<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"><channel><title>Il processo on The Kafka Project</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/</link><description>Recent content in Il processo on The Kafka Project</description><generator>Hugo</generator><language>en</language><lastBuildDate>Tue, 09 Nov 2004 12:13:12 +0000</lastBuildDate><atom:link href="https://www.kafka.org/translations/italian/processo/index.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><item><title>Primo interrogatorio</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/primo-interrogatorio/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 11:57:35 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/primo-interrogatorio/</guid><description>&lt;p&gt;K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione. Gli fecero notare che in futuro ci sarebbero stati con regolarità altri simili interrogatori, abbastanza spesso anche se non ogni settimana. Era interesse di tutti portare a termine il processo il più alla svelta possibile, d’altra parte però gli interrogatori dovevano essere esaurienti sotto ogni punto di vista, e tuttavia non durare mai troppo a lungo, per via della tensione che comportavano. Per tali motivi era stata scelta questa procedura di interrogatori frequenti, ma di breve durata. La scelta della domenica come giorno di interrogatorio aveva il significato di non disturbare K. nella sua professione. Si presupponeva che fosse d’accordo, ma nel caso che preferisse un altro giorno gli si sarebbe venuto incontro nel miglior modo possibile. Gli interrogatori, ad esempio, erano possibili anche la notte, ma naturalmente in tal caso K. non sarebbe stato abbastanza riposato. In ogni caso, se K. non si fosse fatto vivo con qualcosa in contrario, l’interrogatorio restava inteso per domenica. Andava da sé che K. sarebbe certamente venuto, non c’era sicuramente bisogno di sottolinearlo proprio ora. Gli fu comunicato l’indirizzo in cui doveva presentarsi, era una casa in una remota strada di periferia dove K. non era mai stato.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Nella sala delle udienze vuota. Lo studente. Le cancellerie</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/nella-sala-delle-udienze-vuota-lo-studente-le-cancellerie/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 11:59:55 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/nella-sala-delle-udienze-vuota-lo-studente-le-cancellerie/</guid><description>&lt;p&gt;Durante la settimana successiva, K. aspettava giorno dopo giorno una nuova convocazione, non poteva credere che si fosse presa alla lettera la sua rinuncia alle udienze, e quando, il sabato sera, l’attesa convocazione non era ancora arrivata, diede per inteso di essere tacitamente invitato per la stessa ora nello stesso posto. La domenica perciò vi si recò di nuovo, questa volta tirando dritto per scale e corridoi, qualcuno che si ricordava di lui lo salutò dalla porta, ma non ebbe bisogno di fare domande e arrivò alla svelta davanti alla porta giusta. Al suo bussare la porta si aprì subito, e senza curarsi della solita donna, che era rimasta in piedi vicino alla porta, K. voleva avviarsi subito alla stanza accanto. &amp;ldquo;Oggi non c’è seduta&amp;rdquo;, disse la donna. &amp;ldquo;E perché non dovrebbe esserci?&amp;rdquo;, chiese K., e non voleva crederci. Ma la donna lo convinse aprendo la porta della stanza accanto. Era vuota davvero, e così sembrava ancor più squallida che la domenica precedente. Sul tavolo, che era nella stessa posizione sul podio, si trovavano alcuni libri. &amp;ldquo;Posso dare un’occhiata ai libri?&amp;rdquo;, chiese K., non per una curiosità particolare, ma per non essere venuto inutilmente. &amp;ldquo;No,&amp;rdquo; disse la donna richiudendo la porta, &amp;ldquo;non è permesso. I libri sono proprietà del giudice istruttore.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ah, ecco&amp;rdquo;, disse K. facendo un cenno con il capo, &amp;ldquo;i libri sono certo dei codici, ed è tipico di questo genere di tribunali condannare chi non solo è innocente, ma anche ignaro della legge.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Sarà anche così&amp;rdquo;, disse la donna, che non lo aveva capito bene. &amp;ldquo;Beh, allora me ne vado&amp;rdquo;, disse K. &amp;ldquo;Devo riferire qualcosa al giudice istruttore?&amp;rdquo; chiese la donna. &amp;ldquo;Lei lo conosce?&amp;rdquo; chiese K. &amp;ldquo;Naturalmente&amp;rdquo;, disse la donna, &amp;ldquo;mio marito è usciere del tribunale.&amp;rdquo; Solo ora K. si accorse che la stanza, nella quale l’ultima volta si trovava solo una tinozza per lavare, era ora diventata una stanza d’appartamento completamente arredata. La donna si accorse del suo stupore e disse: &amp;ldquo;Sì, noi abbiamo diritto ad abitare qui, ma nei giorni di seduta dobbiamo sgomberare la stanza. Il posto di mio marito ha diversi svantaggi.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non mi meraviglio tanto della stanza&amp;rdquo;, disse K. guardandola male, &amp;ldquo;quanto piuttosto del fatto stesso che lei sia sposata.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Forse lei si riferisce a quel che è successo nell’ultima seduta, quando ho disturbato il suo discorso&amp;rdquo;, disse la donna. &amp;ldquo;Naturalmente&amp;rdquo;, disse K., &amp;ldquo;oggi è acqua passata e quasi non me ne ricordo più, ma lì per lì la cosa mi ha reso furioso. E ora poi lei mi dice di essere sposata.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non è stato un male per lei che il suo discorso sia stato interrotto. Dopo hanno parlato molto male di lei.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Può essere&amp;rdquo;, disse K. con un gesto di disinteresse, &amp;ldquo;ma questa non è una scusa per lei.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Io non ho bisogno di scuse per tutti quelli che mi conoscono&amp;rdquo;, disse la donna, &amp;ldquo;quello che allora mi ha abbracciato mi tormenta già da parecchio tempo. Anche se in generale io non sono attraente, per lui tuttavia lo sono. Non c’è difesa possibile, e anche mio marito se n’è fatta una ragione; se vuole mantenere il suo posto deve sopportarlo, perché quell’uomo è uno studente e si prevede che diventerà molto potente. Mi sta sempre alle calcagna, anche ora, poco prima che lei arrivasse, se n’era appena andato.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Tutto torna&amp;rdquo;, disse K., &amp;ldquo;la cosa non mi sorprende.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Lei qui vorrebbe cambiare le cose in meglio?&amp;rdquo; chiese la donna lentamente e con aria interrogativa, come se dicesse qualcosa di altrettanto pericoloso per lei e per K. &amp;ldquo;L’ho capito già dal suo discorso che, sia detto a titolo personale, mi è piaciuto molto. E’ vero che ne ho sentita solo una parte, ho perso l’inizio e alla fine ero per terra con lo studente.&amp;rdquo; &amp;ldquo;E’ così ripugnante qui&amp;rdquo;, disse poi dopo una pausa, e prese la mano di K. &amp;ldquo;Crede che riuscirà a migliorare le cose?&amp;rdquo; K. sorrise, e per un poco voltò la mano nelle soffici mani di lei. &amp;ldquo;A dire il vero&amp;rdquo;, disse, &amp;ldquo;non è compito mio migliorare qui le cose, come lei si esprime, e se per esempio lei dicesse questo al giudice istruttore, la prenderebbero in giro o la punirebbero. In effetti, se fosse dipeso da me, non mi sarei immischiato in queste cose e la necessità di migliorare questo tipo di tribunali non mi avrebbe mai tenuto sveglio la notte. Ma per il fatto di essere stato, come sembra, arrestato - sono in arresto, difatti - mi hanno costretto a intervenire, e certo solo per tutelare il mio interesse. Ma se così facendo posso essere utile in qualche modo anche a lei, lo farò naturalmente assai volentieri. E non solo per amore del prossimo, ma anche perché lei stessa può essermi d’aiuto.&amp;rdquo; &amp;ldquo;E come potei farlo?&amp;rdquo;, chiese la donna. &amp;ldquo;Ad esempio facendomi vedere ora i libri che sono sul tavolo.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ma sicuro&amp;rdquo;, esclamò la donna tirandolo in fretta dentro dietro di sé. Si trattava di libri vecchi e consunti, in uno di essi la copertina era quasi distrutta al centro, i pezzi erano tenuti insieme con dei pezzi di spago. &amp;ldquo;Come è tutto sporco qui&amp;rdquo;, disse K. scuotendo il capo, e la donna con il grembiule spolverò almeno in superficie i libri prima che K. potesse prenderli. K. aprì il libro che stava in cima, e apparì un’illustrazione sconcia. Un uomo e una donna sedevano nudi su un divano, l’intenzione volgare del disegnatore era chiara, ma la sua imperizia era tale che alla fine si potevano intravedere solo un uomo e una donna che risaltavano fin troppo realisticamente dalla figura, seduti in modo assurdamente verticale e che, per la prospettiva sbagliata, si voltavano a fatica l’uno verso l’altra. K. non continuò a sfogliare, ma si limitò ad aprire la copertina del secondo libro, era un romanzo dal titolo: &amp;ldquo;I tormenti che ebbe a subire Grete da suo marito Hans.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ecco quali codici si studiano qui&amp;rdquo;, disse K. &amp;ldquo;E devono essere uomini del genere a giudicarmi.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Io la aiuterò,&amp;rdquo; disse la donna, &amp;ldquo;lo vuole?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Purché lei possa farlo senza mettersi in pericolo, lei stessa ha detto poco fa che suo marito è molto dipendente dai suoi superiori.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ciononostante voglio aiutarla&amp;rdquo;, disse la donna. &amp;ldquo;Venga, dobbiamo parlarne. Non parli più del mio pericolo, io ho paura del pericolo solo quando voglio averne. Venga.&amp;rdquo; Indicò il podio e gli chiese di salire con lei il gradino. &amp;ldquo;Lei ha dei begli occhi scuri&amp;rdquo; disse la donna dopo che si furono seduti, guardando in volto K. dal basso, &amp;ldquo;si dice che anch’io abbia dei begli occhi, ma i suoi sono molto più belli. D’altronde li ho notati subito la prima volta che lei è entrato qui. I suoi occhi sono anche stati il motivo per cui dopo sono entrata qui nella sala d’assemblea, cosa che altrimenti non faccio mai e che in un certo senso mi è anche proibita.&amp;rdquo; &amp;ldquo;E’ tutto qui, allora&amp;rdquo; pensò K. &amp;ldquo;Mi si sta offrendo, è corrotta come tutti in questo posto, si è stancata degli impiegati del tribunale, cosa ben comprensibile, e perciò dà il benvenuto al primo estraneo che passa con un complimento sui suoi occhi.&amp;rdquo; E in silenzio K. si alzò, come se avesse pensato a voce alta e con questo avesse chiarito alla donna il suo comportamento. &amp;ldquo;Non credo che lei possa essermi d’aiuto&amp;rdquo;, disse, &amp;ldquo;per aiutarmi davvero bisognerebbe essere in relazione con impiegati di alto livello. Lei invece conosce certo solo i dipendenti di basso rango che si accalcano qui a frotte. Costoro li conosce di sicuro molto bene e da loro potrebbe anche ottenere qualcosa, di questo non ne dubito, ma anche il massimo che potrebbero dare sarebbe sempre del tutto indifferente per l’esito finale del processo. Lei invece con ciò si sarebbe rovinate alcune amicizie, e io non lo voglio. Continui pure a intrattenere con questa gente le sue relazioni, in effetti mi sembra che tutto ciò le sia indispensabile. E lo dico non senza dispiacermene, perché, se devo ricambiare in qualche modo il suo complimento, anche lei mi piace, specialmente quando come ora mi guarda con tanta tristezza; tristezza che è d’altra parte senza fondamento per quanto la riguarda. Lei appartiene alla società che io devo combattere, però ci si trova bene, lei ama persino lo studente, e anche se non lo ama, tuttavia lo preferisce a suo marito. Lo si potrebbe facilmente capire dalle sue parole.&amp;rdquo; &amp;ldquo;No&amp;rdquo;, esclamò la donna, rimase seduta e si limitò ad afferrare la mano di K., che questi non fece in tempo a tirare indietro, &amp;ldquo;non può andarsene ora, non può andarsene con un giudizio sbagliato su di me. Davvero vorrebbe andarsene ora? Valgo davvero tanto poco che lei non mi farebbe il piacere di rimanere qui ancora un momento?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Lei mi ha capito male&amp;rdquo;, disse K. e si sedette, &amp;ldquo;se davvero ci tiene che io rimanga qui, rimango volentieri, ho tempo, ma sono venuto qui credendo che ci sarebbe stata un’udienza. Con ciò che ho detto prima volevo solo pregarla di non prendere iniziative per me nel mio processo. Ma anche questo non deve tormentarla, se lei riflette a quanto poco io mi curi dell’esito del processo e a come io mi farò beffe di una condanna. Ammesso poi che si arrivi in generale a una vera conclusione del processo, cosa di cui dubito. Mi sembra più probabile che, per la pigrizia o la negligenza o forse addirittura per la paura degli impiegati, il procedimento si sia già interrotto, o che verrà interrotto fra poco. Ma è anche possibile che si faccia finta di portare avanti il processo nella speranza di farsi corrompere con una cifra più alta; speranza del tutto inutile, come posso dire fin da oggi, perché io non corrompo nessuno. Anzi lei mi farebbe proprio un piacere se riferisse al giudice istruttore, o comunque a qualcuno che diffonda con piacere le notizie, che mai e con nessuno degli artifici di cui lorsignori sono esperti io potrò mai essere piegato a corrompere qualcuno. Non c’è speranza, può dirglielo apertamente. D’altronde lo avranno forse già notato da sé, e se non fosse così non mi importa certo che se ne accorgano ora. Con questo forse i signori risparmiano a se stessi della fatica e a me dei fastidi; fastidi che d’altra parte accetto volentieri se so che ognuno di essi è anche un colpo per gli altri. E che sia così, me ne voglio occupare io. Davvero lei conosce il giudice istruttore?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Naturalmente&amp;rdquo;, disse la donna, &amp;ldquo;è a lui per primo che ho pensato quando le ho offerto il mio aiuto. Non sapevo che fosse un impiegato di basso rango, ma se lo dice lei sarà anche così. Tuttavia io credo che il rapporto che farà alle autorità superiori avrà sempre un certo influsso. E lui scrive tanti di quei rapporti. Lei dice che gli impiegati sono pigri, ma certo non lo sono tutti, e in particolare non lo è questo giudice istruttore, che scrive talmente tanto. Domenica scorsa, per esempio, la seduta è durata fino a sera. Tutti se n’erano andati, il giudice istruttore invece era rimasto nella sala, ho dovuto portargli una lampada, avevo solo una piccola lampada da cucina, ma a lui andava bene, e ha cominciato subito a scrivere. Intanto era arrivato anche mio marito, che proprio quella domenica aveva un giorno di riposo, abbiamo preso i mobili e riarredato la stanza, poi sono anche venuti dei vicini, abbiamo chiacchierato a lume di candela, insomma ci siamo dimenticati il giudice istruttore e siamo andati a dormire. A un tratto nella notte, e doveva essere notte inoltrata, mi sveglio, vicino al letto c’è il giudice istruttore che ripara la lampada con la mano, in modo che la luce non cada su mio marito, precauzione inutile, perché mio marito ha un sonno tale che neppure la luce lo avrebbe svegliato. Mi spaventai talmente che stavo per gridare, ma il giudice istruttore fu molto cordiale, mi raccomandò prudenza, mi sussurrò che era stato a scrivere fino a quel momento, che ora mi riportava la lampada e che non avrebbe mai dimenticato come mi aveva visto nel sonno. Con questo volevo dirle soltanto che il giudice istruttore in effetti scrive molti rapporti, e soprattutto su di lei; perché la sua deposizione è stata certo uno degli eventi più importanti della seduta di domenica. Rapporti tanto lunghi non possono certo essere del tutto privi di significato. Oltre a ciò, da quel che le ho raccontato le può capire che il giudice istruttore si interessa a me, e che, dato che solo ora deve essersi accorto di me, in questi primi tempi posso avere su di lui un grande influsso. E che io gli stia molto a cuore lo dimostrano anche altre cose. Ieri mi ha mandato in regalo delle calze di seta attraverso lo studente, in cui ripone molta fiducia e che è il suo collaboratore, con la motivazione che dovevo sgomberare la sala della seduta, ma questa è solo una scusa perché tale lavoro è un mio dovere, e mio marito viene pagato per questo. Sono delle belle calze, guardi&amp;rdquo; - allungò le gambe, sollevò la gonna fino al ginocchio e guardò lei stessa le calze - &amp;ldquo;sono belle calze, ma a dire il vero troppo fini e non adatte a me.&amp;rdquo;&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Il bastonatore</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/il-bastonatore/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:02:24 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/il-bastonatore/</guid><description>&lt;p&gt;Una delle sere successive, attraversando il corridoio che divideva il suo ufficio dalla scalinata principale - quella sera era quasi l’ultimo a tornare a casa, solo nell’ufficio spedizioni due fattorini lavoravano ancora nel piccolo cerchio di luce di una lampadina - da una porta dietro cui, senza mai aver controllato di persona, aveva sempre ipotizzato un ripostiglio, K. udì provenire dei lamenti. Si fermò stupefatto e rimase ancora ad ascoltare per esser certo di non aver sbagliato, - per un attimo ci fu silenzio, ma poi di nuovo si udirono dei lamenti. - In un primo momento intendeva andare a prendere uno dei fattorini per il caso che ci fosse bisogno di testimoni, ma poi lo prese una curiosità così incontrollabile che spalancò letteralmente la porta. Era, come aveva giustamente supposto, un ripostiglio. Dietro la soglia c’erano vecchie stampe inutilizzabili, e, alla rinfusa, vecchie bottiglie d’inchiostro vuote di argilla. Ma nello stesso stanzino c’erano tre uomini, curvi in quello spazio così basso, mentre una candela fissata su uno scaffale li illuminava. &amp;ldquo;Cosa combinate qui?&amp;rdquo; chiese K. precipitoso per l’agitazione, ma senza alzare la voce. Uno degli uomini, che evidentemente dominava gli altri e attirava per primo lo sguardo, indossava una specie di abito di cuoio, che lasciava nudi il collo fin giù sul petto e, interamente, le braccia. Costui non rispose. Ma gli altri due gridarono: &amp;ldquo;Signore! Dobbiamo essere bastonati perché tu ti sei lamentato di noi con il giudice istruttore.&amp;rdquo; E solo ora K. si accorse che si trattava veramente dei due sorveglianti Franz e Willem, e che il terzo teneva in mano una verga per bastonarli. &amp;ldquo;Beh&amp;rdquo;, disse K. guardandoli fisso, &amp;ldquo;non è che mi sono lamentato, ho solo detto quel che è successo nel mio appartamento. E non si può certo dire che vi siate comportati in modo irreprensibile.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Signore&amp;rdquo;, disse Willem mentre Franz cercava evidentemente di nascondersi dietro di lui per proteggersi dal terzo, &amp;ldquo;se voi sapeste come siamo pagati male ci giudichereste meglio. Io devo mandare avanti una famiglia e Franz qui voleva sposarsi, si cerca di far soldi come si può, con il solo lavoro, per quanto diligente, non ci si riesce, la vostra bella biancheria mi aveva attirato, naturalmente non è permesso ai sorveglianti comportarsi così, non era corretto farlo, ma è tradizione che la biancheria appartenga ai sorveglianti, è sempre stato così, credetemi; e poi si capisce anche che sia così, cosa possono significare cose del genere per chi ha tanta sfortuna da essere arrestato. Ma se questi ne parla apertamente, allora ne segue la punizione.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non sapevo quel che dite ora, e neppure volevo in alcun modo che foste puniti, ciò che mi preme è il principio.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Franz&amp;rdquo; si rivolse Willem all’altro sorvegliante, &amp;ldquo;non te lo dicevo io che il signore non voleva che fossimo puniti? Ora lo senti tu stesso, non sapeva neppure che saremmo stati puniti.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non lasciarti commuovere da questi discorsi&amp;rdquo;, disse a K. il terzo, &amp;ldquo;la punizione è tanto giusta quanto inevitabile.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non dargli retta&amp;rdquo;, disse Willem, interrompendosi per portare veloce alla bocca la mano su cui aveva ricevuto un colpo di verga, &amp;ldquo;noi veniamo puniti solo perché tu ci hai denunciati. Altrimenti non ci sarebbe successo nulla, neppure se si fosse saputo quel che abbiamo fatto. Si può chiamare giustizia, questa? Noi due, ma soprattutto io, ci siamo comportati bene a lungo come custodi - tu stesso devi riconoscere che dal punto di vista delle autorità abbiamo sorvegliato a dovere - avevamo la prospettiva di far carriera, e presto saremmo anche diventati bastonatori come lui, che ha avuto solo la fortuna di non essere mai stato denunciato da nessuno, perché in effetti una simile denuncia si ha solo molto di rado. E ora, signore, tutto è perduto, la nostra carriera è finita, dovremo adattarci a lavori ancor più umili della sorveglianza, e per di più ci tocca questa bastonatura terribilmente dolorosa.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Possibile che la verga faccia tanto male&amp;rdquo;, chiese K. ed esaminò la verga che il bastonatore gli agitava davanti. &amp;ldquo;Dovremo di sicuro spogliarci completamente&amp;rdquo;, disse Willem. &amp;ldquo;Ah, ecco&amp;rdquo;, disse K. e guardò meglio il bastonatore, che era abbronzato scuro come un marinaio e aveva un’espressione fresca e selvaggia. &amp;ldquo;Non ci sarebbe una possibilità di risparmiare il bastone a questi due?&amp;rdquo; gli chiese. &amp;ldquo;No&amp;rdquo;, disse il bastonatore, scuotendo il capo con un sorriso. &amp;ldquo;Spogliatevi&amp;rdquo;, ordinò ai sorveglianti. Rivolto poi a K. gli disse: &amp;ldquo;Non devi credere a tutto quel che dicono. Per la paura del bastone, sono già diventati un po’ deboli di testa. Quel che ha raccontato costui, per esempio&amp;rdquo; - e accennò a Willem - &amp;ldquo;delle sue possibilità di carriera, è del tutto ridicolo. Guardalo, quanto è grasso, - i primi colpi di verga si perderanno, in genere, nel grasso. - E lo sai perché è tanto grasso? Perché ha l’abitudine di sbafare la colazione a tutti gli arrestati. Non ha sbafato anche la tua? Ecco, te lo avevo detto. Ma un uomo con una pancia del genere non potrà mai diventare bastonatore, è una cosa del tutto esclusa.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Invece ci sono anche bastonatori così&amp;rdquo;, affermò Willem, che si era appena sciolto la cintura dei pantaloni. &amp;ldquo;No!&amp;rdquo; disse il bastonatore e con la verga lo colpì tanto forte sul collo da fargli fare un salto. &amp;ldquo;Tu non devi stare a sentire, ma spogliarti.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ti ricompenserei bene se tu li lasciassi andare&amp;rdquo;, disse K. e senza guardare oltre il bastonatore - simili affari è meglio concluderli a occhi bassi da entrambe le parti - estrasse il portafoglio. &amp;ldquo;Così poi denunceresti anche me&amp;rdquo;, disse il bastonatore, &amp;ldquo;e faresti bastonare anche me. No, no!&amp;rdquo; &amp;ldquo;Sii ragionevole&amp;rdquo;, disse K., &amp;ldquo;se avessi voluto che questi due venissero puniti non vorrei ora pagare per liberarli. Potrei semplicemente chiudere qui la porta, rifiutarmi di vedere e sentire altro e tornarmene a casa. Invece non lo faccio, ma anzi liberarli mi sta seriamente a cuore; se avessi immaginato che la loro punizione sarebbe stata una conseguenza inevitabile o anche solo possibile, non avrei mai fatto il loro nome. Di fatto non li ritengo neppure responsabili, responsabile è l’organizzazione, responsabili sono gli alti funzionari.&amp;rdquo; &amp;ldquo;E’ così&amp;rdquo;, gridarono i sorveglianti, e ricevettero subito una bastonata sulle spalle già nude. &amp;ldquo;Se qui, sotto i colpi della tua verga, tu avessi un giudice di alto grado&amp;rdquo;, disse K. abbassando con la mano, mentre parlava, la verga che già stava per alzarsi di nuovo, &amp;ldquo;non solo non ti impedirei di colpire, ma anzi ti darei del denaro perché tu faccia con energia quest’opera buona.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ciò che dici sembra credibile&amp;rdquo;, disse il bastonatore, &amp;ldquo;ma io non mi lascio corrompere. Sono pagato per bastonare, e dunque bastono.&amp;rdquo; Il sorvegliante Franz, il quale, forse sperando in un buon esito dell’intervento di K., si era finora tenuto indietro, si avvicinò ora alla porta vestito dei soli pantaloni, si aggrappò in ginocchio al braccio di K. e sussurrò: &amp;ldquo;Se non puoi ottenere grazia per entrambi, cerca almeno di liberare me. Willem è più vecchio di me, è meno sensibile sotto ogni punto di vista, e poi già un’altra volta, un paio di anni fa, ha ricevuto una leggera bastonatura, io invece non sono ancora disonorato e mi sono comportato così spinto da Willem, che nel bene e nel male è quello che mi ha insegnato tutto. Giù all’uscita, davanti alla banca, mi aspetta la mia povera fidanzata, mi vergogno talmente.&amp;rdquo; Con la giacca di K. si asciugò il viso inondato di lacrime. &amp;ldquo;Non aspetto più&amp;rdquo;, disse il bastonatore, prese la verga con entrambe le mani e colpì Franz, mentre Willem stava accucciato in un angolo e guardava di nascosto, senza avere il coraggio di voltare la testa. Allora si alzò il grido lanciato da Franz, continuo e immutabile, sembrava non il grido di un uomo, ma di qualche strumento martoriato, l’intero corridoio ne risuonò, tutto l’edificio doveva per forza sentirlo. &amp;ldquo;Non gridare&amp;rdquo;, esclamò K. senza potersi trattenere, e mentre guardava teso nella direzione da cui dovevano venire i fattorini, diede una spinta a Franz, non forte e tuttavia abbastanza forte perché quello, privo di sensi, cadesse giù, cercando in un crampo il pavimento con le mani; ciò nonostante non sfuggì ai colpi, la verga lo trovò anche per terra, e mentre Franz si rotolava sotto di essa la sua punta si alzava e si abbassava con regolarità. E già, in lontananza, compariva un fattorino, e qualche passo dietro di lui un altro. K. aveva chiuso velocemente la porta, si era avvicinato a una finestra che dava sul cortile e l’aveva aperta. L’urlo era completamente cessato. Per non far avvicinare i fattorini gridò: &amp;ldquo;Sono io.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Buona sera, signor procuratore&amp;rdquo; gli gridarono in risposta. &amp;ldquo;E’ successo qualcosa?&amp;rdquo; &amp;ldquo;No, no&amp;rdquo;, rispose K., &amp;ldquo;è solo un cane che abbaia in cortile.&amp;rdquo; Siccome i fattorini non si muovevano, aggiunse: &amp;ldquo;Potete tornare al vostro lavoro.&amp;rdquo; Per non doversi mettere a parlare con i fattorini, si affacciò alla finestra. Quando, dopo un attimo, guardò di nuovo nel corridoio, se n’erano già andati. K. però rimase ancora un po’ alla finestra, non aveva il coraggio di tornare nel ripostiglio e a casa non aveva voglia di tornare. Ciò che poteva vedere giù era un piccolo cortile quadrato, tutt’intorno erano disposti gli uffici, in quel momento tutte le finestre erano già buie, solo quelle ai piani più alti cominciavano a riflettere il chiarore della luna. K. cercò faticosamente di distinguere qualcosa nel buio di un angolo del cortile, dove alcuni carretti a mano erano ammucchiati uno sull’altro. Si tormentava per non essere riuscito a impedire la bastonatura, ma se aveva fallito non era colpa sua, se Franz non avesse gridato - certo doveva aver sentito male, ma in un momento decisivo bisogna dominarsi - se non avesse gridato K., almeno con ogni probabilità, avrebbe trovato una strada per convincere il bastonatore. Se tutti gli impiegati di grado inferiore erano gentaglia, perché proprio il bastonatore, che di tutti i compiti aveva quello più disumano, doveva fare eccezione? K. aveva ben notato come gli luccicassero gli occhi alla vista della banconota, evidentemente faceva mostra di bastonare sul serio solo per alzare ancora un po’ il prezzo. E K. non avrebbe fatto economia, liberare i sorveglianti gli stava veramente a cuore: dato che aveva intrapreso a combattere le storture di questo tribunale, era naturale che si desse da fare anche da questo lato. Ma nel momento in cui Franz aveva cominciato a gridare, tutto naturalmente era finito. K. non poteva permettere che arrivassero i fattorini e forse chissà chi altri e lo sorprendessero in trattative con quella gente nel ripostiglio. Un sacrificio del genere da lui non poteva certo pretenderlo nessuno. Se avesse avuto intenzione di fare una cosa del genere, allora tanto valeva che si fosse spogliato lui stesso e si fosse offerto al bastonatore al posto dei sorveglianti. E poi, il bastonatore non avrebbe certo accettato un simile scambio, perché in tal modo, senza ricavarne alcun vantaggio, avrebbe tuttavia gravemente mancato al suo dovere, e anzi forse mancato doppiamente, perché K., finché durava il procedimento, doveva certo essere intoccabile per tutti i dipendenti del tribunale. E’ vero che forse, su questo, valevano delle clausole speciali. In ogni caso K. non aveva potuto far altro che chiudere la porta, anche se con questo neppure per lui ogni pericolo era ancora superato. Inoltre si dispiaceva di aver dato, alla fine, una spinta a Franz, cosa giustificabile solo per la sua agitazione.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Lo zio. Leni</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/lo-zio-leni/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:03:23 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/lo-zio-leni/</guid><description>&lt;p&gt;Un pomeriggio, mentre K. era molto occupato, appena prima che chiudesse la posta, passando attraverso due inservienti che stavano portando dei documenti scritti si infilò nella stanza lo zio di K., Karl, un piccolo proprietario terriero di campagna. Vedendolo, K. si spaventò meno di quanto si era spaventato un po’ di tempo prima, quando se ne era immaginato l’arrivo; che lo zio dovesse arrivare K. lo sapeva già di sicuro da circa un mese. Già allora gli sembrava di vederlo, un po’ curvo, con il cappello di panama schiacciato nella mano sinistra e mentre gli agitava incontro, già da lontano, la destra, tendendogliela sopra la scrivania con fretta priva di riguardi, rovesciando tutto quel che c’era in mezzo. Lo zio aveva sempre fretta, perché era perseguitato dall’infelice idea che durante la sua permanenza nella capitale, che non durava mai più di un giorno, avrebbe potuto sbrigare tutto quello che si era proposto, senza per di più tralasciare nessun dialogo, o affare, o piacere di cui si offrisse l’occasione. K., che aveva verso di lui, un tempo il suo tutore, degli obblighi particolari, gli doveva essere d’aiuto in ogni modo possibile, e inoltre doveva dargli ospitalità per la notte; K. era solito far riferimento allo zio come al &amp;ldquo;fantasma che viene dalla campagna&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Avvocato. Direttore di fabbrica. Pittore</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/avvocato-direttore-di-fabbrica-pittore/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:04:16 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/avvocato-direttore-di-fabbrica-pittore/</guid><description>&lt;p&gt;Un mattino d’inverno - fuori, nella luce torbida, cadeva la neve - K. sedeva nel suo ufficio, già stanchissimo, benché fosse così presto. Per difendersi almeno dagli impiegati di grado inferiore, aveva ordinato al portiere di non far entrare nessuno perché era occupato con un lavoro più impegnativo del solito; ma invece di lavorare si rigirava sulla sedia, spostava lentamente alcuni oggetti sul tavolo e poi, senza accorgersene, abbandonava sulla scrivania il braccio disteso e rimaneva seduto immobile, con il capo chino.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Il commerciante Block. Licenziamento dell'avvocato</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/il-commerciante-block-licenziamento-dell-avvocato/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:07:24 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/il-commerciante-block-licenziamento-dell-avvocato/</guid><description>&lt;p&gt;Alla fine K. si era deciso a togliere la delega all’avvocato. I dubbi sulla giustezza di una simile azione non si potevano eliminare, ma prevalse la convinzione che essa fosse necessaria. La decisione gli aveva sottratto molta capacità di lavoro nella giornata in cui voleva andare dall’avvocato, lavorava in modo particolarmente lento, dovette rimanere in ufficio a lungo ed erano già passate le dieci quando fu finalmente davanti alla porta dell’avvocato. Fino a un momento prima di suonare si chiese se non sarebbe stato meglio licenziare l’avvocato per telefono o per lettera, il colloquio di persona sarebbe stato certamente assai penoso. Tuttavia alla fine K. non ci volle rinunciare, in ogni altro modo il licenziamento sarebbe stato accolto in silenzio o con qualche frase di circostanza, e se Leni non avesse potuto scoprire qualcosa K. non avrebbe mai saputo come l’avvocato aveva preso il licenziamento e quali conseguenze esso avrebbe avuto secondo la sua opinione, opinione che non era poco importante. Ma standogli seduto di fronte, colto di sorpresa dal licenziamento, anche se l’avvocato non si fosse fatto sfuggire nulla K. avrebbe potuto facilmente capire tutto quel che voleva dal suo volto e dai suoi gesti. Non era neppure escluso per K. di poter essere convinto a lasciare la difesa all’avvocato e quindi revocarne il licenziamento.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Nel duomo</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/nel-duomo/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:10:15 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/nel-duomo/</guid><description>&lt;p&gt;K. era stato incaricato di mostrare alcuni monumenti a un corrispondente italiano della banca, assai importante, che veniva per la prima volta in città. Era un incarico che in altri tempi avrebbe certo giudicato un onore, ma che ora, in un momento in cui riusciva a mantenere la sua posizione in banca solo con un grande sforzo, aveva accettato con ripugnanza. Ogni ora sottratta al lavoro in banca lo angustiava; certo non riusciva più neppure alla lontana a sfruttare il tempo d’ufficio come una volta, utilizzava diverse ore per una minima apparenza di vero lavoro, tanto maggiori erano però le preoccupazioni quando non si trovava in ufficio. In tal caso gli sembrava di vedere come il vicedirettore, che certo era sempre in agguato, entrava ogni tanto nel suo ufficio, si sedeva alla sua scrivania, sfogliava i suoi documenti, riceveva e gli sottraeva clienti con i quali K. era da anni quasi in amicizia, e forse scopriva anche degli errori, dai quali ora nel lavoro K. si sentiva sempre minacciato in mille modi, e che non riusciva più a evitare. Se accadeva perciò che lo incaricassero, sia pure in forma onorevole, di un’uscita per affari o anche di un piccolo viaggio - incarichi del genere, per puro caso, si erano accumulati negli ultimi tempi - c’era sempre il pensiero che lo si volesse allontanare un poco dall’ufficio per controllare il suo lavoro, o quanto meno che lo si ritenesse poco indispensabile all’ufficio. La maggior parte di questi incarichi avrebbe potuto declinarli con facilità, ma non ne aveva il coraggio perché, se i suoi timori avevano un fondamento anche minimo, declinare l’incarico significava confessare la sua paura. Per questo motivo accettava simili incarichi con apparente indifferenza e, dovendo una volta fare un impegnativo viaggio d’affari di due giorni, nascose di avere un forte raffreddore, per non esporsi al pericolo di essere esonerato dal viaggio con la scusa del piovoso tempo autunnale che proprio allora dominava. Tornato da questo viaggio con furiosi mal di testa, seppe di essere stato destinato ad accompagnare il giorno dopo il corrispondente italiano. La tentazione di sottrarsi all’impegno almeno questa volta era molto grande, prima di tutto ciò che gli si chiedeva stavolta non era un lavoro direttamente connesso alla banca, l’adempimento di questo dovere sociale nei confronti del corrispondente era abbastanza importante in sé, ma non lo era dal punto di vista di K., il quale sapeva bene di potersi mantenere solo con successi di lavoro, e che in mancanza di questi era perfettamente inutile se fosse anche riuscito, inaspettatamente, ad affascinare questo italiano; non voleva essere spinto fuori dall’ambiente di lavoro neppure per un giorno perché troppo grande era la paura di non essere riammesso più, una paura che riconosceva bene come esagerata, ma che pure lo angustiava. In questo caso comunque era quasi impossibile inventarsi una scusa decente, la conoscenza che K. aveva dell’italiano non era certo grande, tuttavia sufficiente; l’aspetto decisivo era che K. possedeva da tempo alcune conoscenze di storia dell’arte, cosa che in banca era diventata, in forma estremamente esagerata, di dominio pubblico dopo che K. aveva fatto parte, anche qui d’altronde per motivi di lavoro, dell’unione per la salvaguardia dei monumenti artistici cittadini. Ora, l’italiano, a quanto si era appreso, era un amante d’arte e quindi la scelta di K. come suo accompagnatore era stata perciò automatica.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Fine</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/fine/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:11:46 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/fine/</guid><description>&lt;p&gt;La sera prima del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove di sera, l’ora in cui le strade si fanno silenziose - in casa di K. giunsero due signori. Erano in abiti da passeggio, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Al portone ci fu una piccola schermaglia di cortesie per stabilire chi doveva passare per primo, e la stessa scena si ripeté, più accentuata, davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva anche lui vestito di nero su una sedia vicino alla porta e infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell’atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito, guardando incuriosito i signori. &amp;ldquo;Dunque siete destinati a me?&amp;rdquo; chiese. I signori annuirono, uno indicò l’altro con il cilindro in mano. K. confessò a se stesso che si sarebbe aspettato un’altra visita. Andò alla finestra e guardò ancora una volta nella strada buia. Anche le finestre sull’altro lato della strada erano ancora buie, in molte le tende erano abbassate. In una finestra illuminata del pianerottolo due bambini piccoli giocavano fra loro dietro una grata e, ancora incapaci di muoversi dai loro posti, si cercavano allungando le piccole mani. &amp;ldquo;Mi mandano dei vecchi attori di quart’ordine&amp;rdquo;, si disse K. e si guardò intorno per convincersene ancora una volta. &amp;ldquo;Vogliono sbarazzarsi di me a buon mercato.&amp;rdquo; K. si voltò improvvisamente verso di loro e chiese: &amp;ldquo;In quale teatro recitate?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Teatro?&amp;rdquo; chiese un signore all’altro come per avere consiglio, contraendo gli angoli della bocca. L’altro fece gesti come un muto in battaglia con l’organismo che si oppone ai suoi sforzi. &amp;ldquo;Non sono preparati a rispondere alle domande&amp;rdquo;, si disse K., e andò a prendere il cappello.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Capitoli incompiuti</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/capitoli-incompiuti/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:13:12 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/capitoli-incompiuti/</guid><description>&lt;h2 id="lamica-della-bürstner"&gt;L’amica della Bürstner&lt;a class="anchor" href="#lamica-della-b%c3%bcrstner"&gt;#&lt;/a&gt;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nei giorni successivi fu impossibile a K. scambiare anche solo poche parole con la signorina Bürstner. Cercò in diversi modi di avvicinarsi a lei, ma la signorina riusciva sempre a evitarlo. K. tornava a casa subito dopo il lavoro, rimaneva seduto sul divano nella sua stanza a luce spenta, e non si occupava d’altro che di tenere d’occhio l’anticamera. Se ad esempio passava la domestica e chiudeva la porta della stanza che sembrava vuota, lui dopo un po’ si alzava e la riapriva. Alla mattina si alzava un’ora prima del solito per poter magari incontrare da sola la signorina Bürstner quando lei andava in ufficio; ma nessuno di questi tentativi ebbe successo. Allora le scrisse una lettera diretta in ufficio come nella sua stanza, nella quale cercava ancora una volta di giustificarsi, si dichiarava disposto a darle soddisfazione in qualunque modo, prometteva di non oltrepassare mai i limiti che lei gli avrebbe imposto e chiedeva soltanto che gli fosse data la possibilità di parlare una volta con lei, soprattutto perché non poteva fare niente con la signora Grubach finché non si fosse consigliato con lei, e infine le comunicava che la domenica successiva avrebbe aspettato per tutto il giorno nella sua stanza un segnale da lei che gli desse la prospettiva di veder soddisfatta la sua richiesta o che almeno gli chiarisse perché tale richiesta non poteva essere adempiuta, benché lui avesse promesso di adattarsi in tutto alle condizione che la signorina gli avrebbe imposto. Le lettere non tornarono indietro, ma nemmeno ci fu alcuna risposta. Invece la domenica ci fu un segnale di sufficiente chiarezza. Già la mattina presto K., attraverso il buco della serratura, notò un particolare movimento in anticamera, movimento la cui natura fu presto chiara. Un’insegnante di francese, che era però tedesca e si chiamava Montag, una ragazza debole e pallida, un po’ zoppicante, che fino ad allora aveva abitato una stanza propria, si trasferiva nella stanza della signorina Bürstner. Per ore e ore la si vide trascinarsi in anticamera, dimenticava sempre un capo di biancheria, una copertina o un libro, che doveva essere preso volta per volta e trasferito nella nuova abitazione.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Arresto</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/arresto/</link><pubDate>Mon, 08 Nov 2004 12:52:50 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/processo/arresto/</guid><description>&lt;p&gt;Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché un mattino, senza che avesse fatto niente di male, venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, questa volta non venne. Ciò non era mai successo. K. aspettò ancora un poco, dal suo cuscino contemplò l’anziana signora che abitava di fronte a lui e che lo osservava con una curiosità per lei del tutto inusuale, infine, disorientato e affamato al tempo stesso, suonò il campanello. Subito qualcuno bussò, ed entrò un uomo che non aveva mai visto in questa casa. Era snello e tuttavia ben piantato, indossava un vestito nero attillato provvisto, come i vestiti da viaggio, di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una cintura, e che perciò, senza che ne fosse ben chiaro il motivo, sembrava particolarmente pratico. &amp;ldquo;Chi è lei?&amp;rdquo; domandò K. e subito si mise a sedere sul letto. Ma l’uomo trascurò la domanda, come se la sua comparsa dovesse essere accettata di per sé, e da parte sua disse soltanto: &amp;ldquo;Ha suonato?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Anna deve portarmi la colazione&amp;rdquo;, disse K. e cercò come prima cosa di stabilire in silenzio, con attenzione e riflessione, chi fosse in realtà l’uomo. Ma costui non si offrì troppo a lungo ai suoi sguardi, si voltò verso la porta aprendola un poco e disse a qualcuno che evidentemente era in piedi subito dietro la porta: &amp;ldquo;Vuole che Anna gli porti la colazione.&amp;rdquo; Ne seguì in anticamera una risatina, a giudicare dal suono non era chiaro se vi partecipasse più di una persona. Evidentemente l’estraneo non poteva averne ricavato nuove informazioni, tuttavia col tono di voce di un annuncio formale disse a K.: &amp;ldquo;Ciò è impossibile&amp;rdquo;. &amp;ldquo;Questa sarebbe una novità&amp;rdquo;, disse K., saltò giù dal letto e si infilò velocemente i pantaloni. &amp;ldquo;Voglio proprio vedere che razza di gente c’è nell’altra stanza, e come si giustificherà davanti a me la signora Grubach per questa intrusione&amp;rdquo;. Gli venne subito in mente che sarebbe stato meglio non dire questo ad alta voce e che, così facendo, riconosceva in certa misura all’estraneo un diritto di sorveglianza, ma per il momento la cosa gli parve priva di importanza. L’estraneo invece sembrò intenderla proprio in questo modo, perché disse: &amp;ldquo;Non preferisce piuttosto rimanere qui?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Io non intendo né rimanere qui né che lei mi rivolga la parola senza neppure essersi presentato.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Non avevo cattive intenzioni&amp;rdquo;, disse l’estraneo, e aprì spontaneamente la porta. Nella stanza accanto, dove K. entrò più lentamente di quanto avrebbe voluto, tutto sembrava a prima vista esattamente come la sera prima. Era il soggiorno della signora Grubach, e forse in questa stanza strapiena di mobili, tovaglie, porcellane e fotografie c’era oggi un po’ più spazio del solito, ma non lo si notava subito, tanto più che la novità principale consisteva nella presenza di un uomo seduto presso la finestra aperta con un libro, dal quale alzò gli occhi proprio in quel momento. &amp;ldquo;Lei avrebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Non glielo ha detto Franz?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Sì, che cosa vuole lei?&amp;rdquo; disse K., e con lo sguardo passò da questa nuova conoscenza all’uomo chiamato Franz, che era rimasto sulla soglia della porta, e quindi di nuovo al suo interlocutore. Di nuovo dalla finestra aperta si poteva vedere la vecchia signora, che con curiosità veramente senile era ora passata alla finestra di fronte a questa stanza, per continuare a vedere la scena. &amp;ldquo;Ora però voglio la signora Grubach, per&amp;hellip;&amp;rdquo;, disse K., e fece un movimento come per andarsene strappandosi dai due uomini, che però stavano a distanza da lui. &amp;ldquo;No&amp;rdquo;, disse l’uomo vicino alla finestra, gettò il libro su un tavolino e si alzò in piedi. &amp;ldquo;Lei non può andarsene, è in arresto.&amp;rdquo; &amp;ldquo;Così sembra&amp;rdquo;, disse K., poi aggiunse: &amp;ldquo;E perché?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Questo non siamo autorizzati a dirglielo. Vada nella sua stanza e aspetti. Il procedimento è stato avviato, e lei saprà tutto a tempo debito. Vado già al di là dei miei compiti parlando così amichevolmente. Ma spero che ci sia solo Franz ad ascoltare, e anche lui, contro ogni regola, si è già comportato con amicizia nei suoi confronti. Lei potrà stare tranquillo se solo continua ad avere la fortuna che ha avuto nella designazione dei suoi sorveglianti.&amp;rdquo; K. voleva sedersi, ma si accorse che non c’era posto se non sulla sedia vicino alla finestra. &amp;ldquo;Se ne accorgerà, come sia vero tutto ciò&amp;rdquo;, disse Franz, e gli si avvicinò, contemporaneamente al suo compagno. Soprattutto quest’ultimo era molto più alto di K., e gli dava dei colpetti sulla spalla. Entrambi esaminarono la camicia da notte di K., dicendo che d’ora in poi avrebbe dovuto indossarne una molto più scadente, ma che loro avrebbero custodito questa come tutto il resto della sua biancheria, e gli avrebbero restituito tutto quando la cosa fosse andata a buon fine. &amp;ldquo;Le conviene dare le cose a noi anziché al deposito&amp;rdquo;, dissero, &amp;ldquo;perché al deposito spesso qualcosa viene rubato, e poi dopo un certo tempo tutto viene venduto, senza considerare se il relativo procedimento sia finito oppure no. E poi, specialmente negli ultimi tempi, quanto sono lunghi questi processi! Certo, alla fine lei otterrebbe dal deposito un qualche ricavo, ma prima di tutto questo ricavo è già piccolo di per sé, dato che al momento della vendita conta non tanto l’entità dell’offerta quanto quella della relativa corruzione; e in secondo luogo tali ricavi, come si sa, diminuiscono progressivamente passando di mano in mano e di anno in anno.&amp;rdquo; K. prestava scarsa attenzione a questo discorso, il diritto di proprietà sulle sue cose, diritto che forse aveva ancora, gli stava a cuore meno dell’avere chiarezza sulla sua posizione; ma in presenza di questa gente non poteva neppure riflettere, la pancia del secondo sorvegliante - poiché solo di sorveglianti poteva trattarsi - urtava in continuazione contro di lui, come per manifestare amicizia, ma se K. alzava gli occhi vedeva, in contrasto con questo corpo massiccio, una faccia asciutta e ossuta, con un grosso naso storto da un lato, che all’insaputa di K. faceva cenni all’altro sorvegliante. Che razza di uomini erano? Di che cosa parlavano? A quali autorità ubbidivano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto, ovunque regnava la pace, tutte le leggi erano in vigore, chi poteva osare di piombare così in casa sua? Aveva sempre avuto la tendenza a prender tutto il più possibile alla leggera, a credere al peggio solo quando si presentava, a non farsi preoccupazioni per il futuro, neppure quando le minacce erano grandi. Ma tutto ciò ora non sembrava adeguato alla situazione, il tutto sembrava piuttosto uno scherzo, uno scherzo di cattivo gusto che per ragioni ignote, forse perché oggi era il suo trentesimo compleanno, gli era stato preparato dai suoi colleghi della banca, naturalmente era una cosa possibile, forse sarebbe bastato in qualche modo ridere in faccia ai sorveglianti, e loro avrebbero riso insieme con lui, forse erano solo uscieri presi all’angolo della strada, e ne avevano anche l’aspetto - ciononostante, fin dalla prima apparizione del sorvegliante Franz era assolutamente deciso a non rinunciare al minimo vantaggio che forse poteva avere nei confronti di questa gente. Se in seguito si fosse detto che non aveva capito lo scherzo, questo sembrava a K. un pericolo trascurabile, in compenso ricordava bene - anche se non era sua abitudine imparare dall’esperienza - alcuni casi insignificanti di per sé, nei quali, a differenza dei suoi amici, si era comportato scientemente in maniera imprudente, senza alcuna sensibilità per le possibili conseguenze, e alla fine il risultato lo aveva punito. Questo non doveva più accadere, per lo meno non questa volta, e se tutto era una commedia, ebbene, avrebbe recitato la sua parte.&lt;/p&gt;</description></item></channel></rss>