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2017/10/23 - 15:23

Lo zio. Leni

Un pomeriggio, mentre K. era molto occupato, appena prima che chiudesse la posta, passando attraverso due inservienti che stavano portando dei documenti scritti si infilò nella stanza lo zio di K., Karl, un piccolo proprietario terriero di campagna. Vedendolo, K. si spaventò meno di quanto si era spaventato un po’ di tempo prima, quando se ne era immaginato l’arrivo; che lo zio dovesse arrivare K. lo sapeva già di sicuro da circa un mese. Già allora gli sembrava di vederlo, un po’ curvo, con il cappello di panama schiacciato nella mano sinistra e mentre gli agitava incontro, già da lontano, la destra, tendendogliela sopra la scrivania con fretta priva di riguardi, rovesciando tutto quel che c’era in mezzo. Lo zio aveva sempre fretta, perché era perseguitato dall’infelice idea che durante la sua permanenza nella capitale, che non durava mai più di un giorno, avrebbe potuto sbrigare tutto quello che si era proposto, senza per di più tralasciare nessun dialogo, o affare, o piacere di cui si offrisse l’occasione. K., che aveva verso di lui, un tempo il suo tutore, degli obblighi particolari, gli doveva essere d’aiuto in ogni modo possibile, e inoltre doveva dargli ospitalità per la notte; K. era solito far riferimento allo zio come al "fantasma che viene dalla campagna".

Subito dopo i saluti - per sedersi in poltrona, come lo invitava a fare K., non aveva tempo - lo zio gli chiese un breve colloquio a quattr’occhi. "E’ necessario", disse, inghiottendo a fatica, "per la mia tranquillità è necessario." K. mandò subito via dalla stanza i fattorini con l’ordine di non fare entrare nessuno. "Cosa ho sentito dire in giro, Josef?" esclamò lo zio quando furono soli, si sedette sul tavolo e per meglio sedere si mise sotto, senza nemmeno guardarle, diverse carte. K. tacque, sapeva cosa stava per arrivare, ma, dopo questa improvvisa interruzione della tensione del lavoro, si abbandonò in un primo tempo a una piacevole stanchezza, e guardò dalla finestra l’altro lato della strada. Dal punto in cui sedeva poteva vederne solo un pezzetto triangolare, un frammento di muro vuoto fra due vetrine di negozio. "Stai a guardare dalla finestra", esclamò lo zio alzando le mani, "per l’amor del cielo, Josef, rispondimi. E’ vero, può forse essere vero?" "Mio caro zio", disse K. strappandosi alla sua distrazione, "non so proprio cosa tu mi chieda." "Josef", disse lo zio col tono di una ammonizione, "per quanto ne so hai sempre detto la verità. Devo prendere queste tue ultime parole come un cattivo segno?" "Mi immagino a cosa ti riferisci", disse K. docilmente, "forse hai sentito parlare del mio processo." "Proprio così", rispose lo zio, facendo lentamente un cenno con la testa, "ho sentito parlare del tuo processo." "E da chi?" chiese K. "Me ne ha scritto Erna", disse lo zio, "è vero che non ha rapporti con te, purtroppo tu non ti curi molto di lei, ciononostante lei lo ha saputo. Oggi ho ricevuto la lettera, e naturalmente sono partito subito. Non c’erano altri motivi, ma direi che questo è un motivo sufficiente. Posso leggerti il passo della lettera che ti riguarda." Estrasse la lettera dal portafoglio. "Eccolo. Scrive così: "Josef non lo vedo da molto tempo, la settimana scorsa sono stata una volta in banca, ma Josef era tanto occupato che non mi hanno fatta entrare; ho aspettato per quasi un’ora, ma poi ho dovuto tornare a casa perché avevo lezione di pianoforte. Avrei parlato volentieri con lui, ma forse ne avremo presto occasione. Per il mio onomastico mi ha mandato una grande scatola di cioccolata, è stato molto caro e premuroso. Avevo dimenticato di scriverlo allora, solo adesso che me lo chiedete mi torna in mente. Come saprete, in una pensione la cioccolata sparisce subito, si fa appena in tempo a rendersi conto che ci hanno regalato della cioccolata che è già sparita. Ma per quanto riguarda Josef, volevo dirVi anche un’altra cosa: come ho detto, in banca non mi hanno fatta entrare, perché in quel momento stava trattando con un signore. Dopo che avevo aspettato tranquilla per un po’, ho chiesto a un fattorino se quell’affare sarebbe durato ancora a lungo. Quello mi disse che poteva ben essere, perché probabilmente stavano trattando del processo che è stato intentato contro il signor procuratore. Chiesi di che processo si trattava e se forse non si stava sbagliando, ma lui disse che non sbagliava affatto, che era un processo e anche un processo pesante, tuttavia non sapeva altro. Lui stesso avrebbe voluto essere d’aiuto al signor procuratore, perché era un signore buono e giusto, ma non sapeva come fare e poteva solo sperare che persone influenti se ne sarebbero occupate. Cosa che si sarebbe realizzata senz’altro, e tutto avrebbe avuto un lieto fine, per il momento però, come si poteva dedurre dall’umore del signor procuratore, le cose non andavano affatto bene. Naturalmente non ho dato molto peso a questi discorsi, ho anche cercato di tranquillizzare quel fattorino sempliciotto, gli ho proibito di parlarne ad altri e considero il tutto come un insieme di chiacchiere. Tuttavia sarebbe forse una buona cosa se tu, caro papà, volessi occuparti della cosa quando verrai la prossima volta, sarà facile per te saperne di più e, se fosse veramente necessario, intervenire con le tue conoscenze importanti e influenti. Ma se questo non fosse necessario, il che è la cosa più probabile, sarà se non altro un’occasione per tua figlia di abbracciarti, cosa che la renderà felice." Una brava ragazza", disse lo zio quando ebbe finito di leggere, asciugandosi qualche lacrima dagli occhi. K. fece un cenno con il capo, per i diversi fastidi degli ultimi tempi si era completamente dimenticato di Erna, si era scordato persino del suo compleanno e la storia della cioccolata era stata inventata, evidentemente, solo allo scopo di difenderlo di fronte allo zio e alla zia. Era una cosa assai commovente, e per compensarla non sarebbero certo bastati i biglietti di teatro che d’ora in poi aveva intenzione di mandarle; tuttavia, in questo momento, non se la sentiva proprio di passare il tempo facendo visite in un pensionato a chiacchierare con una piccola ginnasiale di diciassette anni. "E ora cosa dici?" chiese lo zio, che leggendo aveva dimenticato tutta la sua fretta e la sua agitazione, e sembrava essersi messo a leggere una seconda volta. "Sì, zio", disse K., "è vero." "Vero?" esclamò lo zio. "Cosa è vero? Come può essere vero? Che razza di processo? Non sarà un processo penale?" "E’ un processo penale", rispose K. "E tu te ne stai lì tranquillo, con un processo penale sul collo?" esclamò lo zio, a voce sempre più alta. "Quanto più resto calmo, tanto meglio sarà per l’esito finale", disse K., stanco. "Non aver paura di nulla." "Questi discorsi non mi possono calmare", esclamò lo zio, "Josef, caro Josef, pensa a te stesso, ai tuoi parenti, al nostro buon nome. Fino a oggi sei stato il nostro orgoglio, non puoi diventare la nostra vergogna. Il tuo comportamento", e guardò K. con il capo inclinato di traverso, "non mi piace, nessun imputato innocente che sia ancora in forze si comporta così. Dimmi alla svelta di che si tratta, in modo che io ti possa aiutare. Naturalmente riguarda la banca?" "No", disse K. alzandosi, "ma tu, caro zio, parli a voce troppo alta, è probabile che il fattorino sia lì dietro la porta a origliare. Questo mi dà fastidio. E’ meglio se usciamo, poi risponderò nel modo migliore a tutte le domande. So bene di dove rendere conto alla famiglia." "Giusto", gridò lo zio, "molto giusto. Solo fai alla svelta, Josef, fai alla svelta." "Devo solo dare qualche incarico", disse K. e al telefono chiamò il suo rappresentante, che entrò dopo pochi istanti. Nella sua eccitazione lo zio gli accennò con il dito che era stato K. a chiamarlo, cosa su cui non ci poteva essere dubbio. K., in piedi davanti alla sua scrivania, spiegò a voce bassa e con l’aiuto di diversi fogli scritti al giovane, che ascoltava freddo ma attento, ciò che oggi, in sua assenza, doveva ancora essere sbrigato. Lo zio dava fastidio già rimanendo lì con gli occhi spalancati e mordendosi nervosamente le labbra, senza d’altronde stare a sentire, ma la semplice apparenza che lo facesse dava già fastidio abbastanza. Poi cominciò a camminare su e giù nella stanza, fermandosi qua e là davanti alla finestra o a un quadro, e dando continuamente in diverse esclamazioni del tipo: "Mi è del tutto incomprensibile!" oppure "Ditemi ora come andrà a finire!" Il giovane fece finta di non accorgersi di nulla, ascoltò tranquillo fino alla fine gli incarichi di K., si annotò anche qualcosa e se ne andò, dopo un inchino a K. e allo zio, il quale però proprio allora gli voltava le spalle e guardando fuori dalla finestra stropicciava le tende con le mani tese. Non appena la porta si chiuse lo zio esclamò: "Finalmente quel burattino se n’è andato, ora possiamo andarcene anche noi. Finalmente!" Purtroppo non ci fu modo di impedire allo zio di fare domande sul processo neppure nell’atrio, dove giravano impiegati e fattorini e proprio in quel momento passava anche il vicedirettore. "Allora, Josef", cominciò lo zio, rispondendo con un cenno agli inchini dei presenti, "ora dimmi chiaro che razza di processo è." K. fece qualche osservazione insignificante, rise anche un po’, e solo sulla scalinata spiegò allo zio di non aver voluto parlare apertamente davanti alla gente. "Giusto", disse lo zio, "ora però parla." Lo stava a sentire a capo chino, fumando un sigaro con gesti brevi e veloci. "Prima di tutto, zio", disse K., "non si tratta di un processo della giustizia ordinaria." "Questo è un male", disse lo zio. "Come sarebbe a dire?" disse K. alzando lo sguardo su di lui. "Voglio dire che questo è un male", ripeté lo zio. Erano sulla scalinata esterna che portava alla strada; siccome il portiere aveva l’aria di stare a sentire, K. portò lo zio più in basso; li accolse il vivace traffico della strada. Lo zio, che aveva preso K. a braccetto, non faceva più domande tanto insistenti sul processo, e anzi per un po’ di tempo camminarono in silenzio. "Ma come è successo?" chiese alla fine lo zio, fermandosi tanto all’improvviso che le persone dietro di lui si scansarono spaventate. "Cose del genere non arrivano tutt’a un tratto, si preparano a lungo, devono esserci stati dei preavvisi, perché non me ne hai scritto? Lo sai che farei tutto per te, in un certo senso sono ancora il tuo tutore e fino a oggi ne sono andato fiero. Naturalmente anche adesso ti aiuterò, solo che è molto difficile, ora che il processo è già in moto. In ogni caso la cosa migliore sarebbe che tu ora ti prendessi una breve vacanza e venissi da noi in campagna. Sei anche un po’ smagrito, me ne accorgo ora. In campagna tornerai in forze, sarà una cosa buona perché certamente ti aspettano dei momenti difficili. Inoltre, in un certo senso, sarai con questo sottratto al tribunale. Qui dispongono di tutti i possibili strumenti di potere, che usano contro di te necessariamente, e anche automaticamente; in campagna invece dovrebbero delegare degli organi dipendenti o cercare di agire su di te per lettera, telefono o telegrafo. Naturalmente questo indebolisce l’effetto, certo non ti libera, ma ti dà un po’ di respiro." "Ma potrebbero impedirmi di partire", disse K., che il discorso dello zio aveva un po’ attirato nella sua logica. "Non credo che lo faranno", disse pensoso lo zio, "la perdita di potere che subiscono con la tua partenza non è così grande." "Pensavo", disse K. afferrando sotto il braccio lo zio per impedirgli di arrestarsi, "che tu avresti attribuito al tutto ancor meno importanza di me, e invece la stai prendendo tanto sul serio." "Josef", esclamò lo zio, e voleva voltarsi verso di lui per fermarsi, ma K. non lo permise, "tu sei cambiato, hai sempre avuto un senso delle cose tanto preciso, e ora lo hai perduto? Vuoi davvero perdere il processo? Lo sai cosa significa questo? Significa essere semplicemente cancellati. E che tutta la tua parentela viene trascinata via con te, o quanto meno umiliata fino alla polvere. Josef, cerca di raccogliere le idee. La tua indifferenza mi fa perdere la testa. A guardarti si potrebbe credere a quel modo di dire: ‘Avere un tale processo è come averlo già perso’." "Caro zio", disse K., "agitarsi è del tutto inutile, lo è da parte tua e lo sarebbe anche da parte mia. I processi non si vincono con l’agitazione, cerca di dar retta un po’ anche alle mie esperienze pratiche, come io ho sempre rispettato e anche ora rispetto le tue, anche quando mi sorprendono. Se dici che anche la famiglia viene umiliata dal processo - cosa che da parte mia non riesco a capire, ma questo non conta - allora voglio darti retta in tutto. Ma proprio dal tuo punto di vista il soggiorno in campagna non mi sembra vantaggioso, perché avrebbe il significato di una fuga e di una coscienza di colpa. E poi è vero che qui sono più perseguitato, ma posso anche seguire meglio la faccenda in prima persona." "Questo è vero", disse lo zio come se finalmente ora cominciassero a intendersi, "ho fatto la proposta solo perché vedevo la cosa messa in pericolo dalla tua indifferenza se tu rimanevi qui, e pensavo fosse meglio se lavoravo io al posto tuo. Ma se tu intendi impegnarti in prima persona con tutte le tue forze, è naturalmente molto meglio." "Così su questo saremmo d’accordo", disse K. "E adesso hai da farmi una proposta, su quale dovrebbe essere il mio primo passo?" "Naturalmente devo ancora pensarci", disse lo zio, "devi riflettere che io sto in campagna quasi ininterrottamente ormai da vent’anni, e il fiuto per ciò che riguarda queste faccende viene meno. Diversi rapporti importanti con persone che di queste cose forse si intendono meglio si sono allentati da sé. In campagna sono un po’ abbandonato, lo sai; ci se ne accorge veramente solo in occasioni del genere. E poi questa tua cosa mi è giunta in parte inaspettata, anche se, cosa sorprendente, già presentivo qualcosa del genere dopo la lettera di Erna e, vedendoti, ne ho avuto quasi la certezza. Ma tutto ciò è indifferente, ora la cosa più importante è non perdere tempo." Già mentre parlava, stando sulla punta dei piedi aveva fatto cenno a un’automobile e ora, gridando all’autista un indirizzo, contemporaneamente si tirava dietro nell’auto K. "Andiamo ora dall’avvocato Huld", disse, "era mio compagno di scuola. Certamente di nome lo conosci. No? Strano, però. E’ molto conosciuto come difensore e avvocato dei poveri. Ma soprattutto io ho grande fiducia in lui come uomo." "Tutto ciò che fai mi va bene", disse K., anche se provava disagio per questo modo frettoloso e urgente con cui lo zio affrontava la cosa. Non era molto piacevole andare come imputato da un avvocato dei poveri. "Non sapevo", disse, "che in una faccenda del genere si potesse tirare in ballo anche un avvocato." "Ma naturale che si può", disse lo zio, "è una cosa ovvia. Perché no? Ma ora raccontami tutto quello che è successo finora, perché io sia ben informato della questione." K. cominciò subito a raccontare senza tacere nulla, la sua completa sincerità era l’unica protesta che si potesse permettere contro l’opinione dello zio, secondo la quale il processo era una grande vergogna. Solo una volta, e di sfuggita, fece il nome della signorina Bürstner, ma questo non comprometteva in alcun modo la sua sincerità, perché la signorina Bürstner non aveva con il processo alcun rapporto. Raccontando guardava dal finestrino, e osservò che si stavano avvicinando proprio a quella periferia dove si trovavano le cancellerie; lo fece notare allo zio, il quale però non trovò particolarmente interessante quella coincidenza. L’automobile si fermò davanti a una casa scura. Appena sul pianerottolo, lo zio suonò alla prima porta; mentre aspettavano, digrignò in un sorriso i suoi grossi denti e sussurrò: "Le otto, un orario inconsueto per ricevere le parti. Ma Huld non me ne vorrà." Allo sportellino della porta comparvero due grandi occhi neri, che guardarono per un attimo i due ospiti e scomparvero; ma la porta non si aprì. Lo zio e K. si confermarono a vicenda di avere effettivamente visto i due occhi. "Una nuova domestica, che si spaventa davanti agli estranei", disse lo zio, e bussò di nuovo. Gli occhi riapparvero, ora sembravano avere un’espressione triste, ma forse era un’apparenza dovuta alla lampada a gas aperta che poco sopra le loro teste bruciava stridendo forte, senza fare molta luce. "Apra", gridò lo zio picchiando con il pugno contro la porta, "siamo amici del signor avvocato." "Il signor avvocato è malato", sussurrò qualcuno dietro di loro. Su una porta all’estremo opposto del piccolo corridoio c’era un signore in vestaglia che fece questa comunicazione a voce estremamente bassa. Lo zio, già furioso per la lunga attesa, si voltò di scatto e gridò: "Malato? Lei dice che è malato?" e quasi minaccioso gli si avvicinò come se quel signore fosse la malattia in persona. "Hanno già aperto", disse il signore, indicò la porta dell’avvocato, si strinse nella vestaglia e scomparve. La porta era stata aperta davvero, una giovane ragazza - K. riconobbe gli occhi di prima, scuri e un po’ sporgenti - stava in anticamera in un lungo grembiule bianco e teneva in mano una candela. "La prossima volta apra più alla svelta", disse lo zio a mo’ di saluto, mentre la ragazza faceva una piccola riverenza. "Vieni, Josef", disse poi lo zio a K., che scivolò lentamente accanto alla ragazza. "Il signor avvocato è malato", disse la ragazza, poiché lo zio, senza trattenersi, stava già affrettandosi verso una porta. K. guardò di nuovo la ragazza con stupore mentre questa si era già voltata per richiudere la porta; aveva il volto rotondo come quello di una bambola, a essere arrotondate erano non solo le guance pallide e il mento, ma anche le tempie e i limiti della fronte. "Josef", esclamò di nuovo lo zio, e chiese alla ragazza: "E’ il mal di cuore?" "Credo di sì", disse lei, aveva trovato il tempo di avvicinarsi con la candela e di aprire la porta della stanza. In un angolo, dove la luce della candela ancora non arrivava, si sollevò dal letto un volto con la barba lunga. "Leni, chi è che viene?", domandò l’avvocato, che, accecato dalla candela, non aveva ancora riconosciuto gli ospiti. "Sono Albert, il tuo vecchio amico", disse lo zio. "Ah, Albert", disse l’avvocato lasciandosi ricadere sui cuscini, come se per questa visita non avesse bisogno di dissimulare. "Siamo davvero messi così male?" chiese lo zio sedendosi sul bordo del letto. "Non ci credo. E’ uno dei tuoi attacchi di cuore e passerà come i precedenti." "Può darsi", disse piano l’avvocato, "ma è il peggiore di tutti. Respiro male, non dormo affatto e perdo forze giorno dopo giorno." "Beh", disse lo zio calcandosi sul ginocchio il cappello di panama con la sua grossa mano, "queste sono cattive notizie. Ma poi, sei curato a dovere? Qui è così triste, così buio. E’ passato molto tempo da quando sono venuto l’ultima volta, allora mi sembrava più accogliente. Anche la tua piccola signorina qui non mi sembra tanto allegra, a meno che non sia una posa." La ragazza stava ancora sulla soglia con la candela in mano, per quanto si poteva giudicare dal suo sguardo indefinito sembrava guardare più K. che lo zio, anche quando quest’ultimo parlava di lei. K. stava appoggiato a una sedia che aveva spinto vicino alla signorina. "Quando si è malati come me si ha bisogno di tranquillità", disse l’avvocato, "a me non sembra triste." Dopo una piccola pausa aggiunse: "E Leni ha cura di me, è una brava ragazza." Questo però non poteva convincere lo zio che evidentemente aveva dei pregiudizi contro l’infermiera, e anche se ora non contraddisse il malato tuttavia la seguì con uno sguardo severo mentre si avvicinava al letto, posava la candela sul comodino, si chinava sul malato e gli sussurrava qualcosa accomodando i cuscini. Quasi dimenticò il rispetto verso il malato, si alzò, cominciò a camminare su e giù dietro l’infermiera e K. non si sarebbe stupito se lo zio l’avesse afferrata dietro per la gonna e l’avesse trascinata via dal letto. K. poi guardava tutto con calma, la malattia dell’avvocato non gli era neppure del tutto sgradita; non aveva potuto opporsi alla premura che lo zio mostrava per la sua questione, ma accettava volentieri la dilazione che questa premura, senza il suo intervento, doveva ora subire. Forse solo per offendere l’infermiera, lo zio disse: "Signorina, la prego, voglia lasciarci un po’ soli, devo discutere con il mio amico di una questione personale." L’infermiera era ancora china sul malato e proprio allora stava spianando il lenzuolo contro il muro; volse appena il capo e disse con grande calma, in stridente contrasto con la voce dello zio, prima interrotta dalla rabbia e poi di nuovo precipitosa: "Lo vede anche lei, il signore è tanto malato, non è in grado di discutere questioni di sorta." Probabilmente aveva ripetuto le parole dello zio solo per comodità, ad ogni modo anche una persona imparziale avrebbe inteso la risposta come sarcastica; lo zio naturalmente saltò su come punto sul vivo. "Maledetta" disse, con parole rese ancora del tutto incomprensibili dal primo balbettio della collera. K. si spaventò, anche se si era aspettato qualcosa del genere, e corse verso lo zio con la determinata intenzione di chiudergli la bocca con entrambe le mani. Per fortuna però dietro la ragazza si sollevò il malato, lo zio fece una faccia scura come se inghiottisse qualcosa di ripugnante e poi, più calmo, disse: "Naturalmente non abbiamo ancora perso il cervello; se ciò che chiedo non fosse una cosa possibile non l’avrei neppure chiesto. E ora per favore se ne vada." L’infermiera stava dritta vicino al letto, completamente rivolta verso lo zio, e con una mano, come K. credette di vedere, accarezzava la mano dell’avvocato. "Davanti a Leni puoi parlare liberamente", disse il malato, in un tono che era senz’altro quello di una ardente richiesta. "Non è una cosa che riguarda me", disse lo zio, "non è un segreto mio." E si voltò come se non volesse più farne nulla, ma concedesse ancora un po’ di tempo per riflettere. "E allora chi riguarda?" chiese l’avvocato con la voce che si spegneva, sdraiandosi di nuovo. "Mio nipote", disse lo zio, "l’ho anche portato con me." E lo presentò: "Il procuratore Josef K." "Oh", disse il malato, molto più vivace, e tese la mano a K., "mi perdoni, non l’avevo neppure notata. Vai pure, Leni", disse poi all’infermiera, che non si oppose più, e le diede la mano come se si accomiatasse per un lungo tempo. "Allora", disse infine allo zio, che a sua volta, riconciliato, si era avvicinato, "non sei venuto a far visita a un malato, ma vieni per affari." Era come se l’idea della visita a un malato lo avesse finora impacciato tanto sembrava ora più in forze, stava continuamente appoggiato su un gomito, il che doveva essere particolarmente impegnativo, e continuava a tirare una ciocca nel mezzo della barba. "Hai un’aria molto più sana", disse lo zio, "da quando quella strega è fuori." Si interruppe, e sussurrò: "Scommetto che sta origliando" e corse alla porta. Ma dietro la porta non c’era nessuno, lo zio tornò indietro non deluso, ma amareggiato, perché il fatto che la ragazza non origliasse gli sembrava una malvagità ancor peggiore. "La giudichi male", disse l’avvocato, senza difendere oltre l’infermiera; forse con questo voleva far capire che non aveva bisogno di difesa. Ma con un tono molto più partecipato continuò: "Per ciò che riguarda la faccenda di tuo nipote, mi riterrei comunque felice se le mie energie potessero bastare per questo compito di estrema difficoltà; ho una gran paura che non siano sufficienti, in ogni caso non voglio lasciare nulla di intentato; se io non dovessi bastare si potrà certo coinvolgere qualcun altro. Per essere sincero, la cosa mi interessa troppo perché io possa convincermi a rinunciare del tutto. Se il mio cuore non ce la fa, almeno troverà qui una degna occasione per fermarsi del tutto." K. credette di non capire nulla in tutto questo discorso, guardò lo zio per ricavarne una spiegazione, ma quello se ne stava seduto con la candela in mano sopra il comodino, dal quale era già rotolata sul tappeto una bottiglietta di medicinale, faceva cenno con il capo a tutto ciò che l’avvocato diceva, era d’accordo su tutto e ogni tanto guardava K. per invitarlo a un analogo consenso. Forse lo zio aveva già parlato del processo all’avvocato, ma questo era impossibile, tutto ciò che era successo prima andava contro questa ipotesi. Disse perciò: "Io non capisco..." "Sì, forse l’ho capita male?" chiese l’avvocato, altrettanto stupito e imbarazzato quanto K. "Forse ho avuto troppa fretta. Di cosa voleva parlare con me? Pensavo che si trattasse del suo processo, no?" "Naturalmente", disse lo zio, e poi chiese a K.: "Allora, cosa vuoi?" "Sì, ma come fa lei a sapere qualcosa di me e del mio processo?" chiese K. "Ah, ecco", disse l’avvocato sorridendo, "in fin dei conti io sono avvocato, giro nei circoli dei tribunali, si parla di diversi processi e quelli più clamorosi, specie se riguardano il nipote di un amico, restano nella memoria. Non c’è niente di strano." "Allora, cosa vuoi?" chiese di nuovo lo zio a K., "sei così inquieto." "Lei frequenta questi circoli del tribunale?" chiese K. "Sì", disse l’avvocato. "Fai domande come un bambino", disse lo zio. "Chi dovrei frequentare se non gente del mio ramo?" aggiunse l’avvocato. Sembrava una cosa tanto incontestabile che K. non rispose neppure. Avrebbe voluto dire: "Ma lei lavora nel tribunale al palazzo di giustizia, non in quello nella soffitta", ma non ebbe la forza di costringersi a dirlo davvero. "Lei deve pensare", continuò l’avvocato come se chiarisse qualcosa di ovvio, di superfluo e secondario, "lei deve pensare che da queste frequentazioni io traggo anche grandi vantaggi per i miei clienti, e sotto molti punti di vista, di cui non è il caso di parlare. Naturalmente ora per la mia malattia sono un po’ impedito, ma ciononostante ricevo sempre la visita di qualche buon amico del tribunale e così vengo a sapere qualcosa. E forse vengo a sapere di più di qualcun altro in buona salute, che passa giornate intere in tribunale. Così, ad esempio, proprio ora ho qui una gradita visita." E indicò un angolo buio della stanza. "Ma dove?" chiese K., quasi scortese per l’improvviso stupore. Incerto, si guardò intorno; la luce della piccola candela era di gran lunga troppo scarsa per raggiungere la parete opposta. E veramente, là nell’angolo, qualcosa cominciò a muoversi. Alla luce della candela che ora lo zio aveva sollevato, si vide laggiù un uomo anziano seduto a un piccolo tavolino. Si sarebbe detto che avesse trattenuto il respiro per rimanere inosservato tanto a lungo. Ora si alzò con aria cerimoniosa, evidentemente scontento che si fosse attirata l’attenzione su di lui. Sembrava che con le mani, che agitava come se fossero piccole ali, respingesse ogni presentazione e ogni saluto, come se non volesse in alcun modo disturbare gli altri con la sua presenza e chiedesse subito di essere rimesso al buio, e che ci si dimenticasse della sua presenza. Ma ormai questo non si poteva più concederlo. "In effetti voi ci avete colto di sorpresa", disse l’avvocato a mo’ di spiegazione e fece all’uomo un cenno di incoraggiamento per farlo avvicinare, cosa che quello fece lentamente, guardandosi intorno esitante e tuttavia con una certa dignità, "il signor direttore delle cancellerie - ah, scusate, non ho fatto le presentazioni, questo è il mio amico Albert K., questo è suo nipote il procuratore Josef K. e questo è il signor direttore delle cancellerie - il signor direttore delle cancellerie è stato tanto gentile da venirmi a trovare. Il valore di una tale visita può apprezzarlo veramente solo uno dell’ambiente, che sa quanto il signor direttore delle cancellerie sia oberato di lavoro. Ma ciononostante è venuto, abbiamo chiacchierato in pace per quanto lo permetteva la mia debolezza, certo non avevamo proibito a Leni di far passare visite, dato che non ne aspettavo, ma la nostra intenzione era di rimanere soli, poi però, Albert, ci sono stati i tuoi pugni sulla porta, il signor direttore delle cancellerie è scivolato nell’angolo con la sedia e il tavolo; ora però è evidente che forse, voglio dire se lo si desidera, abbiamo da discutere una questione in comune, e sarebbe quindi un’ottima cosa riavvicinarsi. Signor direttore delle cancellerie", disse chinando il capo e con un sorriso sottomesso, mentre indicava una poltrona vicino al letto. "Purtroppo posso rimanere solo pochi minuti", disse cordiale il direttore delle cancellerie, si accomodò per bene nella poltrona e guardò l’orologio, "gli affari mi chiamano. Comunque non voglio perdere l’occasione di conoscere l’amico di un mio amico." Chinò leggermente il capo verso lo zio, che sembrava molto soddisfatto della nuova conoscenza, ma che per sua natura non riusciva a esprimere sentimenti di sottomesso rispetto e accompagnò le parole del direttore delle cancellerie con una risata imbarazzata ma sonora. Uno spettacolo sgradevole! K. poteva osservare tutto con calma perché nessuno si occupava di lui, il direttore delle cancellerie, come sembrava sua abitudine, poiché ormai era stato coinvolto prese su di sé la conduzione del discorso, l’avvocato, la cui iniziale debolezza aveva forse avuto la funzione di mandar via quella nuova visita, ascoltava con attenzione, la mano all’orecchio; lo zio, che faceva da portacandela - si dondolava la candela sulla coscia e l’avvocato ogni tanto lo guardava preoccupato - si era liberato alla svelta del suo imbarazzo e ormai era solo affascinato dal modo di parlare del direttore delle cancellerie e dai movimenti morbidi e ondulati della mano con cui quello accompagnava il discorso. K., appoggiato agli stipiti del letto, era, forse intenzionalmente, del tutto ignorato dal direttore delle cancellerie e serviva al vecchio signore solo come spettatore. D’altronde non sapeva quasi nulla di ciò di cui quello parlava e pensava all’infermiera e al cattivo trattamento che aveva ricevuto dallo zio, oppure si chiedeva se lui stesso non aveva già visto in precedenza il direttore delle cancellerie, magari nel corso della riunione al primo interrogatorio. Anche se forse si ingannava, comunque il direttore delle cancellerie sarebbe stato benissimo fra i partecipanti alla riunione in prima fila, i vecchi signori con la barba rada.

In quel momento un rumore dall’anticamera come di porcellana rotta fece rimanere tutti in ascolto. "Voglio andare a vedere che cosa è successo", disse K. e uscì lentamente, come per dare agli altri ancora una possibilità di trattenerlo. Appena fu in anticamera, mentre cercava di orientarsi nel buio, sulla mano con cui ancora teneva la porta si posò una piccola mano, molto più piccola della mano di K., e chiuse piano la porta. Era l’infermiera, che aveva aspettato qui. "Non è successo nulla", sussurrò, "ho solo tirato un piatto contro il muro per farla uscire." Nel suo imbarazzo K. disse: "Anch’io ho pensato a lei." "Tanto meglio", disse l’infermiera. "Venga." Dopo qualche passo arrivarono a una porta di vetro opaco, che l’infermiera aprì davanti a K. "Entri pure", disse. Era certo lo studio dell’avvocato; per quanto si poteva vedere alla luce della luna, che ora rischiarava forte solo un piccolo quadrato di pavimento da ognuna delle due grandi finestre, esso era arredato con vecchi mobili pesanti. "Qui", disse l’infermiera e indicò una cassapanca scura con uno schienale di legno intagliato. Quando si fu seduto K. si guardò intorno nella stanza, era una stanza grande e alta, in un luogo così la clientela di un avvocato dei poveri si sentiva certo sperduta. K. credette di vedere i piccoli passi con cui i visitatori si avvicinavano alla possente scrivania. Ma poi non ci pensò più e aveva occhi solo per l’infermiera, che sedeva attaccata a lui e quasi lo schiacciava contro il bracciolo. "Pensavo", disse lei, "che sarebbe uscito da me senza che io la dovessi prima chiamare. E’ proprio una cosa strana. Prima mi guarda fin da quando entra, ininterrottamente, e poi mi fa aspettare. Tra l’altro, mi chiami Leni", aggiunse poi veloce e immediata, come se, nel dirlo, non dovesse perdere neppure un istante. "Volentieri", disse K. "Ma per quel che riguarda la stranezza, Leni, si spiega facilmente. Prima di tutto dovevo stare a sentire le chiacchiere del vecchio e non potevo svignarmela senza motivo, e poi io non sono spavaldo, ma anzi piuttosto timido, e a dire il vero lei stessa, Leni, non aveva l’aria di potersi conquistare in un baleno." "Le cose non stanno così", disse Leni, appoggiò il braccio sullo schienale e guardò K., "invece io non le piacevo e forse non le piaccio neppure ora." "Piacere non sarebbe una gran cosa", disse K. evasivo. "Oh!" disse lei sorridendo, acquisendo una certa superiorità per l’osservazione di K. e per la propria piccola esclamazione. K., quindi, tacque un attimo. Adesso, ormai abituato al buio della stanza, poteva distinguere parecchi dettagli dell’arredamento. Soprattutto gli piaceva un grande quadro appeso a destra della porta, e si chinò per osservarlo meglio. Rappresentava un uomo in toga da giudice; era seduto su un alto seggio, la cui doratura spiccava in diversi punti. La cosa straordinaria era che questo giudice non se ne stava seduto calmo e dignitoso, ma premeva il braccio sinistro contro lo schienale e il bracciolo, mentre il braccio destro era del tutto libero e afferrava il bracciolo solo con la mano destra, come se fosse sul punto di saltar su con un movimento violento e forse collerico per dire qualcosa di decisivo, o forse addirittura per annunciare il verdetto. L’imputato lo si poteva ben immaginare ai piedi della scala i cui gradini più alti, coperti da un tappeto giallo, erano ancora visibili. "Forse è questo il mio giudice" disse K. indicando il quadro con un dito. "Lo conosco", disse Leni, guardando anche lei il quadro, "viene spesso qui. Il quadro è stato fatto quando era giovane, ma non è possibile che sia mai stato simile a come è rappresentato, perché è piccolo e quasi striminzito. Ciononostante nel quadro si è fatto così ingrandire perché è vanitoso in modo insensato, come tutti qui. Anch’io però sono vanitosa e molto scontenta di non piacerle per nulla." K. rispose a quest’ultima osservazione semplicemente abbracciando Leni e tirandola a sé, lei appoggiò silenziosa il capo sulla sua spalla. Per il resto invece disse: "Che grado ha?" "E’ giudice istruttore", disse lei, e prese la mano con cui K. la teneva abbracciata cominciando a giocare con le sue dita. "Sempre giudici istruttori", disse K. deluso, "gli alti funzionari si nascondono. Però sta seduto su un seggio." "E’ tutta un’invenzione", disse Leni, chinando il viso sulla mano di K., "in realtà sta seduto su una sedia da cucina con sopra, piegata, una vecchia coperta da cavalli. Ma lei, deve proprio pensare sempre al suo processo?" aggiunse lentamente. "Ma no, niente affatto", disse K., "anzi, forse ci penso troppo poco." "Non è questo il suo errore", disse Leni, "invece ho sentito dire che lei è troppo inflessibile." "Chi lo ha detto?" chiese K., sentiva il corpo di lei contro il suo petto e guardava in basso i suoi folti capelli neri, stretti nella pettinatura. "Tradirei troppe cose, se lo dicessi", rispose Leni. "La prego, non mi chieda dei nomi, piuttosto corregga il suo errore, non sia più così inflessibile, contro questo tribunale non si può opporre resistenza, bisogna confessare. Alla prima occasione, confessi. Solo allora c’è la possibilità di farla franca, solo allora. E tuttavia anche questo non è possibile senza un aiuto esterno, ma per questo aiuto lei non si deve preoccupare, glielo darò io stessa." "Lei è un’esperta di questo tribunale e degli inganni che qui sono necessari", disse K., e siccome lei si premeva troppo forte contro di lui, la sollevò sulle sue ginocchia. "Ora va bene", disse Leni e si raddrizzò sulle ginocchia di K., stirandosi la gonna e aggiustandosi la camicetta. Poi si aggrappò al suo collo con entrambe le mani, si appoggiò all’indietro e lo guardò a lungo. "E se io non confesso, lei non potrà aiutarmi?" chiese K. facendo un tentativo. Mi sto cercando delle aiutanti, pensò quasi meravigliato, prima la signorina Bürstner, poi la moglie del portiere del tribunale, e infine questa piccola infermiera, che sembra avere un incomprensibile bisogno di me. Come se ne sta seduta sulle mie ginocchia, quasi che fosse l’unico posto giusto per lei! "No", rispose Leni scuotendo lentamente il capo, "in tal caso non la potrei aiutare. Ma lei non vuole affatto il mio aiuto, non gliene importa nulla, lei è ostinato e non si lascia convincere." Dopo una pausa chiese: "Lei ha un’innamorata?" "No", rispose K. "Ma no", disse lei. "Sì, è vero", disse K., "pensi, l’ho lasciata e ciononostante mi porto dietro la sua fotografia." Su richiesta di Leni le mostrò una fotografia di Elsa, curva sulle sue ginocchia studiò la figura. Era un’istantanea, Elsa era stata ritratta dopo un giro di danza di quelli che faceva volentieri nell’osteria, la gonna era ancora in aria intorno a lei nell’impeto della giravolta, aveva le mani sui fianchi e rideva tendendo il collo di lato; dalla foto non si riusciva a vedere chi fosse il destinatario della sua risata. "E’ tutta stretta dai lacci in vita", disse Leni mostrando il punto dove, secondo lei, questo era più visibile. "Non mi piace, è goffa e volgare. Ma forse nei suoi confronti è tenera e gentile, dalla foto si potrebbe trarre questa conclusione. Spesso queste ragazze grosse e forti non sanno essere altro che tenere e gentili. Ma sarebbe disposta a sacrificarsi per lei?" "No", disse K., "non è tenera né cordiale, e non sarebbe disposta a sacrificarsi per me. Né finora le ho chiesto l’una o l’altra cosa. Anzi non ho neppure guardato la foto con tanta attenzione quanto lei." "Allora non le importa molto di lei", disse Leni, "allora non è la sua innamorata." "Lo è", disse K. "Non mi rimangio la parola." "Però anche se ora è la sua fidanzata", disse Leni, "lei non ne sentirebbe tanto la mancanza se la perdesse, o se la scambiasse con qualcun’altra, ad esempio con me." "Certo", disse K. con un sorriso, "ci si potrebbe pensare, tuttavia ha un grande vantaggio nei suoi confronti, non sa niente del mio processo, e anche se ne sapesse qualcosa non ci penserebbe. Non cercherebbe di convincermi a essere flessibile." "Questo non è un vantaggio", disse Leni. "Se non ha altri vantaggi, non mi perdo d’animo. Ha difetti fisici?" "Difetti fisici?" chiese K. "Sì", disse Leni, "in effetti io ne ho uno piccolo, guardi." Allargò il medio e l’anulare della mano destra, fra i quali la pelle di collegamento raggiungeva quasi l’ultima falange delle piccole dita. Nel buio K. non capì subito cosa lei gli volesse mostrare, così Leni gli guidò la mano sul punto perché lo potesse tastare. "Uno scherzo di natura", disse K., e quando vide l’intera mano aggiunse: "Che grazioso artiglio!" Con una specie di orgoglio Leni osservò come K. stupito continuava ad allargare e riavvicinare le due dita, finché alla fine le baciò di sfuggita e le lasciò. "Oh!" esclamò però lei subito, "lei mi ha baciata!" In fretta e con la bocca aperta si arrampicò con le ginocchia su di lui, K. la guardò quasi sconvolto, ora che gli era così vicina saliva da lei un odore amaro ed eccitante come di pepe, lei strinse a sé la sua testa, si piegò su di lui, mordendolo e baciandolo sul collo, e mordendo anche i suoi capelli. "Ha fatto cambio con me", esclamava ogni tanto, "ecco, ora lei ha fatto cambio con me!" In quel momento il ginocchio le scivolò, con un gridolino cadde quasi sul tappeto, K. la afferrò per trattenerla e fu trascinato giù da lei. "Ora mi appartieni", disse lei.

"Tieni la chiave di casa, vieni quando vuoi", furono le sue ultime parole e anche mentre se ne andava un bacio senza meta lo raggiunse sulla schiena. Quando uscì dal portone cadeva una leggera pioggia, K. voleva andare in mezzo alla strada per poter forse vedere ancora Leni alla finestra; in quel momento, da un’automobile che aspettava davanti alla casa e che K., nella sua distrazione, non aveva notato, balzò fuori lo zio, lo afferrò per un braccio e lo schiacciò contro il portone, come se volesse inchiodarvelo. "Ragazzo", gridò, "come hai potuto fare una cosa del genere! Hai procurato un danno terribile alla tua causa, che si era messa su una buona strada. Strisci via con una piccola sporca sgualdrina, che oltre tutto è evidentemente l’amante dell’avvocato, e te ne stai via per ore. Non cerchi nemmeno una scusa, non nascondi niente, no, fai tutto apertamente, corri da lei e da lei rimani. E nel frattempo noi siamo lì seduti insieme, lo zio che si dà da fare per te, l’avvocato che deve essere guadagnato alla tua causa, e soprattutto il direttore delle cancellerie, questo gran signore, che sulla tua causa, nel suo stadio attuale, ha potere assoluto. Vogliamo consigliarci come venirti in aiuto, io devo trattare con cautela l’avvocato e questi a sua volta il direttore delle cancellerie, e dunque tu avresti ogni motivo per lo meno di sostenermi. Invece te ne stai fuori. Alla fine la cosa non può più essere dissimulata, certo sono uomini cortesi e di mondo, non fanno commenti, mi risparmiano, alla fine però anche loro non possono più contenersi, e siccome non possono parlare della questione tacciono. Siamo stati lì seduti per minuti interi in silenzio, ad ascoltare se alla fine saresti venuto. Tutto inutile. Infine il direttore delle cancellerie, che si è trattenuto assai più a lungo di quanto intendeva all’inizio, si alza, si congeda, visibilmente mi compatisce senza potermi aiutare, con incomprensibile amabilità aspetta ancora un po’ sulla porta, poi se ne va. Naturalmente io ero contento che se ne fosse andato, ormai non avevo più aria per respirare. Il tutto ha avuto un effetto ancor peggiore sull’avvocato, il brav’uomo non poteva neppure parlare quando mi sono congedato da lui. E’ probabile che tu abbia contribuito alla sua definitiva rovina, e acceleri così la morte di un uomo che è il tuo unico aiuto. E me, tuo zio, mi lasci qui sotto la pioggia - sentimi, sono tutto bagnato - ad aspettare per ore e ore."


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi