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2017/10/19 - 02:10

Quattro pezzi facili intorno a Kafka

di Claudio Dettorre

Tu hai dato un colpo d'occhio - io vedo il mio buio vivere.
Io lo vedo sul fondo
anche là è mio e vive.
(...)

Paul Celan

"Illeggibilità di questo
mondo. Tutto doppio."

La purezza dell'odio

Una volta avevo immaginato un romanzo orientale di Kafka. Ce n'era già uno occidentale, ed è "America", ma anche "Il processo" riguarda l'Occidente ed il suo sistema giudiziario, come i racconti "La condanna", "Nella colonia penale" e "La metamorfosi". "Il castello" invece rivolge una scrupolosa e alienata attenzione al potere sovrano, all'estraneità dalle decisioni che lo riguardano, dunque in apparenza sembrava riflettere sul sistema imperiale non mitteleuropeo ma europeo-orientale od orientale-asiatico. Qualche fantasia kafkiana punta altrove, ad altri spazi, un esempio è offerto dal "Desiderio di essere indiano", una tra le più brevi e felici "Meditazioni". Un altro singolare racconto di apparente ambientazione esotica è "Sciacalli ed arabi", che appartiene alla raccolta "Un medico di campagna". In questo racconto, uno sciacallo, sorprendentemente, si spinge sotto il braccio del narratore che sta dormendo, accampato in un'oasi, in mezzo agli arabi. Gli parla, "quasi con gli occhi negli occhi".

Il narratore dice di provenire dal lontano settentrione per un breve viaggio (cioè un viaggio di fantasia). Che cosa vuole lo sciacallo che gli parla, mentre altri sciacalli tengono fermo l'europeo, affondati i denti nella giacca e nella camicia, ed altri lo guardano fisso? Vuole parlargli del conflitto tra sciacalli ed arabi. Questi ultimi, dice, sono da disprezzare, nonostante la loro fredda superbia, perché uccidono le bestie per mangiarle e disprezzano le carogne. Essi, gli arabi, solo con la loro presenza infettano l'aria. Sono sudici sudicia è la loro barba orrenda, i loro occhi e il cavo delle loro ascelle è l'inferno. Per questo gli sciacalli amano il deserto. Vogliamo "purezza, soltanto purezza", dice il vecchio sciacallo, mentre gli altri singhiozzano e piangono, per cui sarà lui, l'uomo del Nord, tanto atteso, a compiere giustizia. Gli offrono una forbice da cucina, coperta di vecchia ruggine.

Appare adesso il capo arabo con una gigantesca frusta. Le forbici, già deteriorate, fino alla fine dei tempi gireranno per il deserto, ogni europeo sarà considerato il predestinato e gli verranno offerte per la grande impresa. Gli sciacalli sono pazzi, ma sono i nostri cani più belli, conclude l'arabo. Un cammello morto durante la notte viene portato davanti agli sciacalli. Essi dimenticazno l'odio e gli arabi per l'incantevole odore della carogna. Come una piccola pompa frenetica ogni sciacallo succhia il sangue del cammello. Poi interviene ancora il capo arabo con la frusta ad interrompere la bevuta. "Erano già mezzo inebriati e svenuti". Ma non potevano resistere e tornavano alle pozze di sangue fumante.

"Bestie meravigliose non è vero? E come ci odiano!".

Addomesticare l'odio con la forza della necessità è il gioco dell'arabo, secondo Kafka. Eppure oggi sembra che il master del gioco sia cambiato.

Sollievo e perdono

L'erpice della Colonia penale, la macchina disegnatrice scriverebbe oggi "godi!" anziché "sii giusto!". Quest'altro ordine scritto sarebbe stato adatto per Ivan Il'ic, per il quale la malattia compie l'identica funzione dell'erpice. D'altronde anche "La metamorfosi" di Kafka presenta varie somiglianze con "La morte di Ivan Il'ic". La metamorfosi è una figura della morte, e che il morente, un malato, sia uno scarafaggio è soltanto una scelta stilistica più radicale. In entrambi i casi il sollievo dei sopravvissuti sigilla il lieto fine della storia. Infatti c'è una figlia che vorrebbe sposarsi e nel racconto di Tolstoj c'è inoltre il "collegialetto", il figlio tredicenne-quattordicenne di cui si dice che sia l'immagine del padre da giovane. E' come una conferma dei nuovi propositi che, alla fine, la figlia si alzi per prima, stirando il suo giovane corpo. "Essa faceva viste di chiedere consiglio a Petr Ivanovic sulla pensione; ma questi si avvide che in realtà già sapeva nei minuti particolari quanto lui stesso ignorava ossia quale somma si poteva spillare al fisco in occasione di quella morte; ma voleva sapere se non ci fosse il verso di cavarne anche di più. Allora essa sospirò e si mise evidentemente a studiare il modo di liberarsi del suo visitatore."

Nella "Coscienza di Zeno", il protagonista, Zeno Cosini, riceve uno schiaffo o un "beneficio" dal padre morente? Ne conserverà il dubbio. Un pensiero del genero avrà sfiorato il collegialetto di Tolstoj?

"Il moribondo seguitava ad urlare disperatamente e buttava le braccia in qua e in là. Una sua mano capitò sulla testa del collegiale. Che la prese, vi premé le labbra e scoppiò a piangere".

Questo gesto conduce il moribondo alla morte, finalmente in pace, sebbene non sia riuscito a comunicare il perdono, ma solo un lasciar andare, che non è la stessa cosa, ma ha prodotto lo stesso effetto.

L'amicizia come pregiudizio

Walter Benjamin a Gerhard Scholem il 12 giugno 1938. La lettera ha come argomento il "Kafka" di Max Brod. Di questo libro W. Benjamin rileva come la tesi dell'autore contraddica il proprio atteggiamento, per cui quest'ultimo discredita la prima, la quale, oltretutto, non è esente da riserve. Per esempio, la bonomia dell'autore verso l'oggetto della sua biografia finisce con l'essere crudele e impietosa, come quella di chi ha avuto una ostentata intimità con il santo, togliendo perciò ogni autorità al contenuto del testo e prospettiva al biografato. Il giudizio di Benjamin sarà ripreso da Kundera, che non è la prima volta che manda in esecuzione un giudizio altrui senza richiamare l'origine del verdetto, come nel caso delle riserve sull'impegno politico di Eluard.

Brod è "insensibile", manca di "ritegno", dimostra una "sorprendente mancanza di tatto", di senso dei limiti e delle distanze, e questa incapacità si fa addirittura scandalosa quando l'autore ricorda la volontà di Kafka di distruggere i suoi scritti inediti. Fortunatamente Benjamin non mette in dubbio che Kafka sapesse che ciò significava essere sicuro della salvezza delle carte. Benjamin si limita a rimarcare il "dilettantismo" e la "faciloneria" di Max Brod, la sua incapacità di misurare le tensioni che percorrevano la vita dell'amico, tanto da portarlo a nutrire una diffidenza istintiva per tutte le interpretazioni che escano dal sentiero di edificazione morale su cui vorrebbe far incamminare i lettori. Ma Benjamin torna a incolparlo della confidenza con cui tratta Kafka, sebbene egli si renda conto che pure Platone aveva fatto con Socrate qualcosa di analogo, cioè l'abbia fatto rivivere, elevandolo a protagonista di quasi tutti i dialoghi scritti dopo la sua morte, fornendogli la propria voce.

Questi che seguono sono alcuni passi interessanti della lettera di Benjamin "Intendo dire che per il singolo questa realtà è ormai quasi impossibile da percepire, e che il mondo di Kafka, tanto spesso così sereno e popolato di angeli, è il complemento esatto della sua epoca che si accinge a sopprimere grandi masse di abitanti di questo pianeta. L'esperienza corrispondente a quella del privato cittadino Kafka, da grandi masse verrà forse fatta solo in occasione di questa loro eliminazione". "In Kafka non si parla più di saggezza, restano solo i prodotti della sua disgregazione. Essi sono due c'è da una parte la diceria delle cose vere (una sorta di giornale teologico sussurrato in cui si tratta del malfamato e dell'obsoleto); l'altro prodotto di questa diatesi è la follia, che certo si è giocata integralmente il contenuto proprio della saggezza, ma in compenso preserva la piacevolezza e la distensione di cui la diceria è sempre priva". "La follia è l'essenza dei personaggi prediletti da Kafka; da Don Chisciotte agli assistenti, fino agli animali. (Essere animale per lui con ogni probabilità significava semplicemente aver rinunciato, per una sorta di pudore, alla figura e alla saggezza umana)".

Il cosiddetto "fallimento" di Kafka è sottolineato alla fine della lettera una volta certo del fallimento totale, scrive Benjamin, tutto, lungo il cammino, gli riuscì come in sogno. Sono parole fortemente autobiografiche, senza dubbio, queste di Benjamin. Il punto interrogativo sull'amicizia di Brod, con cui si chiude la lettera, vorrebbe alludere a ciò che il destinatario non poteva che sforzarsi di manifestare con "fervore". Dunque è manifestamente falso che Benjamin dichiarasse di non capire il significato e il valore della scelta di Kafka riguardo alla sua amicizia.

Infine, a saldo, si ripete ciò che tutti sanno. L'opera di Kafka è contrassegnata in senso rigidamente negativo (cioè con forte nostalgia del positivo), quindi Benjamin inserisce tra parentesi una valutazione valida per tutto il suo secolo e non solo per lo scrittore praghese "la sua caratterizzazione negativa sarà verosimilmente sempre più fruttuosa di quella positiva" (perché il positivo è il falso per eccellenza).

L'incomprensione

In "I testamenti traditi" di Milan Kundera, la parte nona, "Questa non è casa sua, mio caro", affronta, come anche diffusamente altrove, la questione di Kafka e di Brod. "Ai miei occhi Max Brod rimarrà per sempre un mistero", scrive Kundera. Brod, con grande dedizione, si era messo al servizio dei due maggiori artisti cechi, Kafka e Janacek, vissuti nel suo paese, e Kundera prova sgomento per l'insufficienza dimostrata nella comprensione da Max Brod. "Non riesco a capacitarmi che ci si stupisca tanto della (supposta) decisione di Kafka di distruggere l'intera sua opera". Kundera dice che l'opera potrebbe non piacere più al suo autore, oppure piacergli l'opera e non il mondo, oppure che l'autore potrebbe essere motivato dalla certezza interiore della ineluttabile incomprensibilità di essa. Ma per Kafka non si tratterebbe di questo. Brod, nella "Postfazione alla prima edizione del Processo", aveva scritto che Kafka gli disse di bruciare i propri scritti e che lui, altrettanto sinceramente, gli avrebbe risposto che non l'avrebbe fatto. Kundera spiega che la richiesta di Kafka era perfettamente giustificabile, e che se Kafka avesse potuto distruggere da sé le proprie carte l'avrebbe fatto, ma non gli era possibile quando avrebbe dovuto farlo effettivamente, perché si trovava in sanatorio. Ma Kafka in effetti non voleva distruggere tutto, perché in una lettera, trovata in un cassetto, insieme ad altre carte, dopo la sua morte, si legge che considerava ancora validi "La condanna", "Il fuochista", "La metamorfosi", "Nella colonia penale", "Un medico di campagna", "Un digiunatore" e pure le giovanili "Meditazioni". In sostanza tutto ciò che aveva pubblicato. Dunque Kundera sottolinea che Kafka non ha nulla a che vedere con la leggenda dell'autore deciso a distruggere la propria opera. Sicuramente è vero. Ma perché Brod avrebbe sbagliato a salvare tutto il resto? Kundera lo spiega dicendo che si tratta della "divulgazione dell'intimità altrui" per uno scrittore come Kafka, la cui indole schiva, Max Brod conosceva bene. L'aver oltrepassato la soglia del privato, non appena diventa abitudine e regola, ci ha fatto entrare "in un'epoca in cui la questione centrale è la sopravvivenza o la scomparsa dell'individuo". Kundera pone a sproposito la questione, perché il dubbio è stato spazzato via. Comunque sbaglia la mira quando scrive che ai suoi occhi "l'indiscrezione di Brod non ha scusanti". Brod non ha mentito a Kafka, e Kafka non era indifferente alle sorti delle sue carte. Voleva essere disobbedito, perché voleva essere dispensato dalla propria responsabilità su ciò che aveva scritto. Non si scrive qualcosa che si ritiene sia spaventoso senza conseguenze. Per questo affida all'amico il destino delle carte, sapendo che lui tradirà la consegna rispettando l'intendimento.

L'autodistruzione delle carte non avvenne, e questo è l'essenziale. La timidezza di Kafka voleva essere bilanciata dalla tranquilla impudenza dell'amico. Kundera imputa a Brod la pubblicazione della "Lettera al padre", invece di rendergli merito. Kundera immagina un parallelo tra la vergogna di K. nel finale del "Processo" e quella di Kafka nel sapere pubblicate le sue cose segrete. Brod avrebbe svergognato Kafka rendendo pubblici i suoi diari, la sua corrispondenza e i suoi stessi romanzi, ma la similitudine della vergogna non sarebbe immaginabile senza il "tradimento" di Brod, perché soltanto il "tradimento" ha liberato l'autore dalla vergogna che l'assillava.

Il "tradimento" di Brod era la massima aspettativa di Kafka. Solo il "tradimento" poteva assecondare la realizzazione di un progetto che non ammetteva che una via. La devozione non ha avvantaggiato Brod, ma Kundera lo denigra con quella disinvoltura con cui si umiliano gli stupidi, per i quali la "devozione" deve essere sentita come un male minore rispetto al sentimento opposto.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi




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