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2017/10/18 - 20:42

Nella sala delle udienze vuota. Lo studente. Le cancellerie

Durante la settimana successiva, K. aspettava giorno dopo giorno una nuova convocazione, non poteva credere che si fosse presa alla lettera la sua rinuncia alle udienze, e quando, il sabato sera, l’attesa convocazione non era ancora arrivata, diede per inteso di essere tacitamente invitato per la stessa ora nello stesso posto. La domenica perciò vi si recò di nuovo, questa volta tirando dritto per scale e corridoi, qualcuno che si ricordava di lui lo salutò dalla porta, ma non ebbe bisogno di fare domande e arrivò alla svelta davanti alla porta giusta. Al suo bussare la porta si aprì subito, e senza curarsi della solita donna, che era rimasta in piedi vicino alla porta, K. voleva avviarsi subito alla stanza accanto. "Oggi non c’è seduta", disse la donna. "E perché non dovrebbe esserci?", chiese K., e non voleva crederci. Ma la donna lo convinse aprendo la porta della stanza accanto. Era vuota davvero, e così sembrava ancor più squallida che la domenica precedente. Sul tavolo, che era nella stessa posizione sul podio, si trovavano alcuni libri. "Posso dare un’occhiata ai libri?", chiese K., non per una curiosità particolare, ma per non essere venuto inutilmente. "No," disse la donna richiudendo la porta, "non è permesso. I libri sono proprietà del giudice istruttore." "Ah, ecco", disse K. facendo un cenno con il capo, "i libri sono certo dei codici, ed è tipico di questo genere di tribunali condannare chi non solo è innocente, ma anche ignaro della legge." "Sarà anche così", disse la donna, che non lo aveva capito bene. "Beh, allora me ne vado", disse K. "Devo riferire qualcosa al giudice istruttore?" chiese la donna. "Lei lo conosce?" chiese K. "Naturalmente", disse la donna, "mio marito è usciere del tribunale." Solo ora K. si accorse che la stanza, nella quale l’ultima volta si trovava solo una tinozza per lavare, era ora diventata una stanza d’appartamento completamente arredata. La donna si accorse del suo stupore e disse: "Sì, noi abbiamo diritto ad abitare qui, ma nei giorni di seduta dobbiamo sgomberare la stanza. Il posto di mio marito ha diversi svantaggi." "Non mi meraviglio tanto della stanza", disse K. guardandola male, "quanto piuttosto del fatto stesso che lei sia sposata." "Forse lei si riferisce a quel che è successo nell’ultima seduta, quando ho disturbato il suo discorso", disse la donna. "Naturalmente", disse K., "oggi è acqua passata e quasi non me ne ricordo più, ma lì per lì la cosa mi ha reso furioso. E ora poi lei mi dice di essere sposata." "Non è stato un male per lei che il suo discorso sia stato interrotto. Dopo hanno parlato molto male di lei." "Può essere", disse K. con un gesto di disinteresse, "ma questa non è una scusa per lei." "Io non ho bisogno di scuse per tutti quelli che mi conoscono", disse la donna, "quello che allora mi ha abbracciato mi tormenta già da parecchio tempo. Anche se in generale io non sono attraente, per lui tuttavia lo sono. Non c’è difesa possibile, e anche mio marito se n’è fatta una ragione; se vuole mantenere il suo posto deve sopportarlo, perché quell’uomo è uno studente e si prevede che diventerà molto potente. Mi sta sempre alle calcagna, anche ora, poco prima che lei arrivasse, se n’era appena andato." "Tutto torna", disse K., "la cosa non mi sorprende." "Lei qui vorrebbe cambiare le cose in meglio?" chiese la donna lentamente e con aria interrogativa, come se dicesse qualcosa di altrettanto pericoloso per lei e per K. "L’ho capito già dal suo discorso che, sia detto a titolo personale, mi è piaciuto molto. E’ vero che ne ho sentita solo una parte, ho perso l’inizio e alla fine ero per terra con lo studente." "E’ così ripugnante qui", disse poi dopo una pausa, e prese la mano di K. "Crede che riuscirà a migliorare le cose?" K. sorrise, e per un poco voltò la mano nelle soffici mani di lei. "A dire il vero", disse, "non è compito mio migliorare qui le cose, come lei si esprime, e se per esempio lei dicesse questo al giudice istruttore, la prenderebbero in giro o la punirebbero. In effetti, se fosse dipeso da me, non mi sarei immischiato in queste cose e la necessità di migliorare questo tipo di tribunali non mi avrebbe mai tenuto sveglio la notte. Ma per il fatto di essere stato, come sembra, arrestato - sono in arresto, difatti - mi hanno costretto a intervenire, e certo solo per tutelare il mio interesse. Ma se così facendo posso essere utile in qualche modo anche a lei, lo farò naturalmente assai volentieri. E non solo per amore del prossimo, ma anche perché lei stessa può essermi d’aiuto." "E come potei farlo?", chiese la donna. "Ad esempio facendomi vedere ora i libri che sono sul tavolo." "Ma sicuro", esclamò la donna tirandolo in fretta dentro dietro di sé. Si trattava di libri vecchi e consunti, in uno di essi la copertina era quasi distrutta al centro, i pezzi erano tenuti insieme con dei pezzi di spago. "Come è tutto sporco qui", disse K. scuotendo il capo, e la donna con il grembiule spolverò almeno in superficie i libri prima che K. potesse prenderli. K. aprì il libro che stava in cima, e apparì un’illustrazione sconcia. Un uomo e una donna sedevano nudi su un divano, l’intenzione volgare del disegnatore era chiara, ma la sua imperizia era tale che alla fine si potevano intravedere solo un uomo e una donna che risaltavano fin troppo realisticamente dalla figura, seduti in modo assurdamente verticale e che, per la prospettiva sbagliata, si voltavano a fatica l’uno verso l’altra. K. non continuò a sfogliare, ma si limitò ad aprire la copertina del secondo libro, era un romanzo dal titolo: "I tormenti che ebbe a subire Grete da suo marito Hans." "Ecco quali codici si studiano qui", disse K. "E devono essere uomini del genere a giudicarmi." "Io la aiuterò," disse la donna, "lo vuole?" "Purché lei possa farlo senza mettersi in pericolo, lei stessa ha detto poco fa che suo marito è molto dipendente dai suoi superiori." "Ciononostante voglio aiutarla", disse la donna. "Venga, dobbiamo parlarne. Non parli più del mio pericolo, io ho paura del pericolo solo quando voglio averne. Venga." Indicò il podio e gli chiese di salire con lei il gradino. "Lei ha dei begli occhi scuri" disse la donna dopo che si furono seduti, guardando in volto K. dal basso, "si dice che anch’io abbia dei begli occhi, ma i suoi sono molto più belli. D’altronde li ho notati subito la prima volta che lei è entrato qui. I suoi occhi sono anche stati il motivo per cui dopo sono entrata qui nella sala d’assemblea, cosa che altrimenti non faccio mai e che in un certo senso mi è anche proibita." "E’ tutto qui, allora" pensò K. "Mi si sta offrendo, è corrotta come tutti in questo posto, si è stancata degli impiegati del tribunale, cosa ben comprensibile, e perciò dà il benvenuto al primo estraneo che passa con un complimento sui suoi occhi." E in silenzio K. si alzò, come se avesse pensato a voce alta e con questo avesse chiarito alla donna il suo comportamento. "Non credo che lei possa essermi d’aiuto", disse, "per aiutarmi davvero bisognerebbe essere in relazione con impiegati di alto livello. Lei invece conosce certo solo i dipendenti di basso rango che si accalcano qui a frotte. Costoro li conosce di sicuro molto bene e da loro potrebbe anche ottenere qualcosa, di questo non ne dubito, ma anche il massimo che potrebbero dare sarebbe sempre del tutto indifferente per l’esito finale del processo. Lei invece con ciò si sarebbe rovinate alcune amicizie, e io non lo voglio. Continui pure a intrattenere con questa gente le sue relazioni, in effetti mi sembra che tutto ciò le sia indispensabile. E lo dico non senza dispiacermene, perché, se devo ricambiare in qualche modo il suo complimento, anche lei mi piace, specialmente quando come ora mi guarda con tanta tristezza; tristezza che è d’altra parte senza fondamento per quanto la riguarda. Lei appartiene alla società che io devo combattere, però ci si trova bene, lei ama persino lo studente, e anche se non lo ama, tuttavia lo preferisce a suo marito. Lo si potrebbe facilmente capire dalle sue parole." "No", esclamò la donna, rimase seduta e si limitò ad afferrare la mano di K., che questi non fece in tempo a tirare indietro, "non può andarsene ora, non può andarsene con un giudizio sbagliato su di me. Davvero vorrebbe andarsene ora? Valgo davvero tanto poco che lei non mi farebbe il piacere di rimanere qui ancora un momento?" "Lei mi ha capito male", disse K. e si sedette, "se davvero ci tiene che io rimanga qui, rimango volentieri, ho tempo, ma sono venuto qui credendo che ci sarebbe stata un’udienza. Con ciò che ho detto prima volevo solo pregarla di non prendere iniziative per me nel mio processo. Ma anche questo non deve tormentarla, se lei riflette a quanto poco io mi curi dell’esito del processo e a come io mi farò beffe di una condanna. Ammesso poi che si arrivi in generale a una vera conclusione del processo, cosa di cui dubito. Mi sembra più probabile che, per la pigrizia o la negligenza o forse addirittura per la paura degli impiegati, il procedimento si sia già interrotto, o che verrà interrotto fra poco. Ma è anche possibile che si faccia finta di portare avanti il processo nella speranza di farsi corrompere con una cifra più alta; speranza del tutto inutile, come posso dire fin da oggi, perché io non corrompo nessuno. Anzi lei mi farebbe proprio un piacere se riferisse al giudice istruttore, o comunque a qualcuno che diffonda con piacere le notizie, che mai e con nessuno degli artifici di cui lorsignori sono esperti io potrò mai essere piegato a corrompere qualcuno. Non c’è speranza, può dirglielo apertamente. D’altronde lo avranno forse già notato da sé, e se non fosse così non mi importa certo che se ne accorgano ora. Con questo forse i signori risparmiano a se stessi della fatica e a me dei fastidi; fastidi che d’altra parte accetto volentieri se so che ognuno di essi è anche un colpo per gli altri. E che sia così, me ne voglio occupare io. Davvero lei conosce il giudice istruttore?" "Naturalmente", disse la donna, "è a lui per primo che ho pensato quando le ho offerto il mio aiuto. Non sapevo che fosse un impiegato di basso rango, ma se lo dice lei sarà anche così. Tuttavia io credo che il rapporto che farà alle autorità superiori avrà sempre un certo influsso. E lui scrive tanti di quei rapporti. Lei dice che gli impiegati sono pigri, ma certo non lo sono tutti, e in particolare non lo è questo giudice istruttore, che scrive talmente tanto. Domenica scorsa, per esempio, la seduta è durata fino a sera. Tutti se n’erano andati, il giudice istruttore invece era rimasto nella sala, ho dovuto portargli una lampada, avevo solo una piccola lampada da cucina, ma a lui andava bene, e ha cominciato subito a scrivere. Intanto era arrivato anche mio marito, che proprio quella domenica aveva un giorno di riposo, abbiamo preso i mobili e riarredato la stanza, poi sono anche venuti dei vicini, abbiamo chiacchierato a lume di candela, insomma ci siamo dimenticati il giudice istruttore e siamo andati a dormire. A un tratto nella notte, e doveva essere notte inoltrata, mi sveglio, vicino al letto c’è il giudice istruttore che ripara la lampada con la mano, in modo che la luce non cada su mio marito, precauzione inutile, perché mio marito ha un sonno tale che neppure la luce lo avrebbe svegliato. Mi spaventai talmente che stavo per gridare, ma il giudice istruttore fu molto cordiale, mi raccomandò prudenza, mi sussurrò che era stato a scrivere fino a quel momento, che ora mi riportava la lampada e che non avrebbe mai dimenticato come mi aveva visto nel sonno. Con questo volevo dirle soltanto che il giudice istruttore in effetti scrive molti rapporti, e soprattutto su di lei; perché la sua deposizione è stata certo uno degli eventi più importanti della seduta di domenica. Rapporti tanto lunghi non possono certo essere del tutto privi di significato. Oltre a ciò, da quel che le ho raccontato le può capire che il giudice istruttore si interessa a me, e che, dato che solo ora deve essersi accorto di me, in questi primi tempi posso avere su di lui un grande influsso. E che io gli stia molto a cuore lo dimostrano anche altre cose. Ieri mi ha mandato in regalo delle calze di seta attraverso lo studente, in cui ripone molta fiducia e che è il suo collaboratore, con la motivazione che dovevo sgomberare la sala della seduta, ma questa è solo una scusa perché tale lavoro è un mio dovere, e mio marito viene pagato per questo. Sono delle belle calze, guardi" - allungò le gambe, sollevò la gonna fino al ginocchio e guardò lei stessa le calze - "sono belle calze, ma a dire il vero troppo fini e non adatte a me."

Improvvisamente si interruppe, posò la sua mano su quella di K. come per tranquillizzarlo e sussurrò: "Zitto, Bertold ci sta guardando!" K. alzò lentamente lo sguardo. Sulla soglia della sala delle udienze stava in piedi un giovane, di bassa statura, con le gambe un po’ storte, e cercava di darsi una dignità con una barba corta, rada e rossiccia nella quale girava in continuazione le dita. K. lo guardò con curiosità, in fondo era il primo studente di quella sconosciuta giurisprudenza che incontrava in un modo per così dire umano, una persona che probabilmente un giorno avrebbe potuto raggiungere gli incarichi più alti. Lo studente invece non sembrava curarsi affatto di K., ma si limitò a estrarre per un momento un dito dalla barba, a fare un cenno alla donna e avviarsi alla finestra; la donna si piegò verso K. e gli sussurrò: "Non me ne abbia a male, la prego, e non pensi male di me, ora devo andare da lui, da questo individuo ripugnante, guardi solo le sue gambe storte. Però torno subito e poi verrò con lei, se lei mi prenderà con sé io verrò dove lei vorrà, lei può fare di me quel che vuole, io sarò felice di andarmene di qua per il tempo più lungo possibile, e magari per sempre." Accarezzò ancora una volta la mano di K., poi si alzò di scatto e corse alla finestra. Senza volerlo, K. cercò di afferrare nel vuoto la mano di lei. La donna lo attraeva veramente e per quanto ci pensasse non riusciva a trovare un buon motivo per resistere all’attrazione. Senza fatica mise da parte l’idea che la donna volesse catturarlo per il tribunale. In che maniera poteva catturarlo? Non rimaneva forse tanto libero da poter frantumare in un colpo l’intero tribunale, almeno per quel che lo riguardava? Non poteva forse nutrire verso se stesso questa minima fiducia? E poi la sua offerta di aiuto sembrava sincera e poteva darsi che non fosse priva di valore. E forse non c’era miglior vendetta sul giudice istruttore e il suo seguito che sottrargli questa donna prendendola con sé. Poteva darsi il caso che un giorno il giudice istruttore, dopo il faticoso lavoro di compilare rapporti menzogneri su K., avrebbe trovato vuoto, in piena notte, il letto della donna. E lo avrebbe trovato vuoto perché lei apparteneva a K., perché questa donna alla finestra, questo corpo fiorente, agile e caldo nell’abito scuro di stoffa grossolana e pesante, apparteneva interamente e solamente a K.

Dopo aver così messo da parte ogni pensiero ostile verso la donna, si stancò del colloquio che si svolgeva fra i due, a bassa voce, presso la finestra e prima con le nocche delle dita, poi anche con il pugno si mise a battere sul podio. Lo studente per un attimo guardò verso K. da sopra le spalle della donna, ma non se ne diede per inteso e anzi le si strinse ancor più stretto, abbracciandola. Lei abbassò profondamente il capo, come per ascoltarlo con attenzione, lui la baciò forte sul collo senza realmente interrompere il suo discorso. K. vide in questo la tirannia che lo studente esercitava sulla donna e di cui lei si era lamentata, si alzò e cominciò ad andare su e giù nella stanza. Guardando di lato di tanto in tanto verso lo studente, rifletteva su come avrebbe potuto liberarsene il più presto possibile, e non gli fu quindi sgradito quando, evidentemente disturbato dai passi di K., che nel frattempo si erano trasformati in una specie di trotto, lo studente osservò: "Se lei è impaziente, può anche andarsene. Avrebbe potuto andarsene anche prima, nessuno avrebbe sentito la sua mancanza. Anzi, lei avrebbe dovuto farlo, e già quando io sono entrato, e anche il più alla svelta possibile." In questa osservazione si esprimeva la più grande collera, ma c’era dentro anche la superbia del futuro impiegato del tribunale che si rivolgeva a un imputato sgradito. K. rimase in piedi vicino a lui e disse sorridendo: "E’ vero che sono impaziente, ma il modo più semplice di risolvere la mia impazienza è che lei ci lasci. Ma se lei è venuto qui per studiare - mi dicono che lei è studente - allora sarò io a sgombrare volentieri il campo e me ne andrò con la signora. D’altronde lei deve studiare ancora parecchio prima di diventare giudice. Non conosco ancora bene i principi del vostro tribunale, ma suppongo che non bastino le stupide chiacchiere di cui lei è così spudoratamente esperto." "Non si doveva lasciarlo andare in giro libero così", disse lo studente, come per dare alla donna una spiegazione del discorso offensivo di K., "è stato un errore. Io l’ho detto al giudice istruttore. Fra un’udienza e l’altra bisognava come minimo confinarlo nella sua stanza. A volte il giudice istruttore si comporta in modo incomprensibile." "Chiacchiere inutili", disse K. e allungò la mano verso la donna. "Venga." "Ah, è così", disse lo studente, "no, no, lei non l’avrà", e con un’energia imprevedibile la prese in braccio, e con la schiena curva, guardandola con tenerezza, corse verso la porta. Non si poteva negare che ci fosse in lui una certa paura nei confronti di K., eppure ebbe ancora il coraggio di provocare K. accarezzando e stringendo il braccio della donna con la mano che aveva ancora libera. K. gli corse dietro ancora per qualche passo, pronto ad afferrarlo e se necessario a strangolarlo, quando la donna disse: "E’ inutile, il giudice istruttore mi manda a prendere, io non posso venire con lei, questo piccolo mostro", e così dicendo passò la mano sul viso dello studente, "questo piccolo mostro non mi molla" "E lei nemmeno vuole essere liberata", gridò K. mettendo la mano sulla spalla dello studente, il quale tentò di azzannarla con i denti. "No", gridò la donna, respingendo K. con entrambe le mani, "no, no, questo no davvero, cosa le salta in mente! Sarebbe la mia rovina. Lo lasci stare, per favore, lo lasci stare. Non fa altro che eseguire l’ordine del giudice istruttore e mi sta portando da lui." "Se ne vada dove gli pare, allora, e quanto a lei non voglio più vederla", disse K. furioso per la delusione, e diede un colpo sulla spalla dello studente tanto da farlo inciampare per un attimo, ma questi poi, per la soddisfazione di non essere caduto, se ne andava subito dopo di corsa portando ancor più alto il suo carico. K. li seguì rallentando il passo, si rese conto che era la prima indubbia sconfitta che subiva davanti a questa gente. Naturalmente non c’era alcun motivo di angosciarsene, era stato sconfitto solo perché era andato a cercarsi la lotta. Rimanendo a casa e continuando la sua solita vita era mille volte superiore a ciascuno di costoro, e poteva con la punta del piede spazzar via chiunque dalla propria strada. E si immaginò che sarebbe stata la scena più ridicola del mondo se per esempio questo miserabile studente, questo pallone gonfiato, quest’individuo storto e barbuto si fosse inginocchiato davanti al letto di Elsa implorando pietà. Questa fantasia piacque tanto a K. che si propose, qualora se ne fosse presentata una qualche occasione, di portare lo studente con sé da Elsa, una volta o l’altra.

Per curiosità K. si avvicinò veloce alla porta, voleva vedere dove veniva portata la donna, lo studente non poteva certo portarsela in braccio da una strada all’altra. Risultò che la strada era molto più corta. Subito di fronte alla porta dell’abitazione una stretta scala di legno portava verosimilmente alla soffitta, siccome faceva una curva non se ne vedeva la fine. Lo studente portò la donna su per questa scala, molto lentamente ormai e ansimando, perché la corsa fin lì lo aveva indebolito. La donna con la mano salutò in basso verso K., e scrollando su e giù le spalle cercava di mostrare che lei era innocente di quel rapimento, ma nel gesto che faceva non si poteva vedere molto dispiacere. K. la guardò inespressivo, come se si trattasse di un’estranea, non voleva tradire la propria delusione, ma nemmeno far intendere che avrebbe potuto superarla facilmente.

I due erano ormai scomparsi, ma K. era ancora sulla soglia. Doveva concludere che non solo la donna lo aveva ingannato, ma che gli aveva anche mentito dicendo che veniva condotta dal giudice istruttore. Certamente il giudice istruttore non poteva star seduto in soffitta ad aspettare. Per quanto la si guardasse, la scala di legno non poteva spiegare nulla. In quel momento K. notò un fogliettino vicino alla scala, si avvicinò e lesse, in una scrittura infantile e inesperta: "Scala per le cancellerie del tribunale." E così, le cancellerie del tribunale erano nella soffitta di questa casa in affitto? Non era una sede che potesse ispirare molto rispetto, ed era tranquillizzante per un imputato pensare quanto fossero limitate le risorse di un simile tribunale che teneva le proprie cancellerie dove gli affittuari, che già di per sé appartenevano allo strato più povero, buttavano le cianfrusaglie ormai inutili. Non era poi escluso che il denaro fosse sufficiente, ma che gli impiegati ci si avventassero sopra prima che venisse speso per gli scopi del tribunale. In base alle passate esperienze di K. questo era addirittura assai verosimile, e allora una simile corruzione del tribunale era per l’imputato certo degradante, però da un altro punto di vista ancor più tranquillizzante di quanto lo sarebbe stata la sua povertà. Ora K. capiva anche perché ci si vergognasse di convocare l’imputato per il primo interrogatorio nella soffitta, e perché si preferisse molestarlo nel suo proprio appartamento. Che differenza fra la posizione del giudice istruttore qui in soffitta e quella di K., che aveva in banca una grande stanza con anticamera, e che attraverso una enorme finestra a vetri poteva guardare giù nell’animazione della piazza principale! Era vero che non disponeva di entrate accessorie derivanti da corruzione o appropriazione indebita, e non poteva farsi portare in braccio in ufficio una donna dall’usciere. Ma, almeno in questo vita, K. ci rinunciava volentieri.

K. era ancora davanti al fogliettino quando un uomo salì la scala, guardò dalla porta aperta che dava nell’appartamento e oltre la quale si poteva sbirciare anche nella sala delle udienze, e infine chiese a K. se poco prima non avesse visto lì una donna. "Lei è l’usciere del tribunale, non è vero?" chiese K. "Sì", disse l’uomo, "ah, ma lei è l’imputato K., ora la riconosco, lei è il benvenuto." E tese la mano a K., che non se l’aspettava. "Oggi però non hanno annunciato sedute", disse allora l’usciere, dato che K. taceva. "Lo so", disse K. contemplando l’abito borghese dell’usciere, che come unico distintivo del suo servizio presentava, vicino ad alcuni bottoni normali, anche due bottoni dorati, che sembravano presi da un vecchio mantello da ufficiale. "Ho parlato poco fa con sua moglie. Non è più qui. Lo studente l’ha portata dal giudice istruttore." "Vede", disse l’usciere, "me la portano sempre via. Oggi è domenica e io non sono obbligato a nulla, ma pur di allontanarmi mi mandano a portare qualche messaggio comunque insignificante. E non mi mandano neppure molto lontano, sicché ho la speranza che, facendo molto alla svelta, potrò tornare in tempo. Così faccio una corsa più veloce che posso, all’impiegato cui mi hanno mandato grido il mio messaggio attraverso la fessura della porta, così sfiatato però che lo si sarà appena capito, torno indietro di corsa, ma lo studente ha fatto ancor più in fretta di me, e d’altronde aveva una strada più breve, doveva solo scendere la scala della soffitta. Se non fossi così dipendente, già da un pezzo avrei sfracellato lo studente contro il muro. Proprio qui, vicino al bigliettino. Me lo sogno continuamente. Qui, schiacciato e sollevato poco sopra il pavimento, le braccia distese, le dita spalancate, le gambe storte curvate a cerchio e tutt’intorno schizzi di sangue. Ma finora è solo un sogno." "E non ci sono altri rimedi?" chiese K. sorridendo. "Non saprei trovarne nemmeno uno", disse l’usciere. "E ora va anche peggio, finora se l’era portata via solo per sé, ora, come mi aspettavo da un pezzo, la porta anche al giudice istruttore." "Ma sua moglie non ha colpe in tutto ciò?", domandò K., facendo la domanda dovette controllarsi, tanto sentiva anche lui ora la gelosia. "Ma certo", disse l’usciere, "anzi, lei ha la colpa maggiore. E’ lei che gli si è messa addosso. Per quanto riguarda lui, corre dietro a tutte le donne. Solo in questo edificio, è già stato buttato fuori da cinque appartamenti nei quali si era insinuato. E poi mia moglie è la più bella in tutto l’edificio, e io non mi posso difendere." "Se le cose stanno così, allora davvero non c’è rimedio", disse K. "Perché no", chiese l’usciere. "Lo studente è un vigliacco, e bisognerebbe, una delle volte che vuole toccare mia moglie, dargli tante bastonate in modo che non si azzardi più. Ma io non posso farlo, e gli altri non vogliono farmi questo favore, perché temono il suo potere. Solo un uomo come lei potrebbe farlo." "E perché proprio io?" chiese K. stupito. "Lei è un imputato", disse l’usciere. "Sì", disse K., "ma questo dovrebbe essere un motivo per avere ancor più timore, perché anche se costui non ha influsso sull’esito del processo, è però verosimile che ne abbia sull’istruttoria preliminare." "Sì, certo", disse l’usciere, come se l’opinione di K. fosse altrettanto giusta quanto la sua, "ma di regola da noi non si trattano processi senza prospettive." "Non sono del suo parere", disse K., "ma questo non mi impedirà, all’occasione, di fare un bel trattamento allo studente." "Gliene sarei molto riconoscente", disse l’usciere con una certa formalità, sembrava proprio che non prestasse fede alla realizzabilità del suo massimo desiderio. "Forse", continuò K., "anche altri dei suoi impiegati, e forse tutti, meriterebbero lo stesso." "Sì, sì", disse l’usciere come se si trattasse di una cosa ovvia. Poi guardò K. con un’occhiata fiduciosa, come ancora non aveva fatto malgrado tutta la sua cordialità, e aggiunse: "Siamo pur sempre dei ribelli." Sembrava però che il discorso gli fosse divenuto un po’ spiacevole, perché lo interruppe dicendo: "Ora devo annunciarmi nelle cancellerie. Vuole venire con me?" "Non ho niente da fare laggiù", disse K. "Potrebbe vedere le cancellerie. Nessuno si preoccuperebbe di lei." "Vale la pena vederle?" chiese K. esitante, ma con una gran voglia di andare. "Beh", disse l’usciere, "pensavo che la interessassero." "Va bene", concluse K., "vengo anch’io" e, più veloce dell’usciere, cominciò a salire le scale.

Entrando stava per cadere, perché dietro la porta c’era ancora uno scalino. "Non ci si cura molto del pubblico", disse. "Non ci si cura in genere", disse l’usciere, "guardi qui la sala d’aspetto." Era un lungo corridoio, dal quale porte rudimentali conducevano nelle singole sezioni della soffitta. Malgrado l’assenza di aperture dirette per la luce non era del tutto buio, perché alcune sezioni nella parte rivolta verso il corridoio avevano, anziché pareti compatte di tavole, delle semplici grate di legno che arrivavano fino al soffitto, attraverso le quali passava un po’ di luce e che lasciavano anche vedere singoli impiegati seduti al tavolo a scrivere, o in piedi vicino alla grata, a osservare attraverso le fessure la gente nel corridoio. Forse perché era domenica, nel corridoio c’erano poche persone. Costoro avevano un’aria assai modesta. A distanze quasi regolari l’uno dall’altro, sedevano sulle due file di lunghe panche di legno disposte sui due lati del corridoio. Tutti erano vestiti in maniera trascurata, anche se la maggior parte di loro, a giudicare dall’espressione del viso, dal portamento, dal taglio della barba e da molti particolari appena percepibili, appartenevano alle classi più elevate. Siccome non c’erano attaccapanni, avevano messo il cappello sotto le panche, forse seguendo l’uno l’esempio dell’altro. Quando videro entrare K. e l’usciere, quelli seduti più vicino alla porta si alzarono in segno di saluto; vedendo ciò anche gli altri pensarono di dover salutare, sicché tutti, al passaggio dei due, si alzavano in piedi. Non si alzavano mai completamente, la schiena era curva, le ginocchia piegate, stavano lì come mendicanti di strada. K. aspettò l’usciere che camminava poco dietro di lui e disse: "Come devono essere umiliati!" "Sì", disse l’usciere, "sono degli imputati, tutti quelli che lei vede qui sono imputati." "Davvero?" disse K. "Allora sono miei colleghi." E si voltò verso il più vicino, un uomo alto e snello, dai capelli ormai quasi grigi. "Cosa aspetta qui?" chiese K. con gentilezza. Questa domanda inattesa però confuse l’uomo, e questo era tanto più penoso in quanto si trattava evidentemente di un uomo di mondo, che certamente da un’altra parte avrebbe saputo dominarsi e che non avrebbe rinunciato tanto facilmente alla superiorità che si era guadagnato su tante persone. Qui invece non seppe rispondere a una domanda tanto semplice, e rivolse lo sguardo agli altri come se questi fossero tenuti ad aiutarlo e come se, in assenza di un tale aiuto, nessuno potesse aspettarsi da lui una risposta. Allora intervenne l’usciere e, per calmare e incoraggiare l’uomo, disse: "Il signore qui chiede soltanto cosa aspetta lei qui. Gli risponda dunque." La voce dell’usciere, che gli era evidentemente nota, ebbe un migliore effetto, e così l’uomo cominciò: "Aspetto..." e si fermò. Evidentemente aveva scelto questo inizio per rispondere precisamente alla domanda, ma ora non sapeva come continuare. Alcuni di quelli in attesa si erano avvicinati e circondavano il gruppo, ma l’usciere disse loro: "Via, via, liberate il corridoio." Si ritrassero un po’, ma non fino al posto di prima. Nel frattempo l’uomo che era stato interrogato si era ripreso e rispose, persino con un lieve sorriso: "Un mese fa ho presentato alcune istanze di prova per la mia questione e aspetto che siano sbrigate." "Lei sembra darsi molto da fare", disse K. "Sì", disse l’uomo, "è la mia questione." "Non tutti la pensano come lei", disse K., "ad esempio anch’io sono imputato, ma per l’anima mia non ho presentato alcuna istanza di prova, né ho iniziato nulla del genere. Lei lo ritiene necessario?" "Non lo so con precisione", disse l’uomo, di nuovo in preda alla completa incertezza; evidentemente credeva che K. lo stesse prendendo in giro, perciò, per non fare qualche altro errore, avrebbe preferito ripetere la sua risposta di prima, ma di fronte allo sguardo impaziente di K. disse solo: "per quanto mi riguarda, io ho presentato delle istanze di prova". "Certo lei non crede che io sia imputato", chiese K. "Oh, ma sicuro", disse l’uomo facendosi un po’ di lato, ma nella sua risposta c’era più paura che convinzione. "Allora non mi crede?" chiese K. afferrandolo per un braccio, spinto inconsciamente a questo dall’aspetto dimesso dell’uomo, come se volesse costringerlo a credergli. Ma non intendeva fargli male, e lo aveva afferrato molto piano; tuttavia l’uomo lanciò un grido, come se K. non lo avesse preso con due dita, ma con una tenaglia rovente. Questo grido ridicolo finì di renderlo insopportabile a K.; se non gli si credeva che era imputato, tanto meglio; forse quello lo aveva preso addirittura per un giudice. E ora, nel lasciarlo, lo strinse veramente più forte, lo respinse sulla panca e proseguì. "Quasi tutti gli imputati sono così sensibili", disse l’usciere. Dietro di loro adesso quasi tutti quelli che aspettavano si erano raccolti intorno all’uomo che aveva ormai smesso di gridare, e sembravano interrogarlo con precisione sull’accaduto. Ora veniva incontro a K. un sorvegliante, riconoscibile soprattutto per la sua sciabola in una guaina che, almeno dal colore, era di alluminio. K. se ne stupì e tese anche la mano per prenderla. Il sorvegliante, che era venuto in seguito al grido, chiese cosa fosse successo. L’usciere cercò di calmarlo con qualche parola, ma il sorvegliante dichiarò che avrebbe comunque dovuto vedere di persona, fece il saluto e proseguì con passi molto frettolosi ma anche molto brevi, forse impediti dalla gotta.

K. non si occupò a lungo di lui e del gruppetto nel corridoio, soprattutto perché circa a metà del corridoio vide la possibilità di voltare a destra in un’apertura priva di porta. Si informò dall’usciere se quella fosse la via giusta, l’usciere fece un cenno con il capo e K. curvando prese allora quella strada. Gli era fastidioso di dover camminare sempre uno o due passi davanti all’usciere, avrebbe potuto sembrare, almeno in quel posto, che lo conducessero in arresto. Così ogni tanto aspettava l’usciere, ma questi, subito, rimaneva sempre indietro. Alla fine, per porre termine al suo fastidio, K. disse: "Bene, ho visto che aspetto ha, ora voglio andarmene." "Lei ancora non ha visto tutto", disse, in modo del tutto innocuo, l’usciere. "Neppure voglio vedere tutto", disse K., che tra l’altro si sentiva veramente stanco, "voglio andarmene, come si arriva all’uscita?" "Non si sarà mica perso", disse l’usciere stupito, "deve andare in questa direzione fino all’angolo, e poi a destra giù per il corridoio, dritto fino alla porta." "Venga anche lei", disse K. "Mi mostri la strada, altrimenti la sbaglierò, ci sono tante strade qui." "C’è una strada sola", disse l’usciere, ora con un tono di rimprovero, "non posso tornare indietro con lei, devo pur portare la mia ambasciata, e lei mi ha già fatto perdere molto tempo." "Venga anche lei", ripeté K. ora con tono più acuto, come se avesse infine colto l’usciere a dire una menzogna. "Non gridi così", sussurrò l’usciere, "ci sono uffici dappertutto. Se non vuole tornare da solo, venga ancora un poco con me, oppure aspetti qui finché io abbia sbrigato la mia commissione, dopodiché tornerò volentieri insieme con lei." "No, no", disse K., "io non aspetterò e lei deve tornare ora con me." K. non si era ancora neppure guardato intorno per vedere in che posto si trovava, e solo ora che una delle molte porte di legno intorno si aprì vi diresse lo sguardo. Una ragazza, evidentemente spinta dal chiasso della voce di K., apparve e disse: "Cosa desidera il signore?" Dietro di lei, lontano nella penombra, si vide un uomo che si avvicinava. K. guardò l’usciere. Questi aveva detto che nessuno si sarebbe preoccupato di K., ed ecco che ora venivano in due, era bastato poco per attrarre su di lui l’attenzione degli impiegati, e ora avrebbero preteso una spiegazione per la sua presenza in quel posto. L’unica spiegazione comprensibile e accettabile era che lui era un imputato e voleva sapere la data della prossima udienza, ma proprio questa era la spiegazione che non voleva dare, soprattutto perché non era vera, K. era venuto solo per curiosità, oppure - spiegazione ancor meno possibile a darsi - per il desiderio di accertare che l’interno di questo tribunale era altrettanto ripugnante quanto l’esterno. E sembrava anche che questa sua ipotesi corrispondesse al vero, non voleva addentrarsi oltre, era oppresso abbastanza da ciò che aveva visto finora, proprio in questo momento non era nelle condizioni di affrontare un alto impiegato, che avrebbe potuto spuntare dietro ogni porta, voleva andarsene, con l’usciere o anche senza, se proprio non poteva far diversamente.

Il suo rimanere lì, in piedi, silenzioso, doveva però attrarre l’attenzione, e la ragazza e l’usciere lo guardarono esattamente come se fosse sul punto di subire da un momento all’altro una grande metamorfosi, che i due non si volevano perdere. E sulla soglia si trovava l’uomo che K. aveva visto prima in lontananza, si teneva all’architrave della bassa porta e dondolava un po’ sulla punta dei piedi, come uno spettatore impaziente. La ragazza però riconobbe per prima che la ragione del comportamento di K. era un lieve malessere, portò una sedia e chiese: "Non si vuole sedere?" K. si sedette subito e per appoggiarsi meglio posò i gomiti sulla spalliera. "Le gira un po’ la testa, non è vero?" gli domandò la ragazza. K. aveva ora il suo volto proprio davanti, aveva quell’espressione severa che hanno alcune donne nel momento più bello della loro giovinezza. "Non se ne preoccupi", disse la ragazza, "qui non è una cosa strana, quasi tutti si sentono male allo stesso modo quando vengono per la prima volta. E’ la prima volta che viene qui? E allora, non è niente di strano. Il sole batte proprio qui sul tetto, e il legno, scaldandosi, rende l’aria così umida e pesante. Per quanti altri vantaggi offra, il posto non è quindi molto adatto ad uso ufficio. Ma per quanto riguarda l’aria, nei giorni di gran traffico delle parti in causa - e quasi ogni giorno è così - l’aria non è quasi più respirabile. Se poi pensa che oltre a ciò c’è qui anche molta biancheria stesa ad asciugare - non lo si può proibire del tutto agli inquilini del palazzo - allora non si stupirà più di essersi sentito un po’ male. Ma alla fine, ci si abitua molto bene all’aria. Se lei tornerà una seconda o una terza volta, non si accorgerà nemmeno più di quest’aria opprimente. Si sente già un po’ meglio, ora?" K. non rispose, gli risultava penoso essere qui nelle mani di questa gente per la sua improvvisa debolezza, e poi ora che sapeva le cause del suo malessere non stava affatto meglio, ma anzi un po’ peggio. La ragazza se ne accorse subito, per dare ristoro a K. prese un bastone uncinato che era appoggiato al muro e con quello aprì un piccolo oblò situato proprio sopra K. e che dava all’esterno. Ma ne cadde tanta fuliggine, che la ragazza fu costretta a richiudere subito l’oblò e pulire la mano di K. dalla fuliggine con il proprio fazzoletto, dato che K. era troppo stanco per farlo da sé. Avrebbe preferito rimanere seduto qui tranquillo finché si fosse ripreso abbastanza per andarsene, ma questo sarebbe successo tanto prima, quanto meno si fossero occupati di lui. Ora però la ragazza aggiunse: "Lei non può rimanere qui, disturbiamo il traffico" - K. chiese con lo sguardo a quale traffico si riferisse - "Se vuole, la porterò in infermeria. Mi aiuti, la prego" disse poi rivolta all’uomo sulla porta, che si avvicinò subito. Ma K. non voleva andare in infermeria, quel che voleva evitare era proprio di essere condotto più avanti, più avanzava e peggio si sarebbe sentito. "Ora posso andare", disse perciò e si alzò in piedi tremando, abituato com’era alla comodità della sedia. Ma poi non riuscì a mantenersi in piedi. "Non va", disse scuotendo la testa, e con un sospiro si rimise a sedere. Si ricordò dell’usciere, che avrebbe potuto malgrado tutto portarlo facilmente fuori, ma quello sembrava essersene andato da un pezzo, K. guardò attraverso la ragazza e l’uomo che stavano davanti a lui, ma l’usciere non riuscì a trovarlo.

"Io credo", disse l’uomo, che per il resto era vestito con eleganza e soprattutto colpiva l’attenzione per un gilè grigio che finiva con due lunghe punte tagliate ad angolo acuto, "io credo che il malessere del signore sia dovuto all’atmosfera di qui, e che perciò la cosa migliore, e anche quella a lui preferita, sarebbe non di portarlo in infermeria, ma in generale fuori delle cancellerie." "E’ proprio così", esclamò K., quasi interrompendo l’uomo per la gioia, "mi sentirò subito meglio, e poi io non sono affatto così debole, ho solo bisogno di un po’ di appoggio sotto le braccia, non vi darò molto fastidio, e poi non è una strada lunga, portatemi solo fino alla porta, lì mi siederò un po’ sullo scalino e starò subito meglio, in effetti non vado soggetto a simili attacchi, ne sono stupito io stesso. Anch’io sono impiegato e abituato all’aria degli uffici, ma qui è troppo dura, lo dite voi stessi. Quindi fatemi la cortesia di guidarmi un po’, difatti mi gira la testa e mi sento male a stare in piedi da solo." E alzò le spalle per facilitare ai due il compito di afferrarlo sotto le braccia.

Ma l’uomo non seguì l’invito, invece tenne tranquillo le mani in tasca e rise forte. "Vede", disse, rivolto alla ragazza, "ci avevo indovinato. E’ solo in questo posto che il signore sta male, non in generale." Anche la ragazza sorrise, ma diede all’uomo un colpetto sul braccio con la punta delle dita, come per rimproverarlo di essersi permesso uno scherzo troppo pesante nei confronti di K. "Ma cosa le viene in mente", disse l’uomo mentre rideva ancora, "naturalmente porterò fuori il signore." "Allora va bene", disse la ragazza, piegando per un attimo il capo grazioso. "Non dia troppa importanza a queste risate", disse la ragazza a K., che, ritornato triste, guardava fisso davanti a sé e non sembrava aver bisogno di spiegazioni, "questo signore - posso presentarla?" (il signore, con un movimento della mano, ne diede il permesso) "- questo signore dunque è l’addetto alle informazioni. Dà alle parti in attesa tutte le informazioni di cui hanno bisogno, e siccome la nostra giustizia non è molto conosciuta dalla gente, le informazioni necessarie sono molte. Per ogni domanda ha una risposta, lei stesso può sperimentarlo se gliene viene la voglia. Ma questo non è il suo unico pregio, il suo secondo è l’abbigliamento elegante. Noi, e cioè gli impiegati, abbiamo pensato un tempo che l’addetto alle informazioni, che è sempre in contatto con le parti in causa e ha con loro il primo contatto, dovesse essere vestito con eleganza, perché è importante che la prima impressione sia dignitosa. Come lei può vedere anche in me, noi altri siamo purtroppo vestiti assai male e all’antica; d’altra parte non ha neppure molto senso spendere per l’abbigliamento, dato che stiamo nelle cancellerie quasi senza interruzione, e ci dormiamo anche. Ma per quanto riguarda l’addetto alle informazioni, abbiamo ritenuto che un buon vestito fosse opportuno. Siccome però non lo si poteva acquistare tramite la nostra amministrazione, che da questo punto di vista è un po’ strana, abbiamo fatto una colletta - cui hanno partecipato anche le parti in causa - e gli abbiamo comprato questo bel vestito, e anche altri. Ora tutto sarebbe a posto per fare una buona impressione, ma con le sue risate lui rovina di nuovo ogni cosa, e spaventa la gente." "E’ così", disse l’uomo sarcastico, "ma non capisco proprio, signorina, perché racconta tutte le nostre cose intime a questo signore, o per dir meglio gliele impone, dato che certo non gli importa di conoscerle. Guardi come se ne sta lì seduto, evidentemente alle prese con gli affari suoi." K. non aveva neppure voglia di rispondere, l’opinione della ragazza poteva anche passare per buona, forse aveva lo scopo di distrarlo o dargli la possibilità di riprendersi, ma l’espediente era fallito. "Dovevo spiegargli perché lei ride", disse la ragazza. "Era proprio offensivo." "Ritengo che perdonerebbe offese anche peggiori se finalmente mi decidessi a portarlo fuori." K. non disse nulla, non alzò neppure lo sguardo, sopportò che i due parlassero di lui come di una cosa inanimata, e anzi era ciò che preferiva. Ma ad un tratto sentì sotto un braccio la mano dell’addetto alle informazioni e sotto l’altro la mano della ragazza. "Allora, forza, deboluccio!", disse l’addetto alle informazioni. "Vi ringrazio molto tutti e due", disse K. piacevolmente sorpreso, si alzò lentamente e portò lui stesso le mani estranee nei punti dove aveva bisogno di maggior appoggio. "Potrebbe sembrare", disse piano la ragazza nell’orecchio di K. mentre si avvicinavano al corridoio, "che mi stia particolarmente a cuore mettere in buona luce l’addetto alle informazioni, ma, mi creda, io voglio solo dire la verità. Non ha un cuore cattivo. Non è tenuto ad accompagnare fuori le parti in causa quando si sentono male, e tuttavia, come lei vede, lo fa. Forse nessuno di noi è cattivo, forse tutti noi daremmo volentieri una mano, ma in quanto impiegati del tribunale diamo facilmente l’impressione di avere un cuore duro. E questo a me dispiace proprio." "Non vuole sedersi un po’ qui", chiese l’addetto alle informazioni, erano già nel corridoio, e proprio davanti all’imputato cui prima K. aveva rivolto la parola. Davanti a lui K. provò quasi vergogna, prima stava così dritto davanti a lui e ora dovevano sorreggerlo in due, l’addetto alle informazioni dondolava il cappello di K. sulle dita divaricate, i capelli erano spettinati e gli ricadevano sulla fronte sudata. Ma l’imputato non sembrò accorgersi di nulla, stava umile in piedi davanti all’addetto alle informazioni che passò con lo sguardo oltre di lui, e cercava soltanto di far perdonare la propria presenza. "Lo so", disse, "che oggi non è ancora possibile che la mia pratica sia stata sbrigata, ma sono venuto lo stesso, ho pensato che potrei aspettare qui, è domenica, ho tempo e qui non do noia a nessuno." "Lei non deve scusarsi tanto", disse l’addetto alle informazioni, "il suo zelo è certo degno di lode, è vero che lei qui occupa posto inutilmente, ma ciononostante, finché la cosa non mi dà fastidio, non voglio impedirle di seguire con scrupolo il corso della sua questione. Quando si è conosciuta gente che trascura il proprio dovere in modo scandaloso si impara ad avere pazienza con gente come lei. Si sieda pure." "Com’è in gamba a parlare con le parti", sussurrò la ragazza. K. fece un cenno con il capo, ma trasalì subito quando l’addetto alle informazioni gli chiese di nuovo: "Non vuole sedersi qui?" "No", disse K., "non voglio riposarmi." Disse questo con la massima determinazione, ma in realtà sedersi gli avrebbe fatto molto bene; aveva come il mal di mare. Gli sembrava di essere su una nave che viaggiasse fra le onde alte. Era come se l’acqua si scagliasse contro le pareti di legno, come se dal fondo del corridoio venisse un brusio di acque sconvolte, il corridoio si dondolasse obliquamente e i partiti in attesa si alzassero e si abbassassero ai due lati. Tanto più incomprensibile era la calma della ragazza e dell’uomo che lo conducevano. Era nelle loro mani, se lo avessero lasciato sarebbe certo cascato come un asse di legno. Dai loro piccoli occhi lanciavano qua e là sguardi taglienti; K. percepiva i loro passi monotoni senza poterli assecondare, perché veniva quasi trascinato di passo in passo. Alla fine si rese conto che gli stavano parlando, ma non li capiva, sentiva solo un rumore che copriva ogni cosa e attraverso questo sembrava risuonare un suono acuto e uniforme come quello di una sirena. "Più forte", sussurrò a capo chino, e provò vergogna, perché sapeva che avevano parlato abbastanza forte, anche se in modo per lui incomprensibile. Allora finalmente, come se la parete davanti a lui si fosse squarciata, gli venne incontro un soffio d’aria fresca e sentì dire vicino a sé: "Prima se ne vuole andare, poi, per quanto gli si dica cento volte che questa è l’uscita, non si muove." K. si rese conto di trovarsi davanti alla porta d’uscita, che la ragazza aveva aperto. Gli sembrò che tutte le sue forze gli tornassero in un attimo, e per avere un anticipo di libertà passò subito su un gradino della scala e da lì salutò i suoi accompagnatori, che gli fecero un inchino. "Molte grazie", ripeté, strinse ripetutamente a entrambi la mano e smise solo quando gli parve di vedere che i due, abituati all’aria delle cancellerie, sopportavano male l’aria relativamente fresca che veniva dalla scala. Risposero appena, e forse la ragazza sarebbe venuta meno se K. non avesse richiuso la porta il più rapidamente possibile. K. allora rimase in silenzio ancora un attimo, si risistemò i capelli con l’aiuto di uno specchietto da tasca, tirò su il suo cappello che si trovava su un pianerottolo della scala - evidentemente l’addetto alle informazioni lo aveva lanciato via - e scese di corsa le scale con tanta scioltezza e a salti così lunghi che lui stesso quasi si spaventò di un cambiamento tanto improvviso. La sua salute, per il resto così salda, non gli aveva mai dato simili sorprese. Forse che il suo corpo voleva fare la rivoluzione e preparargli un processo nuovo per il fatto che sosteneva così agevolmente quello vecchio? Non scartò del tutto il pensiero di andare alla prima occasione da un medico, ma in ogni caso - e qui poteva curarsi da solo - intendeva trascorrere tutte le prossime mattine della domenica in modo migliore di come aveva trascorso questa.


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi