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2017/10/20 - 06:56

Fine

La sera prima del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove di sera, l’ora in cui le strade si fanno silenziose - in casa di K. giunsero due signori. Erano in abiti da passeggio, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Al portone ci fu una piccola schermaglia di cortesie per stabilire chi doveva passare per primo, e la stessa scena si ripeté, più accentuata, davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva anche lui vestito di nero su una sedia vicino alla porta e infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell’atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito, guardando incuriosito i signori. "Dunque siete destinati a me?" chiese. I signori annuirono, uno indicò l’altro con il cilindro in mano. K. confessò a se stesso che si sarebbe aspettato un’altra visita. Andò alla finestra e guardò ancora una volta nella strada buia. Anche le finestre sull’altro lato della strada erano ancora buie, in molte le tende erano abbassate. In una finestra illuminata del pianerottolo due bambini piccoli giocavano fra loro dietro una grata e, ancora incapaci di muoversi dai loro posti, si cercavano allungando le piccole mani. "Mi mandano dei vecchi attori di quart’ordine", si disse K. e si guardò intorno per convincersene ancora una volta. "Vogliono sbarazzarsi di me a buon mercato." K. si voltò improvvisamente verso di loro e chiese: "In quale teatro recitate?" "Teatro?" chiese un signore all’altro come per avere consiglio, contraendo gli angoli della bocca. L’altro fece gesti come un muto in battaglia con l’organismo che si oppone ai suoi sforzi. "Non sono preparati a rispondere alle domande", si disse K., e andò a prendere il cappello.

Già sulla scala i signori volevano prendere a braccetto K., ma questi disse: "Solo sulla strada, non sono malato." Appena fuori dal portone però lo presero a braccetto come non era mai successo a K. con un essere umano. Tenevano le spalle strette dietro le sue, non piegavano le braccia, ma le usavano per avvolgere le braccia di K. in tutta la loro lunghezza, e in basso afferrarono le mani di K. con una presa scolastica, allenata, cui era impossibile opporre resistenza. K. procedeva fra di loro rigido e teso, ora formavano tutti e tre una sola unità, tanto che se si fosse spezzato uno di loro si sarebbero spezzati tutti e tre. Erano un’unità come si può formare quasi solo dalla materia inanimata.

Passando sotto i fanali K. cercò più volte, per quanto glielo permetteva quella vicinanza così stretta, di vedere i suoi accompagnatori più chiaramente di quanto fosse stato possibile nella luce crepuscolare della sua stanza. Forse sono dei tenori, pensò vedendo il loro pesante doppio mento. Provò nausea per la pulizia delle loro facce. Sembrava quasi di vedere ancora la mano che puliva fin dentro gli angoli dei loro occhi, che strofinava il labbro superiore, che raschiava le pieghe del mento.

Facendo queste osservazioni K. si arrestò, e di conseguenza si arrestarono anche gli altri; erano ai margini di una piazza libera e deserta, adorna di aiuole. "Perché hanno mandato proprio voi!" esclamò più che domandare. Sembrava che i signori non avessero alcuna risposta, aspettavano lasciando pendere le braccia libere, come fa chi accudisce un malato quando il malato vuole riposarsi. "Non andrò oltre" provò a dire K. A questo i signori non dovettero neppure rispondere, bastava che non allentassero la presa e cercassero di sollevare da lì K., ma K. oppose resistenza. "Non avrò più bisogno di molta energia, la userò tutta ora", pensò. Gli vennero in mente le mosche, quando si rompono le zampette nel tentativo di strapparsi dalla carta moschicida. "I signori qui avranno da faticare."

In quel momento, da una piccola scalinata che proveniva da una via situata più in basso, salì nella piazza la signorina Bürstner. Non era una cosa sicura che fosse proprio lei, però la somiglianza era certo grande. Ma a K. neppure interessava stabilire se era con sicurezza la signorina Bürstner, solo si rese subito conto di quanto poco valore avesse la sua resistenza. Non c’era in niente di eroico nel resistere, nel fare difficoltà ora a quei signori, nel tentare di gustare in quella difesa l’ultimo riflesso della vita. Si rimise a camminare, e un po’ della gioia che così facendo destò nei signori si trasferì anche su di lui. Ora permettevano che fosse lui a decidere la strada, e lui la sceglieva in base alla direzione che prendeva la signorina davanti a loro, e non perché volesse raggiungerla, non per vederla il più a lungo possibile, ma solo per non dimenticare il monito che rappresentava per lui. "L’unica cosa che ora posso fare", si disse mentre la regolarità dei suoi passi e di quelli degli altri tre confermava i suoi pensieri, "l’unica cosa che ora posso fare è mantenere fino alla fine un cervello che sappia dare, con calma, a ciascuno il suo. Ho sempre voluto affrontare il mondo a venti mani, e inoltre per ottenere qualcosa che non si poteva approvare. E’ stato uno sbaglio, dovrei dunque dimostrare che neppure questo processo durato un anno mi ha insegnato qualcosa? Devo andarmene come un uomo dalla testa dura? Devono potermi dire che all’inizio del processo volevo finirlo e ora che è alla fine vorrei ricominciarlo? Non voglio che si dica questo. Io sono grato che per fare questa strada mi abbiano assegnato questi signori quasi muti e privi di comprendonio, e che sia lasciato a me di dire a me stesso ciò che è necessario."

Intanto la signorina aveva piegato in una strada laterale, ma K. ormai poteva fare a meno di lei e si abbandonò ai suoi accompagnatori. Ora tutti e tre, in perfetto accordo, passarono su un ponte alla luce della luna, i signori accondiscendevano ora prontamente a ogni piccolo movimento che K. faceva, quando si voltò un poco verso il parapetto anche loro girarono su se stessi fino ad averlo pienamente di fronte. L’acqua, che splendeva e tremava alla luce della luna, si divideva a formare una piccola isola, sulla quale si ammucchiavano, come accumulate, masse di fogliame costituite da alberi e arbusti. Sotto di loro correvano dei percorsi di ghiaia, ora invisibili, con delle comode panchine sulle quali a volte, d’estate, K. si era poggiato lungo e disteso. "Non volevo fermarmi", disse ai suoi accompagnatori, vergognandosi della loro disponibilità. Dietro le spalle di K., l’uno sembrò fare all’altro un leggero rimprovero per quella sosta dovuta a un equivoco, poi ripresero il cammino.

Passarono attraverso alcune strade in salita, dove qua e là c’erano, fermi o in movimento, alcuni poliziotti, a volte lontani, a volte vicinissimi. Uno di loro, con dei folti baffi, la mano sull’elsa della sciabola, si avvicinò come intenzionalmente al gruppo non del tutto al di sopra di ogni sospetto. I signori si fermarono, il poliziotto sembrava già sul punto di aprire la bocca, quando K. trascinò in avanti i signori con energia. Di tanto in tanto si voltò con cautela per vedere se il poliziotto li seguiva; ma quando fra loro e il poliziotto ci fu un angolo K. cominciò a correre, i signori, sia pure con un gran fiatone, dovettero correre anche loro.

Così uscirono velocemente dalla città, che in questa direzione si continuava quasi ininterrottamente nella campagna. Una piccola pietraia, abbandonata e deserta, era lì in vicinanza di una casa dall’aspetto ancora pienamente cittadino. Qui i signori si fermarono, sia che fosse questa fin dall’inizio la loro meta, sia che fossero troppo esausti per correre ancora. Ora lasciarono K., che aspettava in silenzio, si tolsero i cilindri e, guardandosi intorno nella pietraia, si asciugarono il sudore dalla fronte. Ovunque regnava il chiaro di luna, con quella sua naturalezza e tranquillità che non è concessa a nessun’altra luce.

Dopo essersi scambiati alcuni complimenti su chi dovesse eseguire il prossimo compito, - sembrava che i signori avessero ricevuto gli incarichi in comune - uno di loro andò da K. e gli tolse la giacca, il vestito e infine la camicia. K. provò involontariamente un brivido, al che il signore gli diede sulla schiena un colpetto di incoraggiamento. Poi dispose le cose in un ordine accurato, come se dovessero ancora servire, sia pure non nell’immediato futuro. Per non lasciare K. immobile nella pur sempre fresca aria notturna, se lo prese sotto il braccio e camminò un po’ con lui su e giù, mentre l’altro signore esplorava la pietraia alla ricerca di un qualche posto opportuno. Quando lo ebbe trovato fece un cenno, e l’altro signore vi condusse K. Era vicino alla parete di scavo, lì vicino c’era una pietra che si era staccata. I signori distesero K. per terra, lo appoggiarono alla pietra e vi collocarono la sua testa. Malgrado tutti i loro sforzi e malgrado la collaborazione che K. mostrava nei loro confronti, la sua posizione continuava ad essere molto sforzata e inverosimile. Uno dei signori perciò chiese all’altro di lasciare per un attimo a lui solo il compito di disporre K., ma neanche così le cose andarono meglio. Alla fine lasciarono K. in una posizione che non era neppure la migliore di quelle che aveva ottenuto finora. Allora uno dei signori aprì il suo abito da passeggio e da un fodero che pendeva da una cintura stretta intorno all’abito estrasse un coltello da macellaio lungo, sottile e a doppio taglio, lo tenne alto e ne controllò l’affilatura alla luce. Di nuovo cominciarono quei ripugnanti complimenti, l’uno tendeva il coltello all’altro al di sopra di K., l’altro, al di sopra di K., lo restituiva. K. ora sapeva bene che sarebbe stato suo dovere prendere il coltello che passava di mano in mano al di sopra di lui e trafiggersi da sé. Ma non lo fece, invece girò il collo ancora libero e si guardò intorno. Non poteva dare del tutto buona prova di sé, non poteva risparmiare ogni fatica alle autorità, la colpa di questo ultimo errore era di chi gli aveva tolto il resto della forza necessaria. Il suo sguardo cadde sull’ultimo piano della casa al limite della pietraia. Come una luce che si accende con un guizzo, le imposte di una finestra lassù si spalancarono, un uomo debole e sottile in quel punto alto e lontano si chinò d’un colpo molto in avanti e stese le braccia ancor più davanti a sé. Chi era? Un amico? Un brav’uomo? Uno che provava compassione? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C’era ancora un aiuto possibile? C’erano delle obiezioni che erano state dimenticate? Ce n’erano certamente. La logica, è vero, è incrollabile, ma non si oppone a un uomo che vuole vivere. Dov’era il giudice che non aveva mai visto? Dov’era l’alto tribunale al quale non era mai arrivato? Sollevò le mani distendendo tutte le dita.

Ma uno dei signori mise le mani sul collo di K., mentre l’altro gli immergeva il coltello nel cuore e lo girava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, vicini al suo volto, i due signori guancia a guancia contemplavano l’esito. "Come un cane!" disse, era come se la vergogna dovesse sopravvivergli.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi