<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"><channel><title>Italian on The Kafka Project</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/</link><description>Recent content in Italian on The Kafka Project</description><generator>Hugo</generator><language>en</language><lastBuildDate>Thu, 01 Dec 2005 15:27:38 +0000</lastBuildDate><atom:link href="https://www.kafka.org/translations/italian/index.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><item><title>La preoccupazione del padre di famiglia</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/la-preoccupazione-del-padre-di-famiglia/</link><pubDate>Fri, 11 Mar 2005 22:08:37 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/la-preoccupazione-del-padre-di-famiglia/</guid><description>&lt;p&gt;Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.
Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere.
Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.
Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Nella colonia penale</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/nella-colonia-penale/</link><pubDate>Thu, 01 Dec 2005 15:27:38 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/nella-colonia-penale/</guid><description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;traduzione: Mauro Nervi&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;a href="miecose/NellaColoniaPenale.doc"&gt;Versione formato Word&lt;/a&gt;
&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src="https://www.kafka.org/images/deserto.jpg" /&gt;
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«E’ una macchina molto speciale», disse l’ufficiale all’esploratore, e con sguardo in un certo senso ammirato controllò la macchina che pure conosceva così bene. Il viaggiatore sembrava aver consentito solo per cortesia alla richiesta del comandante, il quale lo aveva invitato ad assistere all’esecuzione di un soldato condannato per insubordinazione e insulti a un superiore in grado. In generale, nella colonia penale, l’interesse per questa esecuzione non era molto grande. O almeno, qui nella piccola valle profonda e sabbiosa, circondata da alture spoglie, a parte l’ufficiale e il viaggiatore c’era solo il condannato, un uomo ottuso e dalla bocca larga, con capelli e viso in disordine, e un soldato che teneva in mano la pesante catena in cui confluivano le catene più piccole nelle quali il condannato era costretto al collo e alle articolazioni dei piedi e delle mani, e che erano anche collegate fra loro da altre catene. Inoltre il condannato sembrava docile come un cagnolino, si aveva l’impressione che lo si potesse lasciar libero di correre sulle alture intorno e che bastasse fare un fischio al momento dell’esecuzione per farlo ritornare.
Il viaggiatore aveva poca curiosità verso la macchina e con un disinteresse quasi visibile camminava su e giù dietro il condannato, mentre l’ufficiale si occupava degli ultimi preparativi, ora strisciando sotto la macchina, che aveva salde fondamenta nel terreno, ora salendo su una scala per controllare le parti superiori. Erano lavori che, a dire il vero, si sarebbero potuti lasciare a un operaio, ma l’ufficiale li eseguiva con grande zelo, forse per il fatto che era un devoto particolare della macchina, o forse perché, per altri motivi, quel lavoro non si poteva affidare a nessuno. «Ora è tutto pronto!» esclamò alla fine, e scese dalla scala. Era straordinariamente stanco, respirava a bocca spalancata e dietro il colletto d’ordinanza aveva infilato due delicati fazzoletti da donna. «Queste uniformi sono davvero troppo pesanti per i tropici», disse il viaggiatore anziché informarsi della macchina, come l’ufficiale si aspettava. «E’ così», disse l’ufficiale, lavandosi in un secchio lì pronto le mani sporche di olio e grasso, «ma esse rappresentano per noi la patria; e la patria non vogliamo perderla. – Ma ora guardi questa macchina», aggiunse subito, si asciugò le mani con un panno e contemporaneamente indicò la macchina. «Finora c’era ancora bisogno di un lavoro manuale, d’ora in avanti lavorerà completamente da sola». Il viaggiatore con un cenno del capo seguì l’ufficiale. Questi, per cautelarsi da ogni eventualità, disse: «Naturalmente a volte il funzionamento è difettoso: spero che questo non avvenga oggi, ma bisogna sempre aspettarselo. La macchina deve pur funzionare per dodici ore consecutive. Ma se ci sono imprevisti, sono di lieve entità e vengono rimediati subito».
«Non vuole sedersi?», chiese alla fine, estrasse da un mucchio una sedia di canne e la offrì al viaggiatore; questi non poté rifiutarla. Ora sedeva al margine di una fossa, nella quale lanciò per un momento uno sguardo. Non era molto profonda. Da una parte della fossa, la terra scavata era ammucchiata come in una parete, mentre dall’altra parte c’era la macchina. «Non so se il comandante le ha spiegato il funzionamento della macchina», disse l’ufficiale. Il viaggiatore fece un gesto vago con la mano; l’ufficiale non chiese di meglio, perché così aveva l’occasione di spiegarlo lui stesso. «Questa macchina», disse, prendendo una biella e appoggiandovisi sopra, «è un’invenzione del nostro precedente comandante. Io ho collaborato fin dai primi tentativi, e ho preso parte a tutti i lavori fino al suo perfezionamento. Ma il merito dell’invenzione appartiene tutto a lui. Ha sentito parlare del nostro precedente comandante? No? Beh, non esagero dicendo che tutta l’organizzazione della colonia penale è opera sua. Noi, i suoi amici, sapevamo già al momento della sua morte che l’organizzazione della colonia è talmente coerente in se stessa che il suo successore, per quanti nuovi progetti avesse in testa, almeno per parecchi anni non avrebbe potuto cambiare niente del vecchio ordinamento. E la nostra previsione si è rivelata giusta; il nuovo comandante ha dovuto riconoscerlo. Peccato che lei non abbia conosciuto il precedente comandante! – Ma», si interruppe l’ufficiale, «io chiacchiero, e qui davanti a noi c’è la macchina. Come può vedere, consiste di tre parti. Nel corso del tempo, queste parti hanno ricevuto dei nomi per dir così popolari. La parte inferiore si chiama il letto, quella superiore il disegnatore, e la parte qui nel mezzo, sospesa, si chiama l’erpice». «L’erpice?» chiese il viaggiatore. Non aveva ascoltato con grande attenzione, il sole cominciava a splendere troppo forte nella valle priva di ombra, era difficile raccogliere i pensieri. Tanto più ammirevole gli appariva l’ufficiale, che spiegava il suo argomento in una divisa stretta, da parata, appesantita dalle spalline e ornata di cordicelle, e che inoltre mentre parlava si dava da fare ad avvitare con un cacciavite. Il soldato sembrava in uno stato d’animo simile a quello del viaggiatore. Si era avvolto a entrambi i polsi le catene del condannato, con una mano si appoggiava alla sua arma, lasciava pendere la testa sulla nuca e non si interessava a niente. Il viaggiatore non se ne meravigliò, perché l’ufficiale parlava francese e certamente il francese non lo capivano né il soldato né il condannato. Però era tanto più notevole che il condannato nonostante tutto si sforzasse di seguire le spiegazioni dell’ufficiale. Con una specie di ostinazione assonnata volgeva lo sguardo sempre là dove l’ufficiale stava indicando, e quando questi fu interrotto da una domanda del viaggiatore anch’egli, come l’ufficiale, si volse a guardarlo.
«Sì, l’erpice», disse l’ufficiale, «il nome è adeguato. Gli aghi sono ordinati come in un erpice, e anche, nel complesso, lo strumento viene guidato come un erpice, anche se in un punto solo e con molta maggiore arte. Del resto, lo comprenderà subito. Il condannato viene collocato qui sul letto. – Voglio prima descrivere la macchina e solo in seguito far eseguire di persona la procedura. Così lei potrà seguirla meglio. Inoltre, uno dei denti nell’ingranaggio del disegnatore si è eccessivamente consumato; quando è in funzione fa un gran rumore; purtroppo è difficile qui procurarsi pezzi di ricambio. – Allora, qui c’è il letto, come ho detto. E’ completamente ricoperto con uno strato di ovatta; lo scopo di ciò risulterà chiaro in seguito. Il condannato viene collocato a pancia in giù su questa ovatta, naturalmente nudo; ecco le cinghie qui per le mani, qui per i piedi, qui per il collo, per immobilizzarlo. Qui al lato della testa dove l’uomo, come ho detto, viene posto con il viso, c’è questo piccolo morso di feltro, che può essere facilmente regolato in modo che si introduca con precisione nella bocca dell’uomo. Esso ha lo scopo di impedire le urla e il morso della propria lingua. Naturalmente l’uomo deve prendere per forza in bocca il feltro, altrimenti la cinghia gli spezza il collo.» «Questa è ovatta?» chiese il viaggiatore chinandosi in avanti. «Certo», disse l’ufficiale con un sorriso, «senta lei stesso.» Afferrò la mano del viaggiatore e la fece scorrere sul letto. «E’ un’ovatta preparata in modo particolare, per questo sembra così strana; del suo scopo parlerò più tardi.» Il viaggiatore era già un po’ conquistato dalla macchina; con una mano sugli occhi per proteggersi dal sole, la guardava verso l’alto. Era una costruzione imponente. Il letto e il disegnatore erano di analoghe dimensioni e sembravano due cassapanche scure. Il disegnatore era sollevato di circa due metri sopra il letto; entrambi erano collegati agli angoli com quattroaste di ottone, che quasi lanciavano raggi alla luce del sole. Fra le cassapanche, legato a un filo d’acciaio, oscillava l’erpice.
L’ufficiale quasi non aveva notato la precedente indifferenza del viaggiatore, mentre aveva subito intuito il suo attuale, incipiente interesse; si arrestò quindi nelle sue spiegazioni, per dar tempo al viaggiatore di contemplare indisturbato. Il condannato imitava il viaggiatore; siccome non poteva mettere la mano davanti agli occhi, li stringeva con lo sguardo libero verso l’alto.
«A questo punto quindi il condannato è sdraiato», disse il viaggiatore, appoggiò la schiena sulla sedia e incrociò le gambe.
«Sì», disse l’ufficiale, spinse un po’ indietro il berretto e si passò la mano sul viso caldo, «ora ascolti! Sia il letto che il disegnatore sono forniti di batterie elettriche autonome; il letto le utilizza per se stesso, il disegnatore per l’erpice. Appena l’uomo è assicurato alle cinghie, il letto si mette in movimento. Con minuscole e velocissime oscillazioni vibra contemporaneamente sia di lato che in su e in gù. Forse lei ha visto macchine simili nelle case di cura; ma nel nostro letto tutti i movimenti sono accuratamente calcolati; devono cioè essere accordati con precisione sui movimenti dell’erpice. E a questo erpice è affidata l’esecuzione vera e propria della condanna.»
«E cosa dice la condanna?» chiese il viaggiatore. «Non lo sa?» disse stupito l’ufficiale, e si morse le labbra: «Mi perdoni se forse le mie spiegazioni sono disordinate; le chiedo scusa. In effetti, prima le spiegazioni era solito darle il comandante; ma il nuovo comandante si è sottratto a questo onorevole dovere; ma che una visita così elevata» - il viaggiatore cercò di schermirsi con entrambe le mani di fronte al complimento, ma l’ufficiale insistette sulla sua formula - «che una visita così elevata venga tenuta all’oscuro persino della forma della nostra condanna, questa è poi una novità che…». Aveva sulla labbra un’imprecazione, ma si controllò e disse soltanto: «Non sono stato informato, non è colpa mia. D’altronde è anche vero che sono io il più adatto a chiarire le nostre forme di verdetto, perché qui» - e si batté sulla tasca del petto - «io conservo i relativi disegni del precedente comandante.»
«Disegni del comandante in persona?» chiese il viaggiatore: «Faceva dunque tutto lui? Era soldato, giudice, costruttore, chimico, disegnatore?»
«Proprio così», disse l’ufficiale con un cenno del capo, e con uno sguardo fisso e pensoso. Poi si controllò le mani, che non gli parvero pulite a sufficienza per prendere i disegni; andò quindi al secchio e le lavò ancora una volta. Poi estrasse una piccola cartella di cuoio e disse: «La nostra condanna non suona severa. La regola trasgredita viene scritta con l’erpice sul corpo del condannato. A questo condannato per esempio» - l’ufficiale accennò all’uomo - «verrà scritto sul corpo: Onora il tuo superiore!»
Il viaggiatore guardò di sfuggita l’uomo; da quando l’ufficiale lo aveva indicato, teneva la testa abbassata e sembrava tendere l’udito con tutte le sue forze per venire a sapere qualcosa. Ma i movimenti delle sue labbra tumide e compresse mostravano chiaramente che non riusciva a capire nulla. Il viaggiatore avrebbe chiesto volentieri ancora qualcosa, ma alla vista dell’uomo chiese solamente: «Sa della sua condanna?» «No», rispose l’ufficiale, e voleva subito continuare con le sue spiegazioni, ma il viaggiatore lo interruppe: «Non sa della sua condanna?» «No», ripeté l’ufficiale, e si fermò un attimo, come per chiedere al viaggiatore una migliore formulazione della sua domanda, poi disse: «Sarebbe inutile comunicarglielo. Lo verrà a sapere sul suo stesso corpo.» Il viaggiatore voleva tacere, ma poi si rese conto di come il condannato dirigeva lo sguardo su di lui: sembrava chiedere se potesse approvare la procedura che gli era stata descritta. Perciò il viaggiatore, che si era già appoggiato sulla schiena, si piegò di nuovo in avanti e domandò ancora: «Ma che in generale è stato condannato, almeno questo lo sa?» «Nemmeno questo», disse l’ufficiale sorridendo al viaggiatore, come se ora si aspettasse da lui altre strane esternazioni. «No», disse il viaggiatore passandosi una mano sulla fronte, «questo significa allora che l’uomo nemmeno adesso sa come è stata accolta la sua difesa?» «Non ha avuto nessuna occasione di difendersi», disse l’ufficiale guardando di lato, come se parlasse a se stesso e non volesse confondere il viaggiatore con il racconto di cose che per lui stesso erano ovvie. «Deve per forza aver avuto la possibilità di difendersi», disse il viaggiatore alzandosi dalla sedia.
L’ufficiale si accorse che vi era il pericolo di essere interrotti a lungo nella spiegazione della macchina; si avvicinò perciò al viaggiatore, lo prese sottobraccio, mostrò con la mano il condannato, il quale, ora che l’attenzione su di lui era divenuta così esplicita, si mise energicamente sull’attenti – anche il soldato diede uno strattone alle catene – e disse: «Le cose stanno in questi termini. Io sono incaricato di fare il giudice in questa colonia penale. Nonostante la mia giovinezza. Questo perché sono stato al fianco del precedente comandante in tutte le faccende penali, e sono quello che conosce meglio la macchina. Il principio base delle mie decisioni è: la colpa è sempre indubbia. Può darsi che altri tribunali non seguano questo principio, perché sono costituiti da più persone e inoltre hanno altri tribunali, più alti, sopra di loro. Ma questo non è il mio caso, o per lo meno non lo era con il precedente comandante. Il nuovo, a dire il vero, si è già divertito a mettere il naso nel mio tribunale, ma finora mi è riuscito di tenerlo lontano, e mi riuscirà anche in futuro. – Lei vuole che le chiarisca questo caso; è un caso molto semplice, così come tutti gli altri. Un capitano stamane ha fatto rapporto che quest’uomo, destinatogli come servitore e che dorme davanti alla sua porta, ha dormito per tutto il tempo di servizio. Il servitore ha il dovere di alzarsi ogni ora e fare il saluto militare davanti alla porta del capitano. Non è certo un dovere pesante, ed è anche necessario per rimanere fresco, sia per la guardia che per il servizio. La notte scorsa il capitano voleva controllare se l’uomo faceva il suo dovere. Quando sono suonate le due, ha aperto la porta e lo ha trovato che dormiva accucciato. Allora ha preso il frustino e lo ha colpito sul volto. Invece di alzarsi e chiedere scusa, quest’uomo ha preso il suo padrone per le gambe, e scuotendolo gli gridava: ‘Butta la frusta, o ti mangio vivo.’ – Questi sono i fatti. Il capitano è venuto da me un’ora fa, io ho registrato la sua relazione e, come allegato, anche la condanna. Poi ho fatto incatenare l’uomo. E’ stato tutto molto semplice. Se avessi prima convocato e interrogato l’uomo, ne sarebbe nata una confusione. Avrebbe mentito, e se io fossi riuscito a confutare le sue menzogne, le avrebbe sostituite con altre, e così via. Invece ora lo tengo in pugno e non mi scappa più. – E’ tutto chiaro ora? Ma il tempo passa, l’esecuzione avrebbe dovuto essere già cominciata, e io non ho ancora finito di spiegare come funziona la macchina.» Costrinse il viaggiatore a sedersi di nuovo, poi si avvicinò di nuovo alla macchina e cominciò: «Come può vedere, l’erpice corrisponde alla forma dell’uomo: questo è l’erpice per il busto, questi sono gli erpici per le gambe. Alla testa è destinato solo questo piccolo puntale. Le risulta chiaro?» Si inchinò amichevole verso il viaggiatore, pronto alle più esaurienti spiegazioni.
Il viaggiatore guardò l’erpice con la fronte aggrottata. Le informazioni sulla procedura di quel tribunale non lo avevano soddisfatto. Doveva sempre ripetersi che in fin dei conti questa era una colonia penale, che dunque qui erano necessarie regole speciali e che bisognava procedere in modo marziale fino alla fine. Tuttavia riponeva speranze sul nuovo comandante, il quale evidentemente, sia pure con lentezza, intendeva introdurre una nuova procedura, che non poteva entrare nella testa limitata di questo ufficiale. Seguendo il corso di questi pensieri, domandò: «Il comandante presenzierà all’esecuzione?» «Non è sicuro», disse l’ufficiale, penosamente colpito da questa domanda diretta, e la sua aria amichevole scomparve: «Proprio per questo dobbiamo sbrigarci. Per quanto mi spiaccia, dovrò addirittura abbreviare le mie spiegazioni. Ma domani, quando la macchina sarà di nuovo pulita – il suo unico difetto è quello di sporcarsi molto – le esporrò i dettagli. Ecco dunque l’essenziale. – Quando l’uomo è sdraiato sul letto e questo comincia a scuotersi, l’erpice si abbassa sul corpo. Esso si posiziona da solo in modo da toccare il corpo solo con le punte; una volta completata la procedura, questo filo d’acciaio si tende come una sbarra. E ora il gioco comincia. Un profano non vede differenze esteriori fra punizione e punizione. L’erpice sembra lavorare con uniformità. Vibrando, affonda le sue punte nel corpo, che a sua volta sussulta per i movimenti del letto. Per rendere possibile a chiunque controllare l’esecuzione della condanna, l’erpice è stato fatto in vetro. Assicurare al vetro gli aghi ha comportato alcune difficoltà tecniche, ma dopo molti tentativi ci siamo riusciti. Non ci siamo risparmiati certo gli sforzi. E ora chiunque può vedere attraverso il vetro come si realizza la scritta sul corpo. Non vuole avvicinarsi e vedere meglio gli aghi?»
Il viaggiatore si alzò lentamente, si avvicinò e si curvò sopra l’erpice. «Vede», disse l’ufficiale, «due tipi di aghi in disposizione multipla. Ogni ago lungo ha vicino a sé uno corto. Quello lungo scrive, mentre quello corto spruzza acqua, per lavare via il sangue e mantenere sempre chiara la scritta. L’acqua insanguinata viene poi incanalata qui in piccoli condotti, i quali confluiscono in un condotto più grande il cui scarico finisce nella fossa.» L’ufficiale indicò precisamente con la mano la strada che l’acqua insanguinata doveva percorrere. Quando, per rendere il tutto più comprensibile, l’ufficiale afferrò con entrambe le mani lo sbocco del tubo di scarico, il viaggiatore alzò la testa e, tastando dietro di sé con la mano, voleva tornare alla sua sedia. Allora si accorse con spavento che anche il condannato aveva seguito come lui l’invito dell’ufficiale a vedere da vicino l’organizzazione dell’erpice. Aveva tirato un po’ per la catena il soldato addormentato, e si era piegato sul vetro. Lo si vedeva cercare con sguardi dubbiosi ciò che i due signori avevano osservato, ma, poiché gli mancava la spiegazione, non gli poteva riuscire. Si chinava di qua e di là, e sempre di nuovo faceva scorrere lo sguardo sul vetro. Il viaggiatore voleva spingerlo indietro, perché ciò che faceva sarebbe stato con ogni probabilità punito. Ma l’ufficiale trattenne il viaggiatore con una mano, con l’altra prese dal muro una zolla di terra e la lanciò sul soldato. Questi aprì d’un colpo gli occhi, vide ciò che il condannato aveva osato fare, lasciò cadere l’arma, picchiò i tacchi per terra, strattonò indietro il condannato facendolo subito cadere, e poi si mise a guardare dall’alto come quello si voltava facendo tintinnare le catene. «Tiralo su!» gridò l’ufficiale, osservando che il viaggiatore veniva eccessivamente distratto dal condannato. Il viaggiatore si curvò persino un poco oltre l’erpice senza considerarlo, preoccupato solo di stabilire cosa stesse succedendo al condannato. «Trattalo con cura!» gridò ancora l’ufficiale. Corse intorno alla macchina, afferrò di persona il condannato sotto le ascelle e con l’aiuto del soldato lo mise in piedi, benché scivolasse spesso con i piedi.
«Ora so tutto», disse il viaggiatore quando l’ufficiale tornò da lui. «Tranne l’essenziale», disse questi, prese il viaggiatore per il braccio e indicò verso l’alto: «Là nel disegnatore c’è l’ingranaggio che determina il movimento dell’erpice, e questo ingranaggio viene programmato in base al disegno che esprime la condanna. Io uso ancora i disegni del precedente comandante. Eccoli,» - estrasse alcuni fogli dalla cartella di cuoio - «ma purtroppo non posso darglieli in mano, sono la cosa più cara che possiedo. Si sieda, glieli mostrerò da questa distanza, potrà vedere tutto per bene.» Mostrò il primo foglio. Il viaggiatore avrebbe detto volentieri qualche parola di apprezzamento, ma vide solo delle linee labirintiche che si incrociavano molte volte, e che coprivano il foglio in maniera così fitta che solo con fatica si potevano riconoscere gli spazi bianchi interposti. «Legga», disse l’ufficiale. «Non ci riesco», disse il viaggiatore. «Ma è chiaro», disse l’ufficiale. «E’ molto artistico», disse evasivo il viaggiatore, «ma non riesco a decifrarlo.» «Già», disse l’ufficiale, rise e mise di nuovo via la cartella, «non è calligrafia per bambini a scuola. Bisogna leggervi a lungo. Alla fine, certamente anche lei potrebbe riconoscere tutto. Naturalmente non deve essere una scrittura semplice; non deve uccidere subito, ma solo in un tempo medio di dodici ore; il punto di svolta è calcolato per la sesta ora. Perciò, la scrittura vera e propria deve essere circondata da molti, molti ornamenti; la vera scrittura circonda il corpo solo in una cintura sottile; il resto del corpo è destinato agli ornamenti. Può apprezzare ora il lavoro dell’erpice e dell’intera macchina? – Guardi dunque!» Saltò su una scala, girò una ruota ed esclamò verso il basso: «Faccia attenzione, si faccia da parte», e tutto entrò in movimento. Non fosse stato per il cigolìo della ruota, sarebbe stato magnifico. Come sorpreso e disturbato da questa ruota, l’ufficiale la minacciò con il pugno, poi allargò le braccia in direzione del viaggiatore come per chiedere scusa, e scese giù velocemente per osservare da sotto il funzionamento della macchina. Ancora c’era qualcosa che non era in ordine, e di cui solo lui si accorgeva; di nuovo si arrampicò su, infilò entrambe le mani dentro il disegnatore, poi, per scendere più velocemente, anziché usare la scala scivolò giù lungo una sbarra e infine con la massima tensione gridò, per farsi sentire in quel rumore, dentro l’orecchio del viaggiatore: «Capisce la procedura? L’erpice comincia a scrivere; quando la prima stesura sulla schiena dell’uomo è finita, lo strato di ovatta ruota e gira il corpo lentamente su un lato, per dare nuovo spazio all’erpice. Nel frattempo i luoghi scritti con le ferite vengono a contatto con l’ovatta, la quale grazie a una speciale preparazione arresta immediatamente il sanguinamento e predispone a un nuovo approfondimento della scrittura. Qui poi i denti sull’orlo dell’erpice alla successiva rotazione del corpo strappano l’ovatta dalle ferite, la gettano nella fossa, e l’erpice ricomincia a lavorare. Così esso può scrivere per tutte le dodici ore. Durante le prime sei ore il condannato è vivo più o meno come prima, solo prova dolore. Dopo due ore il feltro viene rimosso, perché l’uomo non ha più la forza di gridare. Qui dalla parte della testa, in questa ciotola scaldata elettricamente, si mette della pappa calda di riso, dalla quale l’uomo, se ne ha voglia, può prendere quel che riesce a raggiungere con la lingua. Nessuno rinuncia a questa possibilità. Non ho mai visto nessuno rinunciarvi, e la mia esperienza è grande. Solo intorno alla sesta ora il condannato perde il gusto di mangiare. Allora di solito mi inginocchio qui e osservo il fenomeno. E’ raro che l’uomo ingoi l’ultimo boccone, di solito si limita a girarlo in bocca e poi a sputarlo nella fossa. Allora devo ritrarmi, altrimenti mi arriva in faccia. Ma come diventa silenzioso l’uomo intorno alla sesta ora! Anche il più stupido raggiunge la comprensione. E’ una cosa che comincia dagli occhi. Da lì si diffonde a tutto il resto. E’ uno spettacolo che potrebbe sedurre qualcuno a mettersi anche lui sotto l’erpice. Non succede nient’altro, semplicemente l’uomo comincia a decifrare la scrittura, appuntisce le labbra come se fosse in ascolto. Come ha visto, non è facile decifrare la scrittura con gli occhi; ma il nostro uomo la decifra con le proprie ferite. Per la verità, è un lavoro lungo: impiega sei ore per giungere a termine. Ma alla fine l’erpice lo trafigge completamente e lo getta nella fossa, sbattendolo sull’acqua insanguinata e sull’ovatta. Allora il giudizio è compiuto, e io e il soldato lo copriamo di terra.»&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Ricordando la ferrovia di Kalda</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/ricordando-la-ferrovia-di-kalda/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:28:56 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/ricordando-la-ferrovia-di-kalda/</guid><description>&lt;p&gt;[Diari, quaderno 7, fine agosto 1914:]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per un certo tempo nella mia vita - sono ormai passati molti anni - ho lavorato in una piccola stazione nell’interno della Russia. Non sono mai stato così abbandonato come laggiù. Per diverse ragioni che ora non vale la pena ricordare, in quel tempo ero alla ricerca proprio di un posto del genere, e quanto più ero assediato dalla solitudine tanto più ero contento, e dunque non voglio neppure ora lamentarmene. Nei primi tempi, l’unica cosa che mi mancava era il da fare. Originariamente, la piccola ferrovia era stata costruita per qualche ragione commerciale, il capitale però non era bastato, la costruzione si era interrotta e invece di portare a Kalda, il centro più grande, distante da noi cinque giorni di viaggio in carrozza, la ferrovia si fermava in un piccolo insediamento nel mezzo di un deserto, dal quale, per arrivare fino a Kalda, ci voleva ancora un intero giorno di viaggio. Ora, anche se fosse arrivata fino a Kalda, la linea sarebbe stata non redditizia per un tempo imprevedibile, perché tutto il suo progetto era sbagliato, il paese aveva bisogno di strade e non di ferrovie; ma nello stato in cui la linea si trovava attualmente non poteva in generale neppure esistere, i due treni che passavano ogni giorno portavano un carico che avrebbe potuto viaggiare su una carrozza leggera, e i passeggeri erano soltanto, d’estate, un paio di contadini. Tuttavia non si voleva abbandonare del tutto la linea perché si sperava, mantenendola in attività, di attirare capitali per finire la costruzione. Anche questa speranza, a mio parere, non era una vera speranza, ma piuttosto disperazione e pigrizia. Si faceva viaggiare il treno finché fossero durati materiale e carbone, si pagava a un paio di operai uno stipendio irregolare e decurtato, come se si trattasse di una gratificazione, e per il resto si aspettava che il tutto cadesse in rovina.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Frammenti per «Il cacciatore Gracco»</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/frammenti-per-il-cacciatore-gracco/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:33:07 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/frammenti-per-il-cacciatore-gracco/</guid><description>&lt;h2 id="dalla-serie-jeder-mensch-ist-eigentümlich-agosto-1916"&gt;[Dalla serie &amp;ldquo;Jeder Mensch ist eigentümlich&amp;rdquo;, agosto 1916:]&lt;a class="anchor" href="#dalla-serie-jeder-mensch-ist-eigent%c3%bcmlich-agosto-1916"&gt;#&lt;/a&gt;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La capanna del cacciatore non era lontana dalla capanna dei legnaioli. I legnaioli, dodici, abitavano là, ora che c’era buona neve, per preparare i tronchi che di giorno venivano trasportati nella valle dalle slitte. C’era molto da fare, ma ai lavoratori non sarebbe sembrato troppo se solo avessero dato loro birra a sufficienza. Invece avevano solo un barilotto di medie dimensioni che dovevano suddividere fra loro per una settimana, un compito impossibile. Di questo si lamentavano sempre con il cacciatore, quando questi la sera li andava a trovare. &amp;ldquo;Avete una vita dura&amp;rdquo;, diceva il cacciatore annuendo e loro versavano nel suo cuore i loro lamenti.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Il cavaliere del secchio</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/il-cavaliere-del-secchio/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:36:45 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/il-cavaliere-del-secchio/</guid><description>&lt;p&gt;[Prima versione: quaderno in ottavo B, fine dicembre 1916. Traduzione secondo l’edizione definitiva curata da Kafka e pubblicata sulla rivista Prager Presse, anno 1, n. 270, edizione del mattino del 25 dicembre 1921, supplemento natalizio, p. 22:]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Consumato tutto il carbone; vuoto il secchio; inutile la pala; la stufa che respira aria gelida; la stanza gonfia di gelo; davanti alla finestra, gli alberi rigidi nella brina; il cielo, uno scudo d’argento contro chi cerca da lui un aiuto. Devo procurarmi del carbone; non posso certo morire congelato; dietro di me la stufa impietosa, impietoso il cielo davanti a me; perciò devo andare al trotto in mezzo a loro, e nel frattempo, cercare aiuto dal carbonaio. Questi però è ormai indurito contro le mie solite preghiere; devo dimostrargli con chiarezza che non ho più neppure la più piccola particella di carbone, e che dunque lui rappresenta per me il sole nel firmamento. Devo arrivare come il mendicante intenzionato a morire sulla soglia rantolando di fame, e al quale perciò la cuoca si decide a lasciare i fondi dell’ultimo caffè; similmente il carbonaio, pur schiumante di rabbia, ma sotto il raggio del comandamento &amp;ldquo;Non uccidere!&amp;rdquo;, dovrà scaraventarmi nel secchio un’intera badilata.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Frammenti per «Una relazione per un'accademia» - Una relazione per un'accademia</title><link>https://www.kafka.org/translations/italian/frammenti-per-una-relazione-per-un-accademia-una-relazione-per-un-accademia/</link><pubDate>Tue, 09 Nov 2004 12:38:35 +0000</pubDate><guid>https://www.kafka.org/translations/italian/frammenti-per-una-relazione-per-un-accademia-una-relazione-per-un-accademia/</guid><description>&lt;p&gt;[Quaderno in ottavo D, aprile 1917:]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Frammenti &amp;ldquo;Rotpeter&amp;rdquo;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutti conosciamo Rotpeter, così come lo conosce mezzo mondo. Ma quando giunse nella nostra città per una esibizione, decisi di conoscerlo più da vicino, personalmente. Non è difficile essere ammessi alla sua presenza. Nelle grandi città, dove tutti sono uomini di mondo e cercano solo di vedere dal più vicino possibile il respiro delle persone famose, potevano sorgere delle difficoltà, ma nella nostra città ci si accontenta di contemplare le meraviglie dal parterre, e perciò, come mi disse il portiere dell’albergo, io ero fino ad allora l’unico che avesse annunciato la propria visita. Il signor Busenau, l’impresario, mi accolse con straordinaria cordialità. Non mi ero aspettato di trovare in lui un uomo così modesto, e quasi meschino. Sedeva nell’anticamera dell’abitazione di Rotpeter e mangiava una minestra di uova. Benché fosse mattina, indossava già il frac serale con cui appariva alle rappresentazioni. Appena mi vide, benché fossi un ospite estraneo e insignificante, saltò su, lui che era titolato degli ordini più alti, re dei domatori, dottore honoris causa delle grandi università, - saltò su, mi strinse la mano, mi obbligò a sedermi, pulì il suo cucchiaio sulla tovaglia e me lo offrì con la massima amicizia, perché finissi di mangiare la sua minestra di uova. Non accettò il mio rifiuto pieno di gratitudine, e voleva imboccarmi di persona. Feci fatica a calmarlo, e a respingerlo insieme con piatto e cucchiaio. &amp;ldquo;Lei è stato molto gentile a venire&amp;rdquo;, disse allora con forte accento straniero, &amp;ldquo;molto gentile. Inoltre lei arriva al momento giusto, non sempre, purtroppo non sempre Rotpeter può ricevere visite, spesso ha orrore di vedere esseri umani; in tal caso nessuno, chiunque sia, viene ammesso, e io stesso, io stesso posso trattare con lui in un certo senso solo professionalmente, sul palcoscenico. Ma subito dopo la rappresentazione devo sparire, se ne va a casa da solo, si rinchiude nella sua stanza e per lo più se ne resta così fino alla sera dopo. Nella sua camera da letto tiene sempre un grosso cestino di frutta, che gli serve per nutrirsi in questi casi. Naturalmente però io non posso lasciarlo incustodito, e così affitto sempre la casa di fronte per sorvegliarlo da dietro le tende.&amp;rdquo;&lt;/p&gt;</description></item></channel></rss>