destinato al ricorso.

Oggi K. non pensava più alla vergogna, il ricorso andava fatto. Se non ne trovava il tempo in ufficio, cosa assai probabile, doveva scriverlo a casa, nelle notti seguenti. E se le notti non fossero bastate, doveva prendersi una vacanza. L’importante era non rimanere a metà strada, questa era la cosa più insensata non solo negli affari, ma sempre e ovunque. Certo, il ricorso significava un lavoro quasi infinito. Non ci voleva un carattere molto ansioso per arrivare alla conclusione che sarebbe stato impossibile portare a termine il ricorso. E questo non per pigrizia o per astuzia, cose che avrebbero potuto essere un ostacolo alla compilazione solo per l’avvocato, ma perché, non conoscendo l’accusa attuale né tantomeno i suoi eventuali sviluppi, bisognava riportare alla memoria, esporre e soppesare da ogni lato la vita intera, ogni azione e ogni avvenimento, per quanto piccoli. E poi, come era triste un simile lavoro. Forse era adatto, dopo la pensione, per occupare uno spirito ormai rimbambito, e aiutarlo a passare così le lunghe giornate. Ma adesso che K. aveva bisogno di tutti i suoi pensieri per il lavoro, e ogni ora passava velocissima, mentre era ancora in salita e rappresentava già una minaccia per il vicedirettore, adesso che, da giovane, voleva godersi le sue brevi serate e le sue notti, proprio adesso doveva mettersi a redigere questo ricorso. Di nuovo, i suoi pensieri si trasformavano in lamenti. Quasi senza volere, solo per farla finita, cercò con il dito il campanello elettrico che dava in anticamera. Premendolo alzò gli occhi verso l’orologio. Erano le undici, aveva passato due ore, un lasso di tempo lungo e prezioso, in fantasticherie, e naturalmente adesso era ancor più stanco di prima. Ad ogni modo non era tempo perso, aveva preso delle decisioni che potevano rivelarsi valide. Il portiere consegnò, insieme a diversa posta, due biglietti da visita di signori che stavano aspettando K. già da diverso tempo. Erano clienti molto importanti della banca, che davvero non avrebbe dovuto lasciar aspettare in nessun caso. Perché venivano in un momento così poco opportuno? E perché, sembrava che chiedessero a loro volta i signori dietro la porta chiusa, il diligente K. sprecava per faccende private le migliori ore di lavoro? Stanco per quel che era successo e aspettando stanco quel che sarebbe seguito, K. si alzò per ricevere il primo.

Era un ometto vivace, un direttore di fabbrica ben noto a K. Si dispiacque di aver disturbato K. in un lavoro importante, e K. a sua volta si rammaricò di aver fatto tanto aspettare il direttore di fabbrica. Già questo rammarico però fu espresso in un tono tanto meccanico e quasi falso che il direttore di fabbrica, se non fosse stato tanto preso dal suo affare, avrebbe dovuto notarlo. Invece tirò fuori in fretta da tutte le tasche conti e tabelle, li dispose davanti a K., spiegò diverse partite, corresse un piccolo errore di calcolo che aveva notato anche in uno sguardo così veloce, ricordò a K. un affare simile che aveva concluso con lui circa un anno prima, disse di sfuggita che stavolta un’altra banca, con i più grandi sacrifici, si era proposta per quell’affare, e infine tacque per conoscere l’opinione di K. In effetti, all’inizio, K. aveva seguito il discorso del direttore di fabbrica, anche lui era stato coinvolto dall’idea di quel grosso affare, purtroppo però non era durato a lungo, presto aveva smesso di stare a sentire, per un poco ancora aveva accennato con il capo alle più sonore esclamazioni del direttore di fabbrica, infine aveva smesso anche questo e si limitava a contemplare la testa calva, china sulle carte, e a chiedersi quando il direttore di fabbrica si sarebbe finalmente accorto che tutto quel parlare era inutile. Quando quello tacque, K. dapprima credette veramente che fosse per dargli l’occasione di confessare la propria incapacità a seguire il discorso. Fu solo con dispiacere che si accorse dallo sguardo teso del direttore di fabbrica, evidentemente pronto a ogni replica, che la discussione d’affari andava continuata. Piegò quindi il capo come davanti a un ordine e cominciò a passare con la matita lentamente su e giù sulle carte, ogni tanto si interrompeva e guardava fisso una cifra. Il direttore di fabbrica immaginò che ci fossero delle obiezioni, forse le cifre veramente non erano sicure, o forse non erano loro l’argomento decisivo, fatto sta che il direttore di fabbrica coprì le carte con la mano e ricominciò, avvicinandosi stretto a K., a esporre l’affare in generale. "E’ difficile", disse K., piegò le labbra e, siccome le carte, l’unica cosa che potesse afferrare, erano coperte, si lasciò andare sul bracciolo della sedia. Addirittura si limitò ad alzare debolmente lo sguardo quando si aprì la porta della direzione e apparve il vicedirettore, non con chiarezza ma come dietro un velo di garza. K. non rifletté oltre sulla cosa, ma osservò solo l’effetto immediato di quella apparizione, effetto che fu per lui un grande sollievo. Infatti il direttore di fabbrica saltò subito su dalla sedia andando velocemente incontro al vicedirettore, ma K. lo avrebbe voluto dieci volte più veloce, perché temeva che il vicedirettore potesse scomparire di nuovo. Era un timore infondato, i signori si incontrarono, si tesero la mano e si avvicinarono entrambi alla scrivania di K. Il direttore di fabbrica si lamentò dello scarso interesse che il procuratore mostrava per il suo affare, e indicò K., il quale sotto lo sguardo del vicedirettore si curvò di nuovo sulle carte. Quando poi i due si chinarono sulla scrivania e il direttore di fabbrica si accinse a guadagnare alla sua causa il vicedirettore, K. ebbe l’impressione che due uomini, che si immaginava di grandezza esagerata, trattassero della sua sorte al di sopra della sua testa. Lentamente, volgendo in alto gli occhi lentamente e con prudenza, cercò di capire cosa succedeva lassù, senza guardare prese dalla scrivania un documento, lo mise sulla mano aperta e piano piano, mentre egli stesso si alzava in piedi, lo passò ai due signori. Facendo questo non pensava a niente di preciso, ma si muoveva in uno stato d’animo come se intendesse comportarsi così quando avesse completato il grande ricorso che doveva scagionarlo completamente. Il vicedirettore, tutto intento alla conversazione, guardò il documento solo di sfuggita, non lesse neppure ciò che conteneva, dato che ciò che era importante per il procuratore era per lui insignificante, lo tolse di mano a K. e disse: "Grazie, so già tutto", riponendolo tranquillo sul tavolo. K. lo guardò di sbieco, amareggiato. Il vicedirettore però non se ne accorse neppure e, se se ne accorse, ne fu solo rallegrato, ogni tanto esplodeva in una forte risata, a un certo momento con una replica fulminante mise chiaramente in imbarazzo il direttore di fabbrica, ma da quell’imbarazzo lo liberò anche subito trovando lui stesso una giustificazione, e infine lo invitò a passare nel suo ufficio dove avrebbero potuto concludere la faccenda. "E’ una questione molto importante", disse il vicedirettore al direttore di fabbrica, "lo capisco perfettamente. E il signor procuratore" - anche dicendo questo si rivolgeva in verità solo al direttore di fabbrica - "sarà certo contento se lo solleviamo da questo affare. La cosa richiede una tranquilla riflessione. Oggi invece lui sembra sovraccarico di lavoro, e poi ci sono di là in anticamera delle persone che lo attendono da ore." K. ebbe ancora abbastanza autocontrollo per voltarsi dal vicedirettore e dirigere solo al direttore di fabbrica il suo amichevole ma rigido sorriso, ma non fece altro, si appoggiò con le due mani sulla scrivania un po’ chino in avanti, come un commesso dietro il banco, e rimase a vedere come i due signori continuando a parlare prendessero i documenti dal tavolo e scomparissero nella stanza della direzione. Sulla soglia il direttore di fabbrica si voltò, disse che ancora non si congedava da K. ma che naturalmente gli avrebbe riferito sul successo del colloquio, e che inoltre doveva ancora comunicargli una piccola cosa.

Finalmente K. era solo. Non pensò neppure a far passare qualche altro visitatore, e solo indistintamente si rendeva conto di quanto fosse piacevole che la gente fuori credesse che era ancora in trattative con il direttore di fabbrica e che quindi nessuno, neppure il portiere, potesse entrare nella sua stanza. Andò alla finestra, si sedette sul davanzale tenendosi alla maniglia e guardò fuori sulla piazza. La neve stava ancora cadendo, non si era neppure fatto chiaro.

Sedette così a lungo, senza sapere bene che cosa lo preoccupasse, solo ogni tanto si guardava spaventato dietro le spalle verso la porta dell’anticamera, dove, sbagliando, credeva di aver sentito un rumore. Ma siccome non venne nessuno, si calmò, andò al lavandino, si lavò con acqua fredda e con la testa più libera tornò al suo posto vicino alla finestra. La decisione di prendere personalmente in mano la propria difesa gli sembrava ora più grave di quanto avesse pensato in un primo tempo. Finché aveva delegato all’avvocato la difesa, lui stesso era comunque stato, nella sostanza, poco colpito dal processo, lo aveva osservato da lontano e quasi non poteva esserne raggiunto senza intermediazioni, ogni volta che voleva gli era possibile andare a vedere a che punto fosse la sua questione, ma ogni volta aveva potuto anche tirare indietro la testa. Invece ora che avrebbe condotto da sé la propria difesa doveva almeno per il momento esporsi completamente al tribunale, se ci riusciva certo avrebbe ottenuto in seguito la sua assoluzione completa e definitiva, ma in ogni caso temporaneamente si sarebbe trovato in un pericolo molto maggiore di quello che aveva corso finora. Se ancora ne avesse dubitato, la riunione odierna con il vicedirettore e il direttore di fabbrica avrebbe potuto convincerlo a sufficienza del contrario. Com’è che era rimasto lì seduto, tutto preso già dalla sola decisione di difendersi da solo? E come sarebbe diventata la cosa in seguito? Quali giornate gli stavano davanti! Avrebbe trovato la strada che portava, attraverso tutto questo, a un lieto fine? Non significava forse una difesa accurata - e tutto il resto non aveva senso - non significava forse una difesa accurata che per quanto possibile ci si doveva separare da tutto il resto? E sarebbe riuscito a sopportare felicemente tutto ciò? E come sarebbe riuscito a farlo rimanendo in banca? Non si trattava solo del ricorso, per il quale sarebbe forse bastata una vacanza, anche se chiedere proprio ora una vacanza sarebbe stata una grossa audacia; no, si trattava di un intero processo, la cui durata era imprevedibile. Quale ostacolo avevano improvvisamente gettato sulla carriera di K.!

E ora doveva lavorare per la banca? - Guardò la scrivania. - Ora doveva lasciar entrare la gente e trattare con loro? Mentre il suo processo avanzava, mentre lassù nella soffitta gli impiegati del tribunale stavano seduti a studiare i documenti di questo processo, lui doveva curare gli affari della banca? Non aveva forse l’apparenza di una tortura, che, riconosciuta dal tribunale, era in rapporto con il processo e ne accompagnava lo svolgimento? E in banca, nel valutare il suo lavoro, si sarebbe tenuto conto della sua situazione? Nessuno lo avrebbe fatto, e in nessun momento. Il suo processo non era certo del tutto sconosciuto, anche se non era ancora ben chiaro chi ne fosse a conoscenza, e in che misura. Evidentemente però la voce non era ancora arrivata al vicedirettore, altrimenti si sarebbe visto chiaramente come costui, senza alcun senso di colleganza o di umanità, l’avrebbe sfruttata contro di lui. E il direttore? Certamente era ben disposto verso K., e forse, venendo a sapere del processo, avrebbe inteso facilitare in qualche modo K. per quanto era nelle sue possibilità, ma certo non sarebbe arrivato in fondo, perché in questo periodo, con l’indebolirsi del contrappeso finora rappresentato da K., soggiaceva sempre più all’influsso del vicedirettore, il quale oltre tutto sfruttava anche il cattivo stato di salute del direttore per rafforzare il proprio potere. E dunque, cosa poteva sperare K.? Forse con queste riflessioni indeboliva la propria resistenza, eppure era anche necessario evitare di illudersi e vedere ogni cosa nel modo più chiaro che fosse al momento possibile.

Senza un particolare motivo, solo per non dover tornare per ora alla scrivania, aprì la finestra. Si fece aprire con difficoltà, e K. dovette girare la maniglia con due mani. Attraverso la finestra, in tutta la sua altezza e larghezza, la nebbia mista a fumo entrò nella stanza, riempiendola di un lieve odore di bruciato. Volarono dentro anche alcuni fiocchi di neve. "Un brutto autunno", disse dietro di lui il direttore di fabbrica, che uscendo dal vicedirettore era entrato inosservato nella stanza. K. fece un cenno con il capo, guardando inquieto la cartella del direttore di fabbrica, dalla quale certo costui avrebbe ora estratto i documenti per informare K. dei risultati del colloquio con il vicedirettore. Ma il direttore di fabbrica seguì lo sguardo di K., diede un colpetto sulla cartella e senza aprirla disse: "Lei vuole sapere come è andata. Abbastanza bene. Ho quasi in tasca la conclusione dell’affare. E’ un uomo stimolante, il vostro vicedirettore, ma niente affatto scevro di pericoli." Rise e strinse la mano di K., e voleva indurre anche lui al riso. Ma ora a K. sembrò di nuovo sospetto che il direttore di fabbrica non volesse mostrargli le carte e non trovò niente da ridere nella sua osservazione. "Signor procuratore", disse il direttore di fabbrica, "lei è sensibile al tempo. Ha un’aria così oppressa oggi." "Sì", disse K. premendosi la mano sulla tempia, "mal di testa, preoccupazioni familiari." "Giustissimo", disse il direttore di fabbrica, che era un uomo frettoloso e non poteva stare a sentire nessuno con calma, "abbiamo tutti la nostra croce." Senza volere K. aveva fatto un passo in direzione della porta, come se volesse accompagnare fuori il direttore di fabbrica, ma questi disse: "Signor procuratore, avrei ancora da farle una piccola comunicazione. Ho una gran paura che facendogliela proprio oggi forse le do una seccatura, ma ultimamente sono già stato due volte da lei e ogni volta me ne sono dimenticato. Se la rimando ancora, è probabile che perda del tutto il suo significato. Questo però sarebbe un peccato, perché in fondo la mia comunicazione non è forse priva di valore." Prima che K. avesse il tempo di rispondere, il direttore di fabbrica gli si avvicinò, con la falange del dito lo picchiettò sul petto e gli disse piano: "Lei ha un processo non è vero?" K. fece un passo indietro ed esclamò subito: "Questo glielo ha detto il vicedirettore." "Ma no", disse il direttore di fabbrica, "come farebbe a saperlo?" "E lei come fa?" chiese K., già più padrone di se stesso. "Ogni tanto vengo a sapere qualcosa del tribunale", disse il direttore di fabbrica. "La comunicazione che volevo farle riguarda proprio questo." "Sono dunque così tante le persone collegate al tribunale!" disse K. a capo chino e condusse il direttore di fabbrica alla scrivania. Si sedettero come prima e il direttore di fabbrica disse: "Purtroppo ciò che posso comunicarle non è gran cosa. In casi del genere però è bene non tralasciare nessuna piccolezza. Inoltre ci tengo ad aiutarla in qualche modo, per quanto modesto possa essere il mio aiuto. Finora siamo stati buoni amici di affari, non è vero? E allora." K. voleva scusarsi per il suo comportamento durante il colloquio precedente, ma il direttore di fabbrica non tollerò alcuna interruzione, si tirò su sotto il braccio la cartella per mostrare che aveva fretta e continuò: "Ho saputo del suo processo da un certo Titorelli. E’ un pittore, Titorelli è il suo nome d’arte, il suo vero nome non lo conosco neppure. Già da anni ogni tanto viene nel mio ufficio e si porta dietro dei quadretti, per i quali - è più o meno un mendicante - gli do sempre una specie di elemosina. D’altronde sono quadri graziosi, paesaggi di brughiera e roba del genere. Questi acquisti, cui ci eravamo entrambi abituati, andavano avanti senza problemi. A un certo punto però queste visite si ripetevano troppo spesso, io gli feci qualche rimprovero, cominciammo a chiacchierare, mi interessava sapere come potesse mantenersi con la sola pittura, e con mio stupore appresi che la sua principale fonte di guadagno erano i ritratti. Lavorava per il tribunale, disse. Per quale tribunale, gli domandai. E allora mi raccontò del tribunale. Lei può ben immaginarsi il mio stupore a questi racconti. Da allora, ogni volta che mi fa visita, vengo a sapere qualche novità dal tribunale e così acquisisco pian piano una certa competenza in materia. A dire il vero Titorelli è un chiacchierone e spesso devo interromperlo, non solo perché certamente dice anche menzogne, ma soprattutto perché un uomo d’affari come me, quasi schiacciato dalle sue preoccupazioni professionali, non può oltretutto occuparsi molto di faccende altrui. Ma questo sia detto di sfuggita. Forse - è questo che mi è venuto in mente ora - Titorelli può darle un po’ di aiuto, conosce molti giudici e anche se lui stesso non può avere grande influenza, tuttavia potrebbe darle consigli su come arrivare a diverse persone influenti. E anche se questi consigli in sé e per sé non fossero decisivi, tuttavia in mano sua potranno avere un grande rilievo. Lei è quasi un avvocato. Lo dico sempre io: il procuratore K. è quasi un avvocato. Oh, per il suo processo non ho preoccupazioni. Ma perché non va da Titorelli? Su mia raccomandazione farà certamente tutto quel che gli è possibile. Penso davvero che lei ci dovrebbe andare. Naturalmente non c’è bisogno che lei ci vada oggi, quando capita, quando ha occasione. D’altra parte - le dico anche questo - per il fatto che le do questo consiglio lei non è minimamente tenuto ad andare realmente da Titorelli. No, se lei ritiene di poter fare a meno di Titorelli è certamente meglio lasciarlo perdere. Forse lei ha già un piano ben preciso, e Titorelli potrebbe disturbarlo. No, naturalmente in tal caso non ci vada in nessun caso. Certo bisogna anche superare un po’ di resistenza a farsi dare dei consigli da un simile furfante. Beh, come crede. Questa è la lettera di raccomandazione e questo è l’indirizzo."

Deluso, K. prese la lettera e la infilò in tasca. Anche nel migliore dei casi il vantaggio che gli poteva venire dalla raccomandazione era incomparabilmente minore del danno che risiedeva nel fatto che il direttore di fabbrica sapesse del suo processo e che il pittore continuasse a divulgare la notizia. Riuscì appena, con uno sforzo, a ringraziare con qualche parola il direttore di fabbrica che era già diretto alla porta. "Ci andrò", disse, congedandosi sulla porta dal direttore di fabbrica, "oppure, dato che ora sono molto impegnato, gli scriverò di venire un giorno da me in ufficio." "Sapevo che lei avrebbe trovato la soluzione migliore", disse il direttore di fabbrica, "solo pensavo che lei avrebbe preferito evitare di invitare in banca gente come questo Titorelli per parlare con lui del processo. E poi, non è nemmeno sempre vantaggioso mandare in giro lettere indirizzate a persone del genere. Ma certo lei ha pensato a ogni cosa e sa quello che può fare." K. accennò con il capo e accompagnò il direttore di fabbrica fin attraverso l’anticamera. Ma, nonostante la calma esteriore, era molto spaventato di se stesso. Che avrebbe scritto a Titorelli veramente lo aveva detto solo per mostrare in qualche modo al direttore di fabbrica che apprezzava la sua raccomandazione e che valutava subito le possibilità di incontrarsi con Titorelli, ma se avesse considerato utile l’appoggio di Titorelli non avrebbe in realtà esitato a scrivergli davvero. E solo all’osservazione del direttore di fabbrica si era reso conto dei pericoli che ciò avrebbe comportato. Davvero poteva fidarsi così poco del proprio cervello? Se era possibile che invitasse in banca con una lettera esplicita una persona equivoca per chiedergli consigli sul suo processo, a distanza di una sola porta dal vicedirettore, non era anche possibile e addirittura molto probabile che non si accorgesse di altri pericoli o che ci corresse incontro? Non capitava sempre che ci fosse qualcuno vicino a lui per ammonirlo. E proprio ora che doveva intervenire con tutte le sue forze gli venivano simili dubbi, fino ad allora sconosciuti, sulla propria capacità di rimanere all’erta. Forse che quelle difficoltà che sentiva nel lavoro d’ufficio cominciavano ora anche in rapporto al processo? Comunque ora non riusciva più a capire come gli fosse potuto venire in mente di scrivere a Titorelli e invitarlo in banca.

Pensando a questo stava ancora scuotendo la testa, quando il portiere gli si affiancò facendogli notare i tre signori seduti qui su una panca in anticamera. Già da molto tempo stavano aspettando di essere ammessi da K.; ora che il portiere stava parlando con K. si erano alzati in piedi e ciascuno voleva sfruttare la buona occasione per accostare K. prima degli altri. Se la banca aveva così poco riguardi nei loro confronti da lasciarli qui in sala d’attesa a perdere tempo, anche loro avrebbero smesso di avere riguardi. "Signor procuratore", diceva già uno di loro. Ma K. si era fatto portare il cappotto dal portiere e mentre con l’aiuto di quello lo indossava disse a tutti e tre: "Scusatemi, signori, purtroppo al momento non ho il tempo di ricevervi. Vi chiedo veramente scusa, ma ho un affare urgente da sbrigare e devo uscire subito. Avete visto voi stessi quanto a lungo sono stato trattenuto finora. Potreste essere così gentili da ritornare domani, o in un altro momento qualsiasi? O forse vogliamo discutere la cosa telefonicamente? O magari, se volete, potete forse dirmi ora in breve di che si tratta, e io vi darò poi una risposta scritta per esteso. La cosa migliore però sarebbe che ritornaste un’altra volta." Queste proposte di K. ai signori, la cui attesa sembrava essere stata completamente inutile, li portò a un tale grado di stupore che si guardarono l’un l’altro ammutoliti. "Siamo d’accordo allora?" disse K. che si era voltato verso il portiere, il quale gli aveva portato ora anche il cappello. Attraverso la porta aperta della stanza di K. si poteva vedere che fuori la neve cadeva ora molto più forte. K. perciò si tirò su il collo del cappotto e lo abbottonò fino al collo.

Proprio in quel momento dalla stanza accanto uscì il vicedirettore, con un sorriso guardò K. mentre parlava in cappotto con i signori e disse: "Se ne sta andando, signor procuratore?" "Sì", disse K. raddrizzandosi, "devo uscire per una questione di affari." Ma il vicedirettore si era già rivolto ai signori. "E i signori?" domandò. "Credo che stiano aspettando da parecchio." "Ci siamo già messi d’accordo", disse K. Ma ora i signori non si trattennero più, circondarono K. dichiarando che non avrebbero aspettato per delle ore se le loro questioni non fossero state importanti, e non dovessero essere discusse ora, per esteso e a quattr’occhi. Il vicedirettore rimase un poco ad ascoltarli, guardò K., che teneva il cappello in mano e lo puliva qua e là dalla polvere, e poi disse: "Signori, c’è una soluzione molto semplice. Se vi contentate di me, mi occuperò volentieri io di trattare al posto del signor procuratore. Naturalmente le vostre questione devono essere discusse subito. Siamo anche noi uomini d’affari e sappiamo quanto vale il tempo di gente come noi. Volete favorire?" E aprì la porta che portava all’anticamera del suo ufficio.

Com’era in gamba il vicedirettore ad appropriarsi di tutto ciò che ora K. era obbligato a cedere! Non stava cedendo K. più di quanto fosse assolutamente necessario? Mentre correva da un pittore con speranze indefinite e, come doveva confessare a se stesso, alquanto misere, qui la sua reputazione subiva un danno irreparabile. Forse sarebbe stato molto meglio rispogliarsi del cappotto e riconquistarsi almeno i due signori che dovevano ancora aspettare lì accanto. K. ci avrebbe forse anche provato, se non avesse ora visto nella sua stanza il vicedirettore che cercava qualcosa sullo scaffale, come se fosse il suo. Quando K., in collera, si avvicinò alla porta, quello esclamò: "Ah, non è ancora andato via." Voltò verso di lui il viso, dove le molte rughe tese sembravano testimoniare non vecchiaia, ma energia, e ricominciò subito a cercare. "Cerco una copia di contratto", disse, "che secondo il rappresentante della ditta dev’essere qui da lei. Le dispiace aiutarmi a cercarla?" K. avanzò di un passo, ma il vicedirettore disse: "Grazie, l’ho già trovata" e con un gran pacco di documenti, che di certo non conteneva solo la copia del contratto ma anche molte altre cose, se ne tornò nella sua stanza.

"Ancora non posso competere con lui", si disse K., "ma quando le mie difficoltà personali saranno superate lui sarà il primo ad accorgersene, e sarà un boccone molto amaro." Calmandosi con questo pensiero, diede al portiere, che già da un pezzo gli teneva aperta la porta che dava sul corridoio, l’incarico di riferire eventualmente al direttore che era uscito per un affare di lavoro e, quasi felice di potere per un po’ di tempo dedicarsi più completamente alla sua questione, lasciò la banca.

Andò subito dal pittore, che abitava in una periferia all’estremo opposto di quella dove si trovavano le cancellerie del tribunale. Era una zona ancor più povera; le case erano ancor più buie, i vicoli pieni di sporcizia che lentamente si spargeva all’intorno galleggiando sulla neve sciolta. Nell’edificio dove abitava il pittore solo un’ala del grande portone era aperta, mentre nell’altra, in basso vicino al muro, c’era un buco dal quale, proprio mentre K. si avvicinava, si riversò un liquido fumante, giallo e ripugnante, dal quale un topo scappò rifugiandosi nel vicino canale. Giù sulla scala un bambino piccolo stava per terra a pancia in giù e piangeva, ma quasi non lo si sentiva a causa di una fabbrica di stagno dall’altra parte dell’atrio, il cui rumore copriva ogni cosa. La porta della fabbrica era aperta, tre aiutanti stavano in semicerchio intorno a un qualche oggetto su cui lavoravano colpendolo con dei martelli. Un grande lamiera di latta appesa alla parete gettava una pallida luce che si insinuava fra due aiutanti e rischiarava i volti e le tute da lavoro. K. dedicò a tutto questo uno sguardo fuggevole, voleva sbrigarsi qui il più presto possibile, limitarsi a interrogare con qualche parola il pittore e tornarsene subito in banca. Se avesse ottenuto qui anche il più piccolo successo, sul suo lavoro di oggi in banca ciò avrebbe ancora potuto avere un buon effetto. Al terzo piano dovette moderare il passo, era completamente senza fiato, le scale e i pianerottoli erano oltremodo alti e il pittore evidentemente abitava lassù in un sottotetto. Anche l’aria era assai opprimente, non c’era una tromba delle scale ma gli stretti gradini erano chiusi dal muro su entrambi i lati, e solo qua e là sul muro, molto in alto, c’erano delle piccole finestre. Proprio mentre K. si era fermato un attimo, alcune ragazzine corsero fuori da una abitazione, e ridendo si precipitarono, superandolo, su per le scale. K. le seguì lentamente, raggiunse una delle ragazze che era inciampata ed era rimasta indietro e mentre salivano insieme le domandò: "Abita qui un certo pittore Titorelli?" La ragazza, che avrà avuto tredici anni ed era un po’ gobba, a queste parole lo colpì con il gomito guardandolo di sbieco. Né la sua età precoce, né il suo difetto fisico avevano potuto impedire che fosse già del tutto corrotta. Non sorrise neppure, ma guardò seria K., con uno sguardo acuto e invitante. K. fece finta di non accorgersene, e domandò: "Conosci il pittore Titorelli?" La ragazza fece un cenno con il capo e chiese a sua volta: "Cosa vuole da lui?" A K. sembrò utile informarsi ancora un po’, alla svelta, a proposito di Titorelli: "Voglio che mi faccia un ritratto", disse. "Un ritratto?" domandò la ragazza, aprì esageratamente la bocca, colpì leggermente K. con la mano, come se avesse detto qualcosa di straordinariamente sorprendente o inopportuno, con entrambe le mani si sollevò la gonna, che era già corta per conto suo, e corse il più veloce che poteva dietro le altre ragazze, le cui grida si perdevano già, indistinte, lassù in alto. Alla successiva svolta della scala però K. le ritrovò tutte insieme. Evidentemente erano state informate dell’intenzione di K. dalla loro compagna gobba, e lo aspettavano. Stavano ai due lati della scala, schiacciandosi contro il muro perché K. potesse passare comodamente in mezzo a loro, e con la mano si stiravano i grembiuli. Le loro facce, così come questo mettersi in fila, esprimevano un misto di infanzia e di perversione. In cima alla fila delle ragazze, che ora dopo il passaggio di K. tornavano fra le risa a riunirsi, c’era la gobbetta, che aveva assunto la posizione di guida. Fu grazie a lei che K. trovò subito la strada giusta. Infatti aveva intenzione di proseguire dritto la sua salita, ma lei gli accennò che per arrivare da Titorelli doveva prendere una deviazione della scala. La scala per arrivare dal pittore era particolarmente stretta, molto lunga, senza curve, la si poteva vedere in tutta la sua lunghezza ed era chiusa in alto dalla porta di Titorelli. Questa era, al contrario della rimanente scala, relativamente ben illuminata da un lucernario posto obliquo sopra di essa, e consisteva di travi non lavorate, su cui con inchiostro rosso, a larghe pennellate, era dipinto il nome di Titorelli. K. con il suo seguito non era ancora arrivato a metà di questa scala quando lassù, evidentemente a motivo del rumore di tutti quei passi, la porta si aprì un poco e nella fessura comparve un uomo che sembrava vestito della sola camicia da notte. "Oh!" esclamò vedendo arrivare quella folla, e scomparve. La gobbetta batté le mani per la gioia, e le altre ragazze si ammucchiarono dietro K. per spingerlo avanti più veloce.

Ancora però non erano arrivati in cima, che lassù il pittore spalancò del tutto la porta e con un profondo inchino invitò K. a entrare. Le ragazze invece le spinse fuori, e a nessuna permise di entrare per quanto pregassero e per quanto tentassero di intrufolarsi contro la sua volontà, dato che con il suo permesso era impossibile. Solo la gobbetta riuscì a sfuggirgli sotto il braccio disteso, ma il pittore la inseguì, la afferrò per la gonna, la fece roteare intorno a sé e poi la mise davanti alla porta vicino alle sue compagne, le quali non avevano avuto il coraggio, mentre il pittore aveva lasciato il suo posto, di varcare la soglia. K. non sapeva come giudicare tutto ciò, sembrava infatti che il tutto avvenisse come d’amore e d’accordo. Le ragazze sulla porta, una dopo l’altra, allungarono il collo verso l’alto, gridarono al pittore alcune parole scherzose che K. non capì, e anche il pittore si mise a ridere, mentre la gobbetta che teneva in mano quasi volava per aria. Poi chiuse la porta, si inchinò nuovamente verso K., gli porse la mano e presentandosi disse: "Titorelli, artista." K. indicò la porta dietro la quale si sentiva il sussurrio delle ragazze, e disse: "Sembra che in questa casa lei sia molto benvoluto." "Ah, quelle birbanti!" disse il pittore, e cercava inutilmente di abbottonarsi al collo la camicia da notte. Per il resto era a piedi nudi, e portava solamente un paio di pantaloni larghi di tela, giallastri, tenuti fermi da una cintura la cui lunga estremità sbatacchiava liberamente di qua e di là. "Queste birbanti sono un vero peso per me", continuò, lasciando perdere la camicia da notte il cui ultimo bottone alla fine si era strappato, quindi prese una sedia e costrinse K. a sedersi. "Una volta ho fatto il ritratto a una di loro - una che oggi non c’è neppure - e da allora mi perseguitano tutte. Quando ci sono io entrano solo su mio permesso, ma quando esco qui ce n’è sempre almeno una. Si sono fatte fare una chiave della mia porta, e se la prestano a vicenda. E’ difficile anche solo immaginarsi quanto ciò possa essere fastidioso. Per esempio, vengo a casa con una signora cui devo fare il ritratto, apro la porta con la mia chiave e trovo ad esempio la gobbetta là vicino al tavolino che con il pennello si dipinge le labbra di rosso, mentre i suoi fratellini, che lei dovrebbe sorvegliare, girano di qua e di là sporcando ogni angolo della stanza. Oppure, come mi è successo solo ieri sera, torno a casa tardi la sera - anzi considerando ciò voglia scusare il mio stato e il disordine della stanza - dunque torno tardi la sera e voglio andarmene a letto, quando sento un pizzicotto alla gamba, guardo sotto il letto e ne tiro fuori di nuovo una di quelle marmocchie. Perché ce l’abbiano tanto con me non lo so, lei stesso avrà notato che non sono io a cercare di attirarle. Naturalmente mi disturbano anche nel mio lavoro. Se questo atelier non mi fosse stato messo a disposizione gratis, avrei già traslocato da un pezzo." Proprio in quel momento, si udì una vocina dietro la porta gridare, tenera e ansiosa: "Titorelli, possiamo venire ora?" "No", rispose il pittore. "Nemmeno io da sola?" "Nemmeno", disse il pittore, andò alla porta e la chiuse a chiave.

K. nel frattempo si era guardato intorno nella stanza, lui non sarebbe mai arrivato all’idea che si potesse chiamare atelier questa stanzetta miserabile. Per lungo e per largo non si potevano fare più di due lunghi passi. Tutto, pavimento, pareti e soffitto, era di legno, e fra le assi si potevano vedere delle sottili fessure. Di fronte a K. si trovava, appoggiato al muro, il letto, sommerso da lenzuola di diversi colori. Nel mezzo della stanza, su un cavalletto, c’era un quadro coperto da una camicia le cui maniche dondolavano sul pavimento. Dietro K. c’era la finestra, attraverso la quale, nella nebbia, lo sguardo non andava oltre il tetto della casa vicina, coperto di neve.

Il rumore della chiave nella serratura ricordò a K. che aveva l’intenzione di andarsene alla svelta. Estrasse perciò dalla tasca la lettera del direttore di fabbrica, la porse al pittore e disse: "Attraverso questo signore, che è un suo conoscente, ho saputo di lei, e su suo consiglio sono venuto qui." Il pittore diede una scorsa alla lettera e la gettò sul letto. Se il direttore di fabbrica non avesse parlato nei termini più precisi di Titorelli come di un suo conoscente e come di un poveretto che viveva delle sue elemosine, si sarebbe ora potuto credere per davvero che Titorelli non lo conoscesse affatto o per lo meno che non riuscisse a ricordarsene. Inoltre ora il pittore gli chiese: "Lei vuole comprare un quadro o farsi fare un ritratto?" K. guardò il pittore stupefatto. Cosa c’era scritto allora di preciso nella lettera? K. aveva dato per scontato che nella lettera il direttore di fabbrica avesse informato il pittore che K. non voleva altro che avere qui notizie del suo processo. Dunque, si era precipitato qui troppo alla svelta e senza riflettere! Ora però doveva pur dare una risposta al pittore, e dando uno sguardo al cavalletto disse: "In questo momento sta lavorando a un quadro?" "Sì", disse il pittore e gettò sul letto, al seguito della lettera, la camicia che pendeva sul cavalletto. "E’ un ritratto. Un buon lavoro, ma non è ancora completamente pronto." Il caso era favorevole a K., gli veniva offerta su un piatto l’occasione di parlare del tribunale, perché si trattava evidentemente del ritratto di un giudice. D’altronde era notevolmente simile al quadro nello studio dell’avvocato. Certo si trattava qui di un giudice del tutto diverso, un uomo corpulento con una barba nera e folta che raggiungeva sui lati tutta l’ampiezza delle guance, inoltre il quadro dell’avvocato era un ritratto a olio, mentre questo era eseguito a pastello, con tratti deboli e indistinti. In tutto il resto però era simile, perché anche qui il giudice, con aria minacciosa, intendeva alzarsi dal suo seggio, di cui teneva stretti i braccioli. "E’ di sicuro un giudice", avrebbe voluto dire subito K., ma poi per il momento si trattenne ancora e si avvicinò al quadro, come se volesse studiarlo nei dettagli. Non riusciva a chiarirsi una grande figura che stava in piedi nel mezzo, dietro lo schienale del seggio, e ne chiese al pittore. "Deve essere ancora un po’ ritoccata", rispose il pittore, prese un pastello da un tavolino e con quello ripassò un poco i contorni della figura, senza con questo renderla più chiara agli occhi di K. "E’ la giustizia", disse infine il pittore. "Ora la riconosco", disse K., "qui c’è la benda intorno agli occhi, e qui la bilancia. Ma mi sembra che abbia anche le ali ai calcagni e che stia correndo." "Sì", disse il pittore, "mi hanno incaricato di dipingerla così, a rigor di termini è la giustizia e contemporaneamente anche la dea della vittoria." "Non è una buona associazione", disse K. con un sorriso, "la giustizia deve stare calma, altrimenti la bilancia vacilla e ogni giudizio diventa impossibile." "In questo mi adatto agli ordini ricevuti", disse il pittore. "Certo, certo", disse K., che non voleva offendere nessuno con la sua osservazione. "Lei ha dipinto la figura come sta realmente sul seggio." "No", disse il pittore, "io non ho visto né la figura né il seggio, è tutta un’invenzione, ma mi hanno detto che cosa dovevo dipingere." "Come?" chiese K., intenzionalmente faceva finta di non capire del tutto il pittore, "si tratta comunque di un giudice, seduto sul suo seggio di giudice." "Sì", disse il pittore, "ma non è un giudice di alto grado, e non ha mai seduto su un simile seggio." "E ciononostante si fa ritrarre in una posizione così solenne? Se ne sta seduto lì come un presidente di tribunale." "Sì, i signori sono vanitosi", disse il pittore. "Però per farsi dipingere così hanno l’autorizzazione dei superiori. Ad ognuno è prescritto nei dettagli come può farsi dipingere. Purtroppo proprio in questo quadro non si possono valutare bene i dettagli del costume e della sedia, i pastelli non sono adatti a queste raffigurazioni." "Sì", disse K., "è strano che sia dipinto a pastello." "Lo ha voluto il giudice", disse il pittore, "è destinato a una signora." Sembrava che guardando il quadro gli fosse venuta voglia di lavorare, si rimboccò le maniche e prese in mano alcuni pastelli, e K. poté vedere come dopo qualche tratto vibrante di pastello subito accanto alla testa del giudice si venisse formando un’ombra rossastra, che in forma di raggi si attenuava verso i bordi del quadro. Gradualmente questo gioco d’ombre circondava la testa come un ornamento o un’alta distinzione. Intorno alla giustizia invece rimaneva chiaro fino a una sfumatura impercettibile, e in questo chiarore la figura sembrava risaltare particolarmente, non ricordava quasi più la dea della giustizia, nemmeno però quella della vittoria, ora sembrava molto di più e in tutti i dettagli la dea della caccia. Il lavoro del pittore attirava K. più di quanto volesse; alla fine però si fece dei rimproveri per essere rimasto qui tanto tempo senza avere fatto niente di sostanziale per la sua causa. "Come si chiama questo giudice?" chiese a un tratto. "Non posso dirlo", rispose il pittore, si era piegato profondamente sul quadro e chiaramente trascurava il suo ospite, che pure in un primo momento aveva ricevuto con tanti riguardi. K. lo considerò un capriccio, e ne fu irritato, perché gli faceva perdere tempo. "Lei dunque è un uomo di fiducia del tribunale?" domandò. Subito il pittore mise da parte i pastelli, si raddrizzò, si strofinò le mani e guardò K. con un sorriso. "E’ meglio tirar fuori subito la verità", disse, "lei vuole sapere qualcosa del tribunale, come d’altronde dice anche la sua lettera di raccomandazione, e ha cominciato a farmi domande sui miei quadri per guadagnarsi la mia benevolenza. Ma io non me ne ho a male, lei non poteva certo sapere che da me questo è inopportuno. Oh, la prego!" disse con un deciso gesto di rifiuto, dato che K. voleva opporre qualcosa. Poi continuò: "Del resto la sua osservazione è del tutto giusta, io sono un uomo di fiducia del tribunale." Fece una pausa, come se volesse lasciare a K. il tempo di digerire questo dato di fatto. Ora dietro la porta si udivano di nuovo le ragazze. Sembrava che si affollassero dietro il buco della serratura, forse si poteva sbirciare nella stanza anche attraverso le fessure. K. tralasciò di scusarsi in qualche modo perché non voleva portare il pittore fuori tema, ma non voleva neppure che il pittore si innalzasse troppo, rendendosi così in certo modo irraggiungibile, e perciò chiese: "La sua è una posizione riconosciuta esplicitamente?" "No", disse in breve il pittore, come se con questo gli fosse impedito ogni ulteriore discorso. Ma K. non voleva che smettesse di parlare, e disse: "Beh, spesso queste posizioni non riconosciute sono più influenti di quelle riconosciute" "Ed è proprio il mio caso", disse il pittore e con la fronte aggrottata fece un cenno con il capo. "Ieri parlavo del suo caso con il direttore di fabbrica, mi chiedeva se non avrei voluto aiutarla, io ho risposto: "Costui può ben venire da me una volta o l’altra", e ora mi rallegro di vederla qui così alla svelta. Sembra che la cosa le stia molto a cuore, e naturalmente questo non mi stupisce. Non vuole prima di tutto togliersi la giacca?" Anche se K. intendeva trattenersi pochissimo, questo invito del pittore gli giunse assai gradito. L’aria della stanza lo opprimeva sempre di più, di tanto in tanto aveva guardato con stupore nell’angolo una piccola stufa che era senza dubbio spenta; l’afa della stanza era inspiegabile. Mentre si toglieva il cappotto e si sbottonava anche la giacca, il pittore disse scusandosi: "Io ho bisogno di calore. Si sta bene qui, non è vero? Da questo punto di vista la stanza è ben disposta." A queste parole K. non rispose, ma a dire il vero non era il caldo che lo metteva a disagio quanto piuttosto l’aria umida che quasi impediva di respirare, di sicuro nella stanza non si cambiava l’aria da un pezzo. Questa spiacevole sensazione fu rafforzata per il fatto che il pittore lo invitò a sedersi sul letto, mentre lui stesso si sedette sull’unica sedia della stanza, davanti al cavalletto. Inoltre il pittore sembrò non capire perché K. rimanesse sul bordo del letto, ma si mise a insistere che K. poteva mettersi comodo, e poiché lo vide esitante, gli si avvicinò e lo spinse giù fra materassi e cuscini. Poi tornò alla sua sedia e infine gli pose la prima domanda concreta, che fece dimenticare a K. tutto il resto. "Lei è innocente?" "Sì", disse K. La risposta a questa domanda gli diede una vera gioia, soprattutto perché veniva data a un privato, e quindi senza alcuna responsabilità. Nessuno finora lo aveva interrogato così esplicitamente. Per gustarsi questa felicità, aggiunse ancora: "Sono completamente innocente." "Ecco", disse il pittore chinando il capo, e sembrava che riflettesse. Improvvisamente lo rialzò e disse: "Se lei è innocente, la questione è molto semplice." Lo sguardo di K. si oscurò, questo uomo di fiducia del tribunale parlava ingenuamente come un bambino. "La mia innocenza non semplifica niente" disse K. Malgrado tutto dovette sorridere, scuotendo lentamente il capo. "Tutto dipende invece da molte sottigliezze nelle quali il tribunale si perde. Alla fine, da qualche parte dove inizialmente non c’era nulla, tira fuori una grande colpa." "Sì, sì, certo", disse il pittore, come se K. disturbasse inutilmente il suo ragionamento. "Lei però è innocente?" "Certo", disse K. "Questa è la cosa principale", disse il pittore. Non c’era modo di intervenire con delle obiezioni, solo malgrado il suo tono deciso non era chiaro se parlasse così per convinzione o solo per indifferenza. Prima di tutto K. voleva stabilire questo, e perciò disse: "Certamente lei conosce il tribunale molto meglio di me, io non ne so molto di più di quello che ho sentito in giro, e oltre tutto dalle persone più diverse. Su un punto però sono tutti d’accordo, e cioè che le accuse non vengono formulate alla leggera e che il tribunale, quando accusa, è fermamente convinto della colpa dell’imputato, ed è molto difficile dissuaderlo da questa convinzione." "Difficile?" chiese il pittore lanciando una mano verso l’alto. "Il tribunale non viene mai dissuaso. Se io dipingessi qui su una tela tutti i giudici uno in fila all’altro e lei si difendesse davanti alla tela, avrebbe più successo che davanti al vero tribunale." "Sì", disse K. fra sé e sé, dimenticando che aveva voluto solo scrutare le intenzioni del pittore.

Di nuovo una ragazza cominciò a chiedere dietro la porta: "Titorelli, quello non se ne va ancora?" "Zitte", gridò il pittore verso la porta, "non vedete che sto avendo un colloquio con questo signore?" Ma questo non bastò alla ragazza, che chiese: "Gli farai il ritratto?" E siccome il pittore non rispondeva disse ancora: "Per favore non glielo fare, è un uomo così brutto." Ci fu un susseguirsi incomprensibile di approvazioni. Il pittore fece un balzo verso la porta, aprì una fessura - si videro le mani tese delle ragazze, congiunte in segno di preghiera - e disse: "Se non state zitte vi butto giù dalle scale tutte quante. Sedetevi qui sugli scalini e state buone." Probabilmente non ubbidirono subito, sicché dovette dare un ordine. "Giù sugli scalini!" Solo allora ci fu silenzio.

"Scusi", disse il pittore tornando da K. K. si era appena voltato verso la porta, aveva lasciato al solo pittore la decisione se e come difenderlo. Anche ora fece appena un movimento quando il pittore si chinò verso di lui e, per non essere sentito da fuori, gli sussurrò all’orecchio: "Anche queste ragazze appartengono al tribunale." "Come?" chiese K., si scostò di lato con la testa e guardò il pittore. Questi però si sedette di nuovo sulla sedia e un po’ per scherzo un po’ per spiegazione disse: "Si sa, tutto appartiene al tribunale." "Questo non lo avevo ancora notato", disse brevemente K., l’osservazione generica del pittore toglieva ogni aspetto inquietante alla precedente affermazione sulle ragazze. Ciononostante K. guardò ancora per un po’ la porta dietro la quale stavano sedute sugli scalini le ragazze, ora silenziose. Solo una di loro aveva infilato una pagliuzza in una fessura fra le travi e la spostava lentamente su e giù.

"Si direbbe che lei non ha ancora una visione d’insieme del tribunale", disse il pittore, aveva allargato le gambe e con la punta dei piedi dava dei colpetti sul pavimento. "Ma siccome è innocente non ne avrà neppure bisogno. Io da solo la tirerò fuori." "E come intende farlo?" chiese K. "Lei stesso ha detto poco fa che il tribunale è del tutto inaccessibile alle prove documentarie." "Solo per quelle che vengono portate davanti al tribunale", disse il pittore alzando l’indice, come se K. non avesse afferrato una sottile distinzione. "Le cose stanno altrimenti con i tentativi a questo proposito fatti dietro le quinte del tribunale ufficiale, e cioè nelle camere di consiglio, nei corridoi o ad esempio anche qui nell’atelier." Ciò che il pittore stava dicendo non sembrava più ora a K. tanto incredibile, ma anzi era in perfetto accordo con ciò che K. aveva sentito dire anche da altre persone. Sì, ed era una cosa che riempiva addirittura di speranza. Se davvero i giudici potevano essere influenzati tanto facilmente dalle relazioni personali, secondo l’immagine che ne aveva dato l’avvocato, allora i rapporti del pittore con quei giudici vanitosi erano particolarmente importanti e comunque non andavano in alcun modo sottovalutati. Così il pittore si inseriva molto bene in quel cerchio di aiutanti che K. stava a poco a poco raccogliendo intorno a sé. Un tempo in banca si era elogiato il suo talento organizzativo; qui, dove poteva contare solo su se stesso, si presentava una buona occasione di metterlo alla prova nel modo più estremo. Il pittore osservò l’effetto che la sua dichiarazione aveva fatto su K. e disse poi con una certa ansietà: "Non si accorge che parlo quasi come un uomo di legge? E’ perché sono influenzato dai miei rapporti ininterrotti con i signori del tribunale. Naturalmente ne traggo grandi vantaggi, ma l’impeto artistico va in gran parte perduto." "Ma come è venuto per la prima volta in relazione con i giudici?" chiese K., voleva anzitutto guadagnarsi la fiducia del pittore prima di prenderlo direttamente al suo servizio. "E’ stato molto semplice", disse il pittore, "è una relazione che ho ereditato. Già mio padre era pittore del tribunale. Questa è una posizione che si eredita sempre. Per un compito del genere non si possono usare persone nuove. Infatti per ritrarre i diversi gradi di funzionario ci sono regole tanto diverse, molteplici e soprattutto segrete che in generale non vengono conosciute al di fuori di certe famiglie. Lì nel cassetto per esempio ho gli appunti di mio padre, che non mostro a nessuno. Ma solo chi li conosce è autorizzato a ritrarre i giudici. Tuttavia, anche se li perdessi, mi restano ancora così tante regole che solo io ho in testa, che nessuno potrebbe mettere in discussione il mio posto. Ogni giudice vuole essere dipinto come lo furono i grandi giudici del passato, e questo posso farlo solo io." "E’ una cosa da fare invidia", disse K. pensando al proprio posto in banca, "quindi il suo posto è inamovibile?" "Sì, inamovibile", disse il pittore alzando le spalle con orgoglio. "E’ per questo che ogni tanto posso anche permettermi di aiutare un poveretto che ha un processo." "E come lo fa?" chiese K. come se non fosse lui quello che il pittore aveva appena definito un poveretto. Ma il pittore non si lasciò distrarre, e disse: "Nel suo caso ad esempio, dato che è completamente innocente, farò in questo modo." Questo ripetere continuamente la sua innocenza dava ormai fastidio a K. A volte gli sembrava che il pittore con questo ponesse come condizione per il suo aiuto un buon esito del processo, esito che naturalmente avrebbe reso inutile l’aiuto stesso. Malgrado questo dubbio K. si dominò e non interruppe il pittore. Non voleva rinunciare all’aiuto del pittore, a questo era deciso, e poi tale aiuto non gli sembrava affatto più discutibile di quello dell’avvocato. K. anzi lo preferiva addirittura, perché veniva offerto in modo più innocuo ed esplicito.

Il pittore si era tirato la sedia più vicino al letto e a voce smorzata continuò: "Ho dimenticato di chiederle per prima cosa che tipo di assoluzione desidera. Ci sono tre possibilità, e cioè l’assoluzione vera, l’assoluzione apparente e il rinvio indeterminato. Naturalmente la migliore è l’assoluzione vera, ma su questo tipo di conclusione io non ho il minimo influsso. A mio giudizio non c’è assolutamente nessuno che abbia influsso sull’assoluzione vera. E’ verosimile che per questa possibilità sia decisiva solo l’innocenza dell’imputato. Poiché lei è innocente sarebbe realmente possibile che lei si affidasse unicamente alla sua innocenza. In tal caso però lei non ha bisogno di me né di alcun altro aiuto."

All’inizio questa esposizione ordinata sorprese K., poi però disse, a bassa voce come il pittore: "Credo che lei si contraddica." "E in che modo?" chiese paziente il pittore, appoggiandosi con un sorriso alla sedia. Questo sorriso destò in K. l’impressione di essere sul punto di scoprire contraddizioni non nelle parole del pittore, ma nei meccanismi stessi del tribunale. Tuttavia non si arrese e disse: "Prima lei ha osservato che il tribunale è inaccessibile alle prove documentarie, poi ha limitato questa inaccessibilità al tribunale pubblico, e ora afferma addirittura che l’innocente non ha bisogno di aiuti davanti al tribunale. Questa è già una contraddizione. Inoltre prima lei ha detto che i giudici possono essere influenzati attraverso relazioni personali, ora invece lei esclude che la vera assoluzione, come lei la chiama, possa mai essere ottenuta con influenze personali. E questa è la seconda contraddizione." "Queste contraddizioni sono facili a spiegarsi", disse il pittore. "Stiamo parlando di due cose diverse, lei non deve confondere quello che sta scritto nella legge con quella che è la mia personale esperienza. Nella legge, che comunque io non ho letto, c’è scritto naturalmente che l’innocente viene assolto, d’altra parte non c’è scritto che i giudici possono essere influenzati. Ora, io ho sperimentato proprio il contrario. Non ho mai saputo di vere assoluzioni, mentre invece so di molti casi di influssi individuali. Naturalmente è possibile che in tutti i casi a me noti non ci fosse mai innocenza. Ma questo non è inverosimile? Tanti casi, e nemmeno uno innocente? Fin da bambino stavo a sentire mio padre con attenzione quando a casa raccontava dei processi, anche i giudici che venivano nel suo atelier raccontavano del tribunale, nella nostra cerchia in generale non si parla d’altro, non appena ho avuto la possibilità di andare io stesso al tribunale la sfruttavo sempre, ho assistito a innumerevoli processi nei loro stadi importanti e li ho seguiti finché rimanevano accessibili, e - devo confessarlo - non ho mai osservato neppure una vera assoluzione." "Neppure una vera assoluzione, dunque", disse K., come parlando a se stesso e alle proprie speranze. "Questo però conferma l’opinione che avevo già del tribunale. Anche da questo lato dunque esso è senza scopo. L’intero tribunale potrebbe essere sostituito da un solo carnefice." "Lei non deve generalizzare", disse scontento il pittore, "le ho parlato solo della mia esperienza." "E’ ben sufficiente", disse K., "oppure lei ha sentito parlare di assoluzioni nei tempi passati?" "Assoluzioni del genere", rispose il pittore, "devono pur esserci state. Solo, è molto difficile stabilirlo con certezza. Le decisioni finali del tribunale non vengono pubblicate, sono inaccessibili agli stessi giudici, e di conseguenza sui casi giudiziari del passato si conservano solo delle leggende. Queste, addirittura per la maggior parte, riferiscono di vere assoluzioni, sono storie degne di fede, però non sono documentabili. Comunque non le si può del tutto tralasciare, certamente contengono un fondo di verità, e poi sono molto belle, io stesso ho dipinto alcuni quadri che hanno per tema leggende del genere." "Non saranno delle semplici leggende a cambiare la mia opinione", disse K., "immagino che non ci si possa appellare a queste leggende davanti al tribunale." Il pittore rise. "No, non si può fare." "E allora è inutile parlarne", disse K., per il momento voleva accettare tutte le opinioni del pittore anche se le riteneva inverosimili e in contraddizione con altre notizie. Ora non aveva il tempo di soppesare la verità di ciò che il pittore diceva o addirittura di contraddirlo, era già raggiunto il massimo se convinceva il pittore a venirgli in aiuto in un modo qualsiasi, anche se non decisivo. Perciò disse: "Lasciamo perdere dunque la vera assoluzione, lei ha citato altre due possibilità." "L’assoluzione apparente e il rinvio. Solo di queste si può trattare", disse il pittore. "Ma prima di parlare, non vuole togliersi la giacca? Lei ha certamente caldo." "Sì", disse K., che finora aveva prestato attenzione solo ai chiarimenti del pittore; ora però che gli era stato ricordato il caldo, la sua fronte si coprì di abbondante sudore. "E’ quasi insopportabile." Il pittore accennò con il capo, come se capisse benissimo il disagio di K. "Non si potrebbe aprire la finestra?" chiese K. "No", disse il pittore. "E’ solo una lastra di vetro montata fissa, non si può aprire." K. si accorse ora che per tutto il tempo aveva sperato che ad un tratto il pittore sarebbe andato alla finestra per spalancarla, oppure che lui stesso lo avrebbe fatto. Era pronto anche a respirare la nebbia a bocca aperta. Il pensiero di essere qui del tutto escluso dall’aria gli faceva venire le vertigini. Colpì leggermente con la mano il piumino accanto a sé e disse debolmente: "E’ proprio una cosa scomoda e malsana." "Oh no", disse il pittore a difesa della sua finestra. "Per il fatto di non poterla aprire, anche se è un vetro semplice, il calore si mantiene meglio che se fosse una finestra a doppi vetri. Se voglio fare aria, cosa che non è molto necessaria dato che ci sono spifferi dappertutto attraverso le fessure delle travi, basta che io apra una delle mie porte, o anche tutte e due." Un po’ confortato da questa spiegazione, K. si guardò intorno per trovare la seconda porta. Il pittore se ne accorse e disse: "E’ dietro di lei, ho dovuto sbarrarla con il letto." Solo ora K. vide la porticina nel muro. "A dire il vero, tutto qui è troppo piccolo per un atelier", disse il pittore come per prevenire un rimprovero di K. "Ho dovuto sistemarmi meglio che potevo. Naturalmente, il letto davanti alla porta è in una posizione pessima. Ad esempio il giudice di cui sto facendo ora il ritratto viene sempre dalla porta vicino al letto, e di questa porta gli ho anche dato una chiave, perché mi possa aspettare qui nell’atelier anche quando io non sono a casa. Però di solito viene la mattina presto quando dormo ancora. Naturalmente quando apre la porta vicino al letto mi strappa sempre dal sono più profondo. Lei perderebbe ogni rispetto dei giudici se sentisse le maledizioni con cui lo accolgo, quando la mattina presto mi passa sul letto. E’ vero che potrei portargli via la chiave, ma sarebbe ancora peggio. Qui basta una piccolissima spinta per far saltare tutte le porte dai cardini." Durante tutto questo discorso K. rifletteva se doveva togliersi la giacca, ma poi si rese conto che non facendolo non sarebbe riuscito a rimanere lì più a lungo, e perciò si tolse la giacca, però se la mise sulle ginocchia, per poterla rimettere subito se il colloquio fosse finito. Appena si fu tolto la giacca, una delle ragazze gridò: "Si è già tolto la giacca" e si udì come tutte si affollassero alle fessure per godersi lo spettacolo di persona. "Vede", disse il pittore, "le ragazze credono che io le farò il ritratto e che lei si stia spogliando per questo." "Dunque", disse K. poco divertito, perché ora non stava molto meglio di prima, nonostante che fosse lì seduto in maniche di camicia. Quasi brontolando domandò: "Come ha chiamato le altre due possibilità?" Aveva già dimenticato di nuovo le espressioni precise. "L’assoluzione apparente e il rinvio", disse il pittore. "Sta a lei scegliere fra queste due. Entrambe si possono raggiungere con il mio aiuto, naturalmente non senza fatica, da questo punto di vista la differenza è che l’assoluzione apparente richiede uno sforzo concentrato e limitato nel tempo, il rinvio uno sforzo molto più piccolo ma duraturo. Prima di tutto dunque parliamo dell’assoluzione apparente. Se le vuole questa, io le scrivo su un foglio di carta un certificato della sua innocenza. Il testo di un simile certificato mi è stato tramandato da mio padre ed è assolutamente ineccepibile. Con questo certificato faccio il giro dei giudici che conosco. Per esempio potrei cominciare leggendo il certificato al giudice di cui sto facendo il ritratto, stasera quando viene. Gli presento il certificato, gli dichiaro che lei è innocente e mi faccio garante della sua innocenza. Questa però non è una garanzia puramente esteriore, ma è reale e vincolante." Nello sguardo del pittore c’era come un rimprovero che K. volesse imporgli una simile garanzia. "Sarebbe certo molto gentile", disse K. "E il giudice potrebbe crederle e nonostante ciò non assolvermi veramente?" "L’ho già detto", rispose il pittore. "D’altronde non è affatto sicuro che mi crederebbero tutti, qualche giudice ad esempio pretenderà che io la porti da lui. In tal caso lei dovrà venire una volta con me. Però in tal caso la cosa è già riuscita per metà, soprattutto perché naturalmente io la istruirei prima su come si dovrebbe comportare con quel particolare giudice. Le cose stanno peggio con i giudici che - anche questo succederà - mi dovessero respingere in anticipo. Di questi dovremo fare a meno, anche se certo non mancherò di provare più volte; d’altronde possiamo anche permettercerlo, perché in un caso del genere singoli giudici non possono essere decisivi. Quando dunque avrò un numero sufficiente di firme di giudici sotto il certificato, andrò con quello dal giudice che in questo momento ha in mano il suo processo. Può darsi che io abbia anche la sua firma, in tal caso il tutto andrà avanti un po’ più veloce. In generale però a quel punto non ci saranno più molti ostacoli, per l’imputato quello è il momento di avere la massima fiducia. Strano ma vero, in momenti del genere la gente è più fiduciosa che dopo l’assoluzione. Non c’è più bisogno di sforzi particolari; nel certificato il giudice ha la garanzia di un certo numero di giudici, può assolverla senza preoccupazioni e per far piacere a me e ad altri conoscenti lo farà senz’altro, dopo l’espletamento di diverse formalità. Così lei esce dal tribunale ed è libero." "In tal caso allora sono libero", disse K. esitante. "Sì", disse il pittore, "ma è libero solo apparentemente, o per dir meglio temporaneamente. Infatti i giudici di grado inferiore, come sono quelli che io conosco, non hanno il diritto di assolvere definitivamente, questo diritto ce l’ha solo il tribunale superiore, del tutto irraggiungibile per lei, per me e per noi tutti. Che aspetto abbia lassù noi non lo sappiamo, né, sia detto di sfuggita, ci interessa saperlo. Il grande diritto di liberare dall’accusa dunque i nostri giudici non ce l’hanno, invece hanno il diritto di sciogliere dall’accusa. Questo significa che se lei viene assolto in questo modo per il momento è sottratto all’accusa, questa però continua a librarsi sulla sua testa e può, appena giungesse un ordine superiore, entrare subito in azione. Dato che io sono con il tribunale in un rapporto tanto stretto posso anche dirle come è descritta, superficialmente, la differenza fra assoluzione reale e assoluzione apparente nelle prescrizioni per le cancellerie del tribunale. In caso di assoluzione definitiva gli atti del processo devono essere completamente archiviati, scompaiono completamente dalla pratica, e non solo l’accusa, ma anche il processo e persino la sentenza di assoluzione vengono annullati, tutto è annullato. Non così nell’assoluzione apparente. Niente cambia negli atti, tranne l’aggiunta del certificato di innocenza, dell’assoluzione e delle motivazioni di quest’ultima. Per il resto però tutto resta nella pratica, la quale, come esige l’ininterrotto traffico delle cancellerie del tribunale, viene inoltrata ai tribunali superiori, poi rimandata a quelli inferiori e così fa su e giù, con grandi o piccole accelerazioni, con grandi o piccoli arresti. Questi percorsi sono incalcolabili. A un osservatore esterno può sembrare talvolta che tutto sia dimenticato da un pezzo, che gli atti siano andati perduti e che l’assoluzione sia completa. Un esperto non ci crederebbe. Nessun atto va perduto, presso il tribunale non esiste l’oblio. Un giorno - quando nessuno se lo aspetta - un qualche giudice prende in mano l’atto con maggiore attenzione, si accorge che in questo caso l’accusa è ancora in vigore e ordina l’immediato arresto. Ho fatto qui l’ipotesi che fra l’assoluzione apparente e il nuovo arresto passi molto tempo, è possibile e io stesso conosco casi del genere, ma è altrettanto possibile che l’individuo assolto torni a casa dal tribunale e trovi lì degli incaricati che già lo aspettano per arrestarlo di nuovo. Allora naturalmente la vita in libertà è finita." "E il processo ricomincia da capo?" chiese K., quasi incredulo. "Eh sì", disse il pittore, "il processo ricomincia da capo, ma di nuovo come prima c’è la possibilità di ottenere, a forza di raccomandazioni, un’assoluzione apparente. Bisogna raccogliere di nuovo tutte le forze e non perdersi d’animo." Quest’ultima cosa il pittore la disse forse per l’impressione ricevuta da K., che appariva un po’ demoralizzato. "Ma", chiese K., come se ora volesse prevenire una qualche rivelazione del pittore, "ottenere in questo modo una seconda assoluzione non è più difficile che ottenere la prima?" "A questo proposito", rispose il pittore, "non si può dire nulla di preciso. Lei vuol dire forse che i giudici sono influenzati nel loro giudizio a sfavore dell’imputato a motivo di questo secondo arresto? Questo no. Già al momento dell’assoluzione i giudici hanno previsto questo nuovo arresto; dunque, tale circostanza è pressoché ininfluente. E’ vero però che il loro umore così come la loro visione giuridica del caso possono essere cambiati per innumerevoli altri motivi, e perciò gli sforzi per ottenere una seconda assoluzione devono essere adeguati alle mutate circostanze, e in generale altrettanto energici quanto quelli impiegati in occasione della prima assoluzione." "Ma allora neppure questa seconda assoluzione è definitiva", disse K. volgendo la testa come per rifiuto. "Naturalmente no", disse il pittore, "alla seconda assoluzione segue il terzo arresto, alla terza assoluzione il quarto arresto e così via. E’ implicito nel concetto stesso di assoluzione apparente." K. tacque. "Evidentemente l’assoluzione apparente non le sembra vantaggiosa", disse il pittore, "forse il rinvio corrisponde meglio ai suoi desideri. Vuole che le spieghi in cosa consiste?" K. fece cenno di sì. Il pittore si era appoggiato comodo alla sua sedia, la camicia da notte era ampiamente aperta e lui, infilata una mano, si carezzava il petto e i fianchi. "Il rinvio", disse il pittore guardando per un attimo davanti a sé, come per cercare una definizione perfettamente calzante, "il rinvio consiste in questo, che il processo viene continuamente trattenuto nei suoi stadi più bassi. Per ottenere ciò, è necessario che l’avvocato e l’aiutante, ma soprattutto l’aiutante, siano in contatto personale e ininterrotto con il tribunale. Ripeto, qui non c’è bisogno di tanta energia quanta è necessaria per l’assoluzione apparente, però ci vuole uno sforzo di attenzione molto maggiore. Non bisogna mai perdere d’occhio il processo, bisogna andare dal relativo giudice a intervalli regolari e oltre a ciò in particolari occasioni, e cercare di tenerselo amico in ogni modo; se non si conosce personalmente il giudice, bisogna farlo influenzare da giudici che si conoscono, senza che per questo si possa fare a meno dei colloqui diretti. Se così facendo non si tralascia nulla, si può ipotizzare con sufficiente sicurezza che il processo non andrà oltre il suo primo stadio. Certo, il processo non si interrompe, però l’imputato è quasi altrettanto al riparo da una condanna che se fosse libero. Rispetto all’assoluzione apparente, il rinvio ha il vantaggio che il futuro dell’imputato è meno incerto, rimane al sicuro dallo spavento degli arresti improvvisi, e anche quando per esempio tutte le altre circostanze sono meno favorevoli, non deve temere di sobbarcarsi le fatiche e le agitazioni connesse a un’assoluzione apparente. Anche il rinvio comunque presenta per l’imputato certi svantaggi che non devono essere sottovalutati. Non mi riferisco al fatto che l’imputato non è mai libero, in senso stretto non lo è neppure nell’assoluzione apparente. E’ uno svantaggio di altro tipo. Il processo non può rimanere fermo senza un motivo almeno apparente. Perciò, almeno esteriormente, nel processo deve sempre succedere qualcosa. Così ogni tanto bisogna dare alcune disposizioni, l’imputato deve essere interrogato, si devono fare delle indagini e così via. Bisogna far girare in tondo il processo all’interno del piccolo cerchio nel quale è stato artificialmente costretto. Naturalmente questo comporta per l’imputato un certo numero di fastidi, che però non sono neppure da immaginarsi come troppo pesanti. E’ tutta una cosa formale, gli interrogatori ad esempio sono brevissimi, se per una volta non si ha tempo o voglia di andare ci si può scusare, con certi giudici poi si possono addirittura stabilire insieme in anticipo le disposizioni per un lungo lasso di tempo, essenzialmente si tratta di questo, che dato che si è imputato bisogna ogni tanto farsi vivo con il proprio giudice." Già durante queste ultime parole K. si era messo la giacca sotto braccio e si era alzato. "Si è già alzato" si udì subito esclamare fuori della porta. "Lei vuole andarsene già?", chiese il pittore, che si era alzato anche lui. "E’ certamente l’aria che la fa scappare. Mi dispiace molto. Avevo da dirle ancora alcune cose. Ho dovuto esprimermi in termini molto sintetici. Spero però di essere stato chiaro." "Oh sì", disse K., cui lo sforzo di ascoltare aveva fatto venire mal di testa. Malgrado questa assicurazione, il pittore, come per dare a K. un conforto sulla via di casa, disse ancora a mo’ di riassunto: "Entrambi i metodi hanno questo in comune, che impediscono una condanna dell’imputato." "Però impediscono anche la vera assoluzione", disse piano K., come se si vergognasse di averlo notato. "Lei ha afferrato il nocciolo della cosa", disse veloce il pittore. K. posò la mano sul suo cappotto, ma non poté decidersi neppure a indossare la giacca. Avrebbe preferito raccogliere tutto alla bell’e meglio e correre fuori all’aria fresca. Neppure le ragazze poterono spingerlo a vestirsi, anche se queste cominciarono a gridarsi a vicenda in anticipo che si stava vestendo. Il pittore ci teneva a capire in qualche modo l’umore di K., e disse perciò: "Certo lei non ha ancora deciso per ciò che riguarda le mie proposte. Mi sembra naturale. Io stesso le avrei sconsigliato di decidere così su due piedi. Vantaggi e svantaggi si distinguono per sfumature. Bisogna valutare il tutto con precisione. D’altra parte non si può neppure perdere troppo tempo." "Tornerò presto", disse K., con decisione improvvisa indossò la giacca, si gettò il mantello sulle spalle e si affrettò alla porta, dietro la quale ora le ragazze cominciarono a gridare. K. ebbe l’impressione di vederle gridare al di là della porta. "Lei però deve mantenere la parola", disse il pittore, che non lo aveva seguito, "altrimenti vengo in banca di persona per informarmi." "Mi apra la porta", disse K. e tirò la maniglia che le ragazze, come si accorse dalla resistenza che opponeva, stavano bloccando dall’altra parte. "Vuole che le ragazze le diano noia?" chiese il pittore. "Usi piuttosto questa uscita", e indicò la porta dietro il letto. K. fu d’accordo e corse indietro verso il letto. Ma il pittore, anziché aprire la porta, strisciò sotto il letto e da lì sotto domandò: "Un momento solo. Non vuole dare ancora un’occhiata a un quadro che potrei venderle?" K. non voleva essere scortese, il pittore si era veramente occupato di lui e inoltre gli aveva promesso di aiutarlo, e poi per colpa della distrazione di K. ancora non si era neppur parlato della ricompensa per il suo aiuto; perciò K. non si poté rifiutare e lasciò che gli mostrasse il quadro, anche se tremava per l’impazienza di andarsene dall’atelier. Il pittore tirò fuori da sotto il letto un cumulo di quadri senza cornice, tanto impolverati che, quando il pittore soffiò sul quadro in cima al mucchio, la polvere roteò per un pezzo davanti agli occhi di K., togliendogli il respiro. "Un paesaggio di brughiera", disse il pittore allungando il quadro a K. Rappresentava due alberi stinti, lontani l’uno dall’altro sull’erba scura. Sullo sfondo c’era un tramonto multicolore. "Bello", disse K., "lo compro." Era stato tanto conciso solo per sbadataggine, così fu contento quando il pittore, anziché aversene a male, tirò su dal pavimento un altro quadro. "Questo è il suo compagno", disse il pittore. Forse poteva essere considerato come il suo compagno, ma fra il primo e il secondo quadro non si notava la minima differenza, qui c’erano gli alberi, qui l’erba e lì il tramonto. Ma a K. importava poco. "Sono bei paesaggi", disse, "li compro entrambi e li appenderò nel mio ufficio." "Sembra che il motivo le piaccia", disse il pittore estraendo un terzo quadro, "è una fortuna che io ne abbia ancora uno simile." Ma non era soltanto simile, piuttosto era esattamente lo stesso paesaggio di brughiera di prima. Il pittore sfruttava bene questa occasione di vendere vecchi quadri. "Prendo anche questo", disse K. "Quanto costano tutti e tre?" "Di questo parleremo la prossima volta", disse il pittore, "ora lei ha fretta, e comunque rimaniamo in contatto. D’altra parte sono contento che i quadri le piacciano, le darò tutti i quadri che tengo qua sotto. Sono solo paesaggi di brughiera, ho già dipinto molti paesaggi di brughiera. C’è gente che rifiuta quadri del genere perché sono tetri, altri invece amano proprio il genere tetro, e lei fa parte di questi ultimi." Ora però K. non era in vena di stare a sentire le esperienze professionali di quel pittore straccione. "Me ne faccia un pacco di tutti", esclamò interrompendo il pittore, "domani verrà un mio inserviente a prenderli." "Non è necessario", disse il pittore. "Spero di poterle procurare un fattorino che venga via con lei." E finalmente si piegò sul letto, e aprì la porta. "Non si faccia scrupolo di salire sul letto", disse il pittore, "lo fanno tutti quelli che vengono qui." Anche senza questo invito K. non avrebbe avuto riguardi, aveva persino già messo un piede sul piumino quando attraverso la porta aperta diede uno sguardo all’esterno e tirò di nuovo indietro il piede. "Cos’è questo?" chiese al pittore. "Di cosa si meraviglia?" gli chiese questi a sua volta stupito. "Sono le cancellerie del tribunale. Non sapeva che qui ci sono le cancellerie del tribunale? Quasi in ogni soffitta ci sono cancellerie, perché dovevano mancare proprio qui? A rigor di termini anche il mio atelier appartiene alle cancellerie, il tribunale però me lo ha messo a disposizione." K. si spaventò non tanto per il fatto di aver trovato anche qui cancellerie del tribunale, ma soprattutto per se stesso, per la propria ignoranza in materie giuridiche. Gli sembrava una regola fondamentale per il comportamento di un imputato essere sempre pronto a tutto, non lasciarsi mai cogliere di sorpresa, non mettersi a guardare ignaro verso destra quando il giudice fosse vicino a lui a sinistra - e proprio questa regola fondamentale la trasgrediva sempre. Davanti a lui si estendeva un lungo corridoio, dal quale proveniva un soffio d’aria al cui confronto l’aria dell’atelier sembrava fresca. Da una parte e dall’altra del corridoio erano state poste delle panche proprio come nella sala d’attesa della cancelleria competente per il caso di K. Sembrava che ci fossero delle regole precise per l’arredamento delle cancellerie. Al momento, non c’era qui molto traffico di parti in causa. In un punto era seduto, mezzo sdraiato, un uomo col volto fra le braccia appoggiate sulla panca, e sembrava che dormisse; un altro stava in piedi nella penombra in fondo al corridoio. K. ora passò sopra il letto, il pittore lo seguì con i quadri. Presto incontrarono un usciere del tribunale - K. era adesso in grado di riconoscere tutti gli uscieri del tribunale dal bottone d’oro che portavano sui loro vestiti borghesi in mezzo ai soliti bottoni - e il pittore lo incaricò di accompagnare K. con i quadri. Più che camminare K. barcollava, con il fazzoletto premuto alla bocca. Quando erano vicini all’uscita corsero loro incontro le ragazze, che perciò neppure così erano state risparmiate a K. Evidentemente avevano visto che la seconda porta dell’atelier era stata aperta, e avevano fatto il giro per infilarsi da questa parte. "Non posso accompagnarla oltre", esclamò ridendo il pittore, sotto la spinta delle ragazze. "Arrivederci! E non ci pensi troppo a lungo!" K. non si voltò neppure indietro per guardarlo. Sulla strada, prese la prima carrozza che capitò. Ci teneva a liberarsi dell’usciere, il cui bottone d’oro gli dava continuamente nell’occhio, anche se probabilmente nessun altro ci faceva caso. Servizievole com’era, l’usciere avrebbe voluto mettersi a cassetta, ma K. lo costrinse a scendere. Quando K. arrivò davanti alla banca mezzogiorno era passato da un pezzo. Avrebbe preferito lasciare i quadri nella carrozza, ma temeva che per un motivo qualsiasi avrebbe potuto trovarsi nella necessità di giustificarsi di loro nei confronti del pittore. Perciò li fece portare nel suo ufficio e li chiuse a chiave nell’ultimo cassetto della sua scrivania, dove, almeno per i prossimi giorni, sarebbero stati al riparo dagli sguardi del vicedirettore.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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