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2017/10/20 - 07:04

Il commerciante Block. Licenziamento dell'avvocato

Alla fine K. si era deciso a togliere la delega all’avvocato. I dubbi sulla giustezza di una simile azione non si potevano eliminare, ma prevalse la convinzione che essa fosse necessaria. La decisione gli aveva sottratto molta capacità di lavoro nella giornata in cui voleva andare dall’avvocato, lavorava in modo particolarmente lento, dovette rimanere in ufficio a lungo ed erano già passate le dieci quando fu finalmente davanti alla porta dell’avvocato. Fino a un momento prima di suonare si chiese se non sarebbe stato meglio licenziare l’avvocato per telefono o per lettera, il colloquio di persona sarebbe stato certamente assai penoso. Tuttavia alla fine K. non ci volle rinunciare, in ogni altro modo il licenziamento sarebbe stato accolto in silenzio o con qualche frase di circostanza, e se Leni non avesse potuto scoprire qualcosa K. non avrebbe mai saputo come l’avvocato aveva preso il licenziamento e quali conseguenze esso avrebbe avuto secondo la sua opinione, opinione che non era poco importante. Ma standogli seduto di fronte, colto di sorpresa dal licenziamento, anche se l’avvocato non si fosse fatto sfuggire nulla K. avrebbe potuto facilmente capire tutto quel che voleva dal suo volto e dai suoi gesti. Non era neppure escluso per K. di poter essere convinto a lasciare la difesa all’avvocato e quindi revocarne il licenziamento.

Come al solito, il primo suono di campanello alla porta dell’avvocato non ebbe successo. "Leni potrebbe anche essere più svelta", pensò K. Ma era già un vantaggio se non si immischiava come al solito l’altro inquilino, che cominciasse a disturbare l’uomo in pigiama o chiunque altro. Premendo una seconda volta il campanello, K. si voltò a guardare l’altra porta, ma stavolta rimase chiusa anche quella. Alla fine allo sportellino della porta dell’avvocato comparvero due occhi, ma non erano gli occhi di Leni. Qualcuno aprì la porta, ma ancora per un attimo la tenne accostata, gridò all’interno: "E’ lui", e solo dopo la aprì completamente. K. si era appoggiato contro la porta perché sentiva dietro di sé che qualcuno girava in fretta la serratura alla porta dell’altro appartamento. Perciò quando alla fine la porta gli si aprì davanti, K. entrò come un turbine in anticamera e fece ancora in tempo a vedere Leni, cui era destinato l’avvertimento di chi aveva aperto la porta, che correva via, in camicetta, lungo il corridoio che divideva le stanze. Rimase a guardare per un po’, quindi si voltò verso la persona che aveva aperto. Era un omino secco con la barba che teneva in mano una candela. "Lei è impiegato qui?" chiese K. "No", rispose l’uomo, "sono un estraneo qui, l’avvocato è solo il mio difensore, sono qui per una questione legale." "Senza giacca?" chiese K. indicando con un movimento della mano l’abbigliamento incompleto dell’uomo. "Ah, mi scusi", disse l’uomo illuminandosi con la candela, come se si accorgesse solo ora del suo stato. "Leni è la sua amante?" chiese conciso K. Aveva allargato un po’ le gambe e teneva le mani, che reggevano il cappello, intrecciate dietro la schiena. Già per il fatto di avere un cappotto pesante si sentiva molto superiore a quell’uomo magro e piccoletto. "Oh Dio", disse quello, alzando una mano davanti alla faccia come per negare spaventato, "no, no, cosa le salta in mente?" "Lei sembra degno di fede", disse K. con un sorriso, "tuttavia - venga." Gli fece cenno con il cappello e lo fece andare avanti. "Come si chiama dunque?" chiese K. mentre andavano. "Block, commerciante Block", disse il piccoletto e a questa presentazione si voltò verso K., ma K. non lasciò che si fermasse. "E’ il suo vero nome?" chiese K. "Certo", fu la risposta, "perché le viene il dubbio?" "Ho pensato che lei potrebbe avere dei motivi per nascondere la sua identità" disse K. Si sentiva libero come lo si può essere quando in un paese straniero si parla con gente inferiore tacendo tutto ciò che riguarda se stessi e chiacchierando con indifferenza solo dei fatti dell’altro, come alzandoli con questo davanti a sé ma potendo, all’occorrenza, lasciarli anche cadere. Giunto alla porta dello studio dell’avvocato K. si fermò, la aprì e gridò al commerciante, che ubbidiente aveva proseguito: "Non tanta fretta! Faccia luce qui." K. pensava che Leni potesse essersi nascosta qui, fece cercare il commerciante in ogni angolo, ma la stanza era vuota. Davanti al quadro del giudice K. trattenne il commerciante da dietro per le bretelle. "Lo conosce?" chiese alzando l’indice verso l’alto. Il commerciante alzò la candela, guardò in alto stringendo gli occhi e disse: "E’ un giudice." "Un giudice di alto grado?" chiese K., e si mise di lato davanti al commerciante per vedere l’effetto che il quadro faceva su di lui. Il commerciante guardò in su con ammirazione. "E’ un giudice di alto grado", disse. "Lei non se ne intende molto", disse K. "Fra i giudici istruttori di basso grado, questo è il più in basso." "Ora mi ricordo", disse il commerciante abbassando la candela, "lo avevo anche già sentito dire." "Ma naturale", esclamò K., "dimenticavo, naturalmente lei deve averlo già sentito dire." "Ma perché poi, perché?" chiese il commerciante mentre si spostava da lì spinto da K. con le mani. Nel corridoio K. disse: "Allora, lei sa dove si è nascosta Leni?" "Nascosta?" disse il commerciante, "no, ma dovrebbe essere in cucina a fare una minestra all’avvocato." "E perché non lo ha detto subito?" chiese K. "Io ce la volevo portare, ma lei mi ha richiamato indietro", rispose il commerciante, come confuso dagli ordini contraddittori. "Lei si crede di essere molto furbo", disse K., "mi ci porti allora!" K. non era ancora mai stato in cucina, era sorprendentemente grande e arredata con sfarzo. Già il camino era tre volte più grande del normale, per il resto non si potevano vedere i particolari, perché in questo momento la cucina era illuminata solo da una piccola lampadina appesa all’ingresso. Al camino c’era Leni, in grembiule bianco come al solito, e stava rompendo uova in un tegame posto su un fornello a spirito. "Buona sera Josef", disse lanciando uno sguardo di lato. "Buona sera" disse K., e con una mano indicò una sedia posta in disparte su cui doveva sedersi il commerciante, cosa che quest’ultimo fece. K. invece si accostò dietro Leni, si curvò sulla sua spalla e chiese: "Chi è quell’uomo?" Leni abbracciò K. con una mano mentre con l’altra continuava a girare la minestra, se lo tirò davanti e disse: "E’ uno da compatire, un povero commerciante, un certo Block. Ma guardalo." Si voltarono entrambi a guardare. Il commerciante se ne stava seduto sulla sedia che K. gli aveva destinato, con un soffio aveva spento la candela, la cui luce era ora inutile, e con le dita schiacciava il lucignolo per impedire il fumo. "Eri in camicetta", disse K. e con la mano le girò di nuovo il volto verso il camino. Lei tacque. "E’ il tuo amante?" chiese K. Lei voleva prendere la pentola, ma K. le afferrò entrambe le mani e disse: "Rispondimi!" Lei disse: "Vieni nello studio, ti spiegherò tutto." "No", disse K., "voglio che tu me lo spieghi qui." Lei gli si aggrappò e lo voleva baciare, ma K. la respinse e disse: "Non voglio che tu mi baci ora" "Josef", disse Leni e guardò K. negli occhi, implorante ma sincera, "non sarai davvero geloso del signor Block. Rudi", disse poi rivolgendosi al commerciante, "vienimi in aiuto, guarda, hanno dei sospetti su di me, lascia stare la candela." Si poteva pensare che non fosse stato a sentire, invece era tutto intento. "Nemmeno io saprei perché lei dovrebbe essere geloso", disse con poca prontezza. "A dire il vero non lo so neppure io", disse K. e guardò il commerciante con un sorriso. Leni rise forte, sfruttò la distrazione di K. per prenderlo a braccetto e sussurrò: "Lascialo perdere ora, non lo vedi che razza di uomo è. Mi sono presa un po’ cura di lui perché è un importante cliente dell’avvocato, per nessun’altra ragione. E tu? Vuoi parlare con l’avvocato proprio oggi? Oggi è molto malato, ma se vuoi ti annuncio. Stanotte però resti con me, questo è sicuro. E’ già un po’ che non vieni da noi, anche l’avvocato ha chiesto di te. Non trascurare il processo! Anch’io ho da comunicarti alcune cose che sono venuta a sapere. Ma ora, per prima cosa togliti il mantello!" Lo aiutò a toglierselo, gli prese il cappello, corse coi vestiti in anticamera ad appenderli, quindi di corsa tornò indietro ed esaminò la minestra. "Devo prima annunciarti o prima gli porto la minestra?" "Prima annunciami", disse K. Era in collera, da principio aveva avuto l’intenzione di discutere con Leni la sua faccenda e soprattutto i suoi dubbi a proposito del licenziamento, ma poi la presenza del commerciante gliene aveva fatto passare la voglia. Ora però la sua questione gli sembrava troppo importante perché questo piccolo commerciante potesse influenzarla in maniera decisiva, e così chiamò indietro Leni, che si trovava già nel corridoio. "Portagli prima la minestra", disse, "deve rinforzarsi per il colloquio con me, ne avrà bisogno." "Anche lei è un cliente dell’avvocato", disse piano dal suo angolo il commerciante, come di una cosa stabilita. La sua frase però non fu accolta bene. "E a lei che importa?" disse K., e Leni disse: "Vuoi stare zitto." "Allora per prima cosa gli porto la minestra" disse Leni e versò la minestra in un piatto. "L’unico timore è che dopo si addormenti, dopo mangiato si addormenta alla svelta." "Quel che gli dirò lo terrà sveglio", disse K., in ogni momento voleva lasciar trapelare che intendeva trattare con l’avvocato qualcosa di importante, voleva che Leni gli chiedesse di cosa si trattava, e solo allora le avrebbe chiesto consiglio. Ma lei si limitava a eseguire minuziosamente gli ordini espressi. Passandogli vicino con la tazza lo urtò piano e con intenzione, sussurrando: "Appena ha mangiato la minestra ti annuncio subito, così ti ho indietro di nuovo il più presto possibile." "Vai ora", disse K., "vai." "Sii più gentile, però", disse lei, e sulla soglia si girò ancora una volta.

K. rimase a guardare verso di lei; ora la decisione di licenziare l’avvocato era definitiva, ed era anche meglio che non avesse avuto la possibilità di parlarne prima con Leni; non aveva una sufficiente visione complessiva delle cose, lo avrebbe certamente sconsigliato, forse sarebbe anche riuscita, per questa volta, a trattenere veramente K. dal licenziamento, lui sarebbe rimasto ancora nel dubbio e nell’inquietudine e alla fine, dopo un po’ di tempo, avrebbe comunque portato a termine la sua decisione, perché era veramente una questione di forza maggiore. Quanto prima veniva eseguita, tanto maggiore era il danno evitato. D’altronde, forse il commerciante avrebbe avuto qualcosa da dire al proposito.

K. si voltò, e non appena il commerciante se ne accorse voleva alzarsi in piedi. "Resti seduto", disse K. e si avvicinò a lui con una sedia. "Lei è già un vecchio cliente dell’avvocato?" "Sì", disse il commerciante, "un cliente molto vecchio." "Da quanti anni la difende?" "Non so cosa intende", disse il commerciante, "in questioni commerciali - io ho un commercio di granaglie - l’avvocato mi difende da quando ho il commercio, cioè da circa vent’anni; e anche nel mio processo, al quale forse si riferisce, mi difende fin dall’inizio, e sono già più di cinque anni. Sì, molto più di cinque anni" aggiunse poi tirando fuori un vecchio portafoglio, "ho scritto tutto qui, se vuole le dico le date precise. E’ difficile ricordarsi tutto. Forse il mio processo dura da molto più tempo, è cominciato poco dopo la morte di mia moglie, e questo è avvenuto più di cinque anni e mezzo fa." K. gli si fece più vicino. "Allora l’avvocato si occupa anche di giurisprudenza ordinaria?" chiese. Questa associazione di tribunale e scienze giuridiche gli sembrava straordinariamente tranquillizzante. "Certamente", disse il commerciante e sussurrò poi a K.: "Si dice addirittura che in queste faccende giuridiche sia più abile che nelle altre." Ma poi sembrò pentirsi di quel che aveva detto, mise a K. una mano sulla spalla e disse: "La scongiuro, non mi tradisca." Per tranquillizzarlo K. gli diede un colpetto sulla coscia e disse: "No, non sono un traditore." "In effetti, l’avvocato è vendicativo", disse il commerciante. "Certamente non farà nulla contro un cliente tanto fedele", disse K. "Oh, non è così", disse il commerciante, "Quando si agita non fa più distinzioni, e poi non è proprio vero che io gli sono fedele." "Cosa intende?" chiese K. "Posso fidarmi a dirglielo?" chiese dubbioso il commerciante. "Penso che lei possa", disse K. "Allora", disse il commerciante, "io glielo confiderò in parte, anche lei però deve dirmi un segreto, in modo che possiamo tenerci in pugno a vicenda di fronte all’avvocato." "Lei è molto prudente", disse K., "ma io le confiderò un segreto che la tranquillizzerà completamente. In che consiste dunque la sua infedeltà nei confronti dell’avvocato?" "Oltre a lui", disse il commerciante esitante e come se confessasse qualcosa di infamante, "oltre a lui ho anche altri avvocati." "Non è una cosa tanto grave", disse K. un po’ deluso. "In questo caso sì", disse il commerciante, che dopo la sua confessione respirava ancora a malapena, ma che aveva ripreso un po’ di fiducia dopo l’osservazione di K. "Non è permesso. E tanto meno è permesso prendere, oltre a un cosiddetto avvocato, anche degli azzeccagarbugli. E proprio questo è quello che ho fatto io, oltre a lui ho cinque azzeccagarbugli." "Cinque!" esclamò K., solo il numero lo riempiva di stupore, "cinque avvocati oltre a questo?" Il commerciante fece cenno di sì: "Proprio ora sono in trattative con un sesto." "Ma a cosa le servono tanti avvocati?", chiese K. "Mi servono tutti", disse il commerciante. "Non me lo vorrebbe spiegare?" "Volentieri", disse il commerciante. "Prima di tutto non voglio perdere il mio processo, questo va da sé. Di conseguenza non posso tralasciare nulla di ciò che potrebbe essermi utile; anche quando in un dato caso la speranza che mi sia utile è limitata, non posso tuttavia trascurarla. Perciò ho impiegato nel processo tutto quel che possiedo. Così, per esempio, ho sottratto tutto il mio denaro alla mia attività commerciale, prima gli uffici del mio negozio occupavano quasi un pianerottolo, ora basta una stanzetta sul retro, dove lavoro con un apprendista. Questo arretramento è dovuto naturalmente non solo al decrescere del mio patrimonio, ma anche e soprattutto al decrescere della mia energia lavorativa. Se si vuole fare qualcosa per il proprio processo, non ci si può occupare molto del resto." "Allora lei lavora in prima persona in tribunale?" chiese K. "Proprio di questo vorrei sapere qualcosa." "Non saprei dirne molto", disse il commerciante, "all’inizio ci ho anche provato, ma ho rinunciato presto. E’ troppo stancante, e non porta molto successo. Lavorare lì e intanto negoziare, questo si è dimostrato del tutto impossibile, almeno per me. Già star lì seduto e aspettare è una grossa tensione. Lei stesso conosce certamente l’aria pesante delle cancellerie." "Come fa a sapere che ci sono stato?" chiese K. "Ero nella sala d’aspetto proprio mentre lei ci passava." "Che coincidenza!" esclamò K. tutto assorto e dimenticando completamente di aver prima giudicato ridicolo il commerciante, "allora lei mi ha visto! Lei era nella sala d’aspetto quando sono passato. In effetti sono stato lì una volta." "Non è una gran coincidenza", disse il commerciante, "sono lì quasi ogni giorno." "E’ probabile che ora anch’io debba andarci più spesso", disse K., "solo, non sarò più accolto con tanto onore come quella volta. Tutti si sono alzati in piedi. Evidentemente pensavano che io fossi un giudice." "No", disse il commerciante, "noi salutavamo l’usciere del tribunale. Che lei fosse un imputato lo sapevamo. Notizie del genere si diffondono molto alla svelta." "Dunque lei lo sapeva già", disse K., "ma allora il mio modo di fare deve forse esserle sembrato superbo. Non se ne è parlato?" "No", disse il commerciante, "al contrario. Ma queste sono stupidaggini." "Quali stupidaggini?" chiese K. "Perché lo chiede?" disse il commerciante in collera, "Si direbbe che lei non conosca quella gente e forse intenderebbe male. Lei deve pensare che in questo tipo di procedimenti vengono continuamente fuori molte cose per le quali la ragione non basta più, si è semplicemente troppo stanchi e troppo sviati per molte cose e in mancanza di meglio ci si appoggia alle superstizioni. Parlo degli altri, ma io stesso non sono migliore di loro. Una di queste superstizioni ad esempio dice che molti potrebbero riconoscere dal volto dell’imputato, e in particolare dal contorno delle sue labbra, come andrà a finire il suo processo. Questa gente dunque affermava che, a giudicare dalle sue labbra, lei sarà condannato con certezza e in breve tempo. Ripeto, è una superstizione ridicola e anche, nella maggior parte dei casi, contraddetta dai fatti, ma vivendo in quella compagnia è difficile sottrarsi a opinioni del genere. Pensi quanto può essere forte una simile superstizione. Lei laggiù ha rivolto la parola a una persona, non è vero? Lui però le ha potuto appena rispondere. Ci sono naturalmente molti motivi laggiù per essere confusi, uno di questi però è stato il vedere le sue labbra. Più tardi costui ha raccontato di aver creduto di vedere sulle sue labbra anche il segno della propria condanna." "Le mie labbra?" chiese K., estrasse dalla tasca uno specchietto e si osservò. "Non riesco a vedere niente di particolare nelle mie labbra. E lei?" "Neppure io", disse il commerciante, "proprio niente di particolare." "Quanto è superstiziosa questa gente, però", esclamò K. "Non glielo avevo detto?" "Hanno dunque così tanti rapporti fra loro, e si scambiano le loro opinioni?" disse K. "Finora io mi sono tenuto completamente in disparte." "In generale non hanno rapporti fra loro", disse il commerciante, "non sarebbe una cosa possibile, sono talmente tanti. E poi ci sono pochi interessi comuni. Quando a volte in un gruppo emerge un interesse comune, questo si rivela presto un errore. Non c’è niente che si possa intraprendere in comune contro il tribunale. Ogni caso viene indagato a parte, è certo il tribunale più coscienzioso che ci sia. Quindi non c’è niente che si possa fare in comune, solo un singolo a volte raggiunge qualcosa in segreto; solo quando ciò sia raggiunto lo vengono a sapere gli altri; nessuno sa come sia avvenuto. Dunque non c’è nessuna comunanza, certo ci si incontra ogni tanto nelle sale d’attesa, ma lì si parla poco. Le superstizioni ci sono da sempre, e si moltiplicano letteralmente da sole." "Ho visto quei signori lì in sala d’attesa", disse K., "la loro attesa mi sembrava così inutile." "L’attesa non è inutile", disse il commerciante, "inutile è soltanto l’iniziativa autonoma. Le ho già detto che oltre a questo ho altri cinque avvocati. Si potrebbe credere - io stesso lo credevo da principio - che ora potrei affidare la cosa completamente a loro. Ma sarebbe del tutto sbagliato. Le possibilità di affidarla sono meno che se ne avessi uno solo. Ma forse lei questo non lo capisce?" "No", disse K., e per impedire al commerciante di parlare così veloce mise una mano su quella di lui, come per tranquillizzarlo, "vorrei solo pregarla di parlare un po’ più lentamente, per me sono evidentemente cose di grandissima importanza, e non riesco a seguirla a fondo." "Fa bene a ricordarmelo", disse il commerciante, "Lei è certo un novizio, un giovane. Il suo processo dura da sei mesi, non è vero? Sì, l’ho sentito dire. Un processo così giovane! Io invece ho riflettuto già infinite volte su queste cose, e mi sembrano la cosa più evidente del mondo." "Lei sembra contento che il suo processo sia già così avanti, non è vero?" chiese K., voleva evitare di chiedere direttamente come fosse la situazione del commerciante. Però così facendo neppure ebbe una risposta chiara. "Sì, ho tirato avanti il mio processo per cinque anni", disse il commerciante chinando il capo, "non è cosa da poco." Poi tacque un attimo. K. rimase a sentire se per caso Leni tornava. Da un lato non voleva che tornasse, perché aveva ancora molte cose da chiedere e poi non voleva essere sorpreso da Leni in un colloquio così confidenziale con il commerciante; d’altro lato lo metteva in collera che, malgrado lui fosse presente, Leni si intrattenesse così a lungo con l’avvocato, molto più a lungo di quanto era necessario a dargli la minestra. "Mi ricordo ancora di preciso il tempo", disse il commerciante, e K. fu subito tutto attento, "quando il mio processo era giovane come il suo. A quei tempi avevo solo questo avvocato, ma non ne ero molto contento." "E’ la volta che vengo a sapere tutto", pensò K. e fece un vivace cenno con il capo, come se con questo potesse incoraggiare il commerciante a dire tutto ciò che valeva la pena di sapere. "Il mio processo", continuò il commerciante, "non andava avanti, certo avevano luogo degli interrogatori, io mi presentavo sempre, raccoglievo materiale, presentai tutti i miei registri commerciali al tribunale, cosa che, come venni a sapere in seguito, non era neppure necessaria, correvo in continuazione dall’avvocato, e lui presentava diversi ricorsi..." "Diversi ricorsi?" chiese K. "Sì, certo", disse il commerciante. "Questo è molto importante per me", disse K., "nel mio caso sta ancora lavorando al primo ricorso. Non ha ancora fatto nulla. Ora mi rendo conto che mi trascura in modo scandaloso." "Possono esserci ragioni giustificate perché il ricorso non sia ancora pronto", disse il commerciante. "E poi si è visto in seguito che i miei ricorsi erano tutti privi di valore. Grazie alla cortesia di un funzionario, ne ho addirittura letto uno io stesso; era certo molto erudito, ma in fin dei conti privo di contenuto. Prima di tutto c’era dentro moltissimo latino, lingua che io non conosco, poi pagine e pagine di invocazioni generiche al tribunale, poi complimenti a singoli e determinati funzionari, che non venivano nominati ma che un iniziato doveva certo identificare, poi autoelogi dell’avvocato, nei quali si umiliava davanti al tribunale proprio come un cane, e infine ricerche di vecchi casi giudiziari che dovevano essere simili al mio. Queste ricerche, per quel che potevo seguirle, erano fatte molto scrupolosamente. Con tutto ciò non voglio affatto esprimere un giudizio sull’operato dell’avvocato, e poi il ricorso che io ho letto era solo uno fra i tanti, in ogni caso però, ed è questo che voglio dire, a quei tempi nel mio processo non riuscivo a vedere alcun progresso." "E che tipo di progresso avrebbe voluto vedere?" chiese K. "La sua è una domanda molto ragionevole", disse sorridendo il commerciante, "in questo tipo di procedimenti è molto raro vedere dei progressi. Ma a quei tempi non lo sapevo. Io sono un commerciante e a quei tempi lo ero ancor più di oggi, volevo avere progressi tangibili, tutta la faccenda doveva arrivare alla fine o per lo meno imboccare una regolare salita. Invece c’erano solo interrogatori, per lo più sempre con lo stesso contenuto; avevo già pronte le risposte come una litania; più volte alla settimana mi venivano in negozio, in casa o dovunque mi trovassero dei messaggeri del tribunale, cosa che naturalmente dava fastidio (oggi, per lo meno da questo punto di vista, va molto meglio, la convocazione telefonica disturba molto meno), fra i miei corrispondenti, ma soprattutto fra i miei parenti, cominciarono a diffondersi voci del mio processo, ci furono quindi danni da ogni parte, ma non si vedeva il minimo indizio che si stesse avvicinando la data anche solo del primo dibattimento. Perciò andai dall’avvocato a lamentarmi. Lui mi diede sì dei lunghi chiarimenti, ma si rifiutò con decisione di far qualcosa secondo le mie intenzioni, nessuno poteva influire sulla data del dibattimento e cercare di affrettarla in un ricorso - come io desideravo - era semplicemente inaudito e avrebbe rovinato me e lui insieme. Io pensai: ciò che questo avvocato non vuole o non può, lo vorrà e lo potrà un altro. Così mi guardai intorno alla ricerca di un altro avvocato. Voglio anticiparlo subito: nessuno ha chiesto di stabilire la data del dibattimento né si è dato da fare per ottenerla, se si prescinde da una considerazione di cui dirò poi è una cosa realmente impossibile, su questo punto quindi l’avvocato non mi ha ingannato; per il resto però non ho dovuto pentirmi di essermi rivolto ad altri avvocati. Certo il dottor Huld le avrà già detto qualcosa degli azzeccagarbugli, è probabile che glieli abbia presentati come gente degna del massimo disprezzo, e lo è veramente. Però, quando parla di loro confrontandoli con se stesso e con i suoi colleghi, gli sfugge sempre un piccolo errore, su cui voglio attirare la sua attenzione, sia pure di passaggio. Per distinguerli, chiama sempre gli avvocati della sua cerchia i ‘grandi avvocati’. Ciò è sbagliato, naturalmente chiunque può chiamarsi ‘grande’ se lo vuole, in questo caso però è decisiva l’abitudine del tribunale. Secondo quest’ultima oltre agli azzeccagarbugli ci sono soltanto i piccoli e i grandi avvocati. Questo avvocato e i suoi colleghi però sono solo i piccoli avvocati, invece i grandi avvocati, di cui ho solo sentito parlare e che non ho mai veduto di persona, stanno al di sopra dei piccoli a una distanza incomparabilmente più grande di quanto i piccoli stiano al di sopra dei disprezzati azzeccagarbugli." "I grandi avvocati?" chiese K. "E chi sono? E come li si raggiunge?" "Dunque lei non ne ha mai sentito parlare", disse il commerciante. "Quasi non c’è imputato che, una volta che ne abbia sentito parlare, non sogni di loro per un certo tempo. E’ meglio che lei non si lasci allettare. Chi siano i grandi avvocati non lo so e giungere a loro è certo impossibile. Non conosco neppure un caso in cui si possa dire con certezza che siano intervenuti. Qualcuno lo difendono di certo, ma non lo si può ottenere di propria volontà, difendono solo quelli che vogliono loro. Certo però perché si occupino di una questione bisogna che questa abbia già superato il tribunale inferiore. Del resto è meglio non pensare a loro, altrimenti i colloqui con gli altri avvocati, i loro consigli e le loro prestazioni sembrano - e l’ho sperimentato io stesso - tanto ripugnanti e inutili, che viene voglia di lasciar perdere tutto, mettersi a letto in casa propria e non sentir parlare più di nulla. Anche questa però sarebbe naturalmente la cosa più stupida, neppure a letto si starebbe tranquilli a lungo." "A quei tempi dunque lei non ha pensato ai grandi avvocati?" chiese K. "Non a lungo", disse il commerciante sorridendo di nuovo, "dimenticarli del tutto purtroppo non è possibile, soprattutto la notte è propizia a pensieri del genere. Ma a quei tempi volevo dei successi immediati, e perciò mi rivolsi agli azzeccagarbugli."

"Come ve ne state seduti qui, vicini!" esclamò Leni che era tornata con la tazza e si era fermata sulla porta. E davvero erano seduti stretti l’uno all’altro, se avessero fatto il più piccolo movimento le loro teste si sarebbero scontrate, il commerciante, che già era piccolo e per di più teneva curva la schiena, aveva obbligato K. a piegarsi profondamente per sentire ogni cosa. "Ancora un momento", esclamò K. allontanando Leni con un gesto e scuotendo impaziente la mano che aveva tenuto per tutto il tempo sulla mano del commerciante. "Voleva che gli raccontassi del mio processo", disse il commerciante a Leni. "Racconta, racconta pure" disse lei. Parlava al commerciante con affetto ma anche con una certa condiscendenza, e questo non piaceva a K.; si era reso conto adesso che l’uomo aveva un certo valore, o per lo meno aveva fatto delle esperienze che sapeva ben comunicare. Probabilmente Leni lo giudicava ingiustamente. Ora con collera K. osservò come Leni togliesse di mano al commerciante la candela che questi aveva sorretto per tutto il tempo, come gli pulisse la mano col grembiule e si inginocchiasse poi vicino a lui per grattar via un po’ di cera che dalla candela gli era gocciolata sui calzoni. "Lei mi voleva dire degli azzeccagarbugli", disse K. spingendo via senza dire altro la mano di Leni. "Ma cosa vuoi?" domandò Leni, diede un colpetto a K. e proseguì il suo lavoro. "Sì, degli azzeccagarbugli", disse il commerciante e si passò una mano sulla fronte come se stesse riflettendo. K. per venirgli in aiuto disse: "Lei voleva dei successi immediati e così si è rivolto agli azzeccagarbugli." "Proprio così", disse il commerciante, ma non proseguì. "Forse non vuole parlarne davanti a Leni", pensò K., frenò la sua impazienza di sentire subito il resto e non insistette oltre.

"Mi hai annunciato?" chiese a Leni. "Naturalmente", rispose lei, "ti sta aspettando. Lascia perdere Block adesso, con Block puoi parlare anche più tardi, in fin dei conti resta qui." K. esitava ancora. "Lei resta qui?" chiese al commerciante, voleva che rispondesse in persona, non voleva che Leni parlasse del commerciante come di un assente, oggi K. era pieno di collera segreta contro Leni. E di nuovo fu solo Leni a rispondere: "Dorme spesso qui". "Dorme qui?" esclamò K., aveva pensato che il commerciante avrebbe potuto rimanere qui ad aspettarlo mentre lui sbrigava rapidamente il suo colloquio con l’avvocato, e che poi avrebbero potuto andarsene insieme e discutere il tutto a fondo e senza interruzioni. "Sì", disse Leni, "a differenza di te, Josef, non tutti vengono ammessi dall’avvocato all’ora che vogliono. Sembra addirittura che tu non ti meravigli nemmeno se l’avvocato, malgrado la sua malattia, ti riceve alle undici di sera. Tu consideri troppo come una cosa scontata ciò che i tuoi amici fanno per te. Ebbene, i tuoi amici, o per lo meno io, lo facciamo volentieri. Non voglio e non ho bisogno di altri ringraziamenti se non che tu mi voglia bene." "Voler bene?" pensò K. in un primo momento, solo dopo gli passò per la testa il pensiero: "Ma certo che le voglio bene." Ciononostante disse, tralasciando tutto il resto: "Mi riceve perché sono un suo cliente. Se oltre a tale motivo ci volessero per questo altri aiuti, allora ad ogni passo si dovrebbe sempre elemosinare e ringraziare insieme." "Com’è cattivo oggi, non è vero?" chiese Leni al commerciante. "Ora sono io l’assente", pensò K., e quasi si arrabbiò con il commerciante quando questi, prendendo su di sé la scortesia di Leni, disse: "L’avvocato lo riceve anche per altri motivi. Il suo caso infatti è più interessante del mio. E poi il suo processo è agli inizi, quindi probabilmente ancora non molto imbrogliato, e perciò l’avvocato se ne occupa ancora volentieri. In seguito le cose cambieranno." "Sì, sì", disse Leni, e guardò ridendo il commerciante, "sentilo come chiacchiera! E tu", qui si rivolse a K., "non puoi credere a nulla di quel che dice. E’ tanto amabile quanto chiacchierone. Forse è anche per questo che l’avvocato non lo può soffrire. Comunque lo riceve solo quando è dell’umore giusto. Mi sono già data molto da fare per cambiare le cose, ma è impossibile. Pensa, a volte annuncio Block e lui lo riceve solo tre giorni dopo. Ma se quando viene chiamato Block non è al suo posto, tutto è perduto e deve essere annunciato di nuovo. Per questo ho permesso a Block di dormire qui, è già successo che l’avvocato abbia suonato il campanello per chiamarlo nel pieno della notte. Perciò, adesso Block è pronto anche di notte. A volte però succede che l’avvocato, quando risulta che Block è presente, revoca il permesso di lasciarlo entrare." K. guardò il commerciante con aria interrogativa. Questi confermò con il capo e con la stessa franchezza con cui prima aveva parlato con K., forse distratto dalla propria vergogna, disse: "Sì, in seguito si diventa molto dipendenti dal proprio avvocato." "Si lamenta solo per finta", disse Leni. "E’ tutto contento di dormire qui, me lo ha confessato spesso." Andò a una porticina e la aprì con un colpo. "Vuoi vedere la sua camera da letto?" chiese. K. si avvicinò e, dalla soglia, vide uno spazio basso e senza finestre occupato completamente da un letto sottile. Per entrare in questo letto bisognava scavalcarne gli stipiti. Alla testa del letto c’era una nicchia nel muro dove, in un ordine meticoloso, c’erano una candela, inchiostro e penna, e un fascicolo di carte, verosimilmente atti processuali. "Lei dorme nella stanza della domestica?" chiese K. voltandosi indietro verso il commerciante. "Leni me l’ha ceduta", rispose il commerciante, "è un bel vantaggio." K. lo guardò a lungo; forse la prima impressione che il commerciante gli aveva fatto era stata quella giusta; certo aveva fatto delle esperienze, dato che il suo processo durava da tanto tempo, ma le aveva anche pagate care. A un tratto K. non sopportò più la vista del commerciante. "Portalo pure a letto", gridò a Leni, che non sembrò capirlo. Lui però ora voleva andare dall’avvocato e licenziandolo liberarsi non solo dell’avvocato, ma anche di Leni e del commerciante. Ma ancor prima che K. arrivasse alla porta il commerciante gli si rivolse a bassa voce : "Signor procuratore." K. si voltò con un espressione di collera. "Lei ha dimenticato la sua promessa", disse il commerciante e dalla sua sedia si allungò implorante verso K., "anche lei doveva dirmi un segreto." "Vero", disse K. e con uno sguardo sfiorò anche Leni, che lo osservava attenta, "dunque mi ascolti: a dire il vero non è quasi più un segreto. Ora vado dall’avvocato e lo licenzio." "Lo licenzia", gridò il commerciante, saltò su dalla sedia e si mise a correre per la cucina con le braccia alzate. Continuava a ripetere: "Licenzia l’avvocato." Leni voleva correre subito addosso a K., ma il commerciante le finì tra i piedi, per cui lei lo colpì con i pugni. Con le mani ancora chiuse a pugno corse poi verso K., il quale però aveva molto vantaggio. Era già entrato nella stanza dell’avvocato quando Leni lo acchiappò. Si era quasi chiuso la porta dietro di sé, ma Leni, tenendo aperta la porta con il piede, lo afferrava per un braccio e voleva tirarlo indietro. Lui però le strinse il polso tanto forte che con un singhiozzo lei dovette lasciarlo. Di entrare nella stanza non ebbe subito il coraggio, ad ogni buon conto K. chiuse la porta a chiave.

"E’ già molto che la aspetto", disse dal suo letto l’avvocato, mise sul tavolino un documento che aveva letto a lume di candela e inforcò un paio di occhiali, con cui guardò fisso K. Anziché scusarsi, K. disse: "Me ne vado presto." Dato che non era una richiesta di scuse, l’avvocato lasciò cadere inosservata la frase di K. e disse: "La prossima volta non la riceverò più a un’ora così tarda." "Ciò viene incontro alle mie intenzioni", disse K. L’avvocato lo guardò con aria interrogativa. "Si sieda" disse. "Se proprio vuole", disse K., avvicinò una sedia al comodino e si sedette. "Se non sbaglio lei ha chiuso la porta a chiave", disse l’avvocato. "Sì", disse K., "è stato per Leni." Aveva deciso di non risparmiare nessuno. Ma l’avvocato chiese: "E’ stata di nuovo importuna?" "Importuna?" chiese K. "Sì", disse l’avvocato con una risata, ebbe un accesso di tosse e, quando questo finì, cominciò di nuovo a ridere. "Non si è accorto forse di quanto sia importuna?" chiese, dando un colpetto sulla mano di K., mano che K. aveva appoggiato distrattamente al tavolino e che ora ritrasse veloce. "Lei non ci dà importanza, tanto meglio", disse l’avvocato al silenzio di K., "altrimenti avrei forse dovuto scusarmi con lei. E’ una caratteristica di Leni, che d’altronde le ho perdonato da un pezzo e di cui non avrei neppure parlato se lei non avesse proprio ora chiuso a chiave la porta. Questa caratteristica - certo a lei meno che ad ogni altro dovrei spiegarla, ma lei mi guarda tanto sconvolto che devo farlo - questa caratteristica consiste nel fatto che Leni trova belli quasi tutti gli imputati. Si attacca a tutti, li ama tutti, e a dire il vero sembra anche che tutti la amino; per divertirmi a volte, quando glielo permetto, me ne racconta qualcosa. Tutto ciò non mi meraviglia tanto quanto sembra meravigliare lei. A guardarli nel modo giusto, gli imputati spesso sono veramente belli. E’ per così dire un curioso fenomeno, in un certo senso pertinente alle scienze naturali. Naturalmente non è che in conseguenza dell’accusa si verifichi un mutamento chiaro e ben definibile nell’aspetto esteriore. A differenza di altre questioni giudiziarie, in queste la maggior parte degli imputati continua il suo solito stile di vita e, se hanno un buon avvocato che si occupa di loro, non hanno molti fastidi dal processo. Eppure, chi ha esperienza potrebbe riconoscere uno a uno in una gran massa di gente chi è imputato e chi no. Da quali segni, lei mi chiederà; la mia risposta non può accontentarla. Il fatto è che gli imputati sono, per l’appunto, i più belli. Non può essere la colpa a renderli belli, perché - così almeno devo parlare io, come avvocato - non sono tutti colpevoli, né può essere la futura punizione a renderli belli fin da ora, perché non tutti vengono puniti, dunque può trattarsi solo di qualcosa insito nel procedimento iniziato contro di loro, e che in qualche modo gli si attacca addosso. Certo, fra i belli ce ne sono alcuni particolarmente belli. Belli però lo sono tutti, persino Block, questo verme miserabile."

Quando l’avvocato ebbe finito K. era perfettamente calmo, aveva persino approvato vistosamente con il capo le sue ultime parole, confermando così a se stesso la sua vecchia opinione secondo la quale l’avvocato cercava sempre, e dunque anche stavolta, di distrarlo con informazioni generiche e non pertinenti alla sua faccenda, in modo da fuorviarlo dalla questione principale, e cioè che cosa avesse fatto concretamente per lui. L’avvocato certo si rese conto che stavolta K. gli opponeva più resistenza del solito, perché ora tacque per dare a K. l’opportunità di parlare, e siccome K. continuava a tacere chiese: "Lei oggi è venuto da me con un’intenzione precisa?" "Sì", disse K., e con la mano schermò un poco la luce della candela per vedere meglio l’avvocato, "volevo dirle che a partire da oggi io le tolgo la mia delega." "Ho capito bene?" chiese l’avvocato, e si alzò a metà nel letto, appoggiandosi ai cuscini con una mano. "Penso di sì" disse K., che stava seduto teso e dritto come in agguato. "Beh, possiamo discutere anche di questo progetto", disse l’avvocato dopo un po’. "Non è più un progetto", disse K. "Può darsi", disse l’avvocato, "ma comunque noi non dobbiamo precipitare nulla." Disse "noi" come se non avesse intenzione di congedare K., ma volesse, se non poteva più difenderlo come avvocato, almeno continuare a consigliarlo da amico. "Nessuna precipitazione", disse K., si alzò lentamente e passò dietro la sedia, "è un passo ben meditato, e forse meditato anche troppo a lungo. E’ una decisione definitiva." "Allora mi permetta ancora qualche parola", disse l’avvocato, alzò il piumino e si mise a sedere sul bordo del letto. Le sue gambe nude, coperte di peli bianchi, tremavano per il freddo. Chiese a K. di passargli la coperta che era sul divano. K. prese la coperta e disse: "Lei si espone a un’infreddatura del tutto inutilmente." "L’occasione è fin troppo importante", disse l’avvocato, mentre si copriva la parte superiore con il piumino e poi si avvolgeva le gambe nella coperta. "Suo zio è mio amico e anche a lei, nel corso di questo tempo, mi sono affezionato. Glielo confesso apertamente. Non devo vergognarmene." Simili discorsi lacrimevoli da parte del vecchio erano molto sgraditi a K., perché lo costringevano a una spiegazione approfondita che avrebbe volentieri evitato, e inoltre, come dovette confessare a se stesso, lo confondevano, anche se non avrebbero mai potuto farlo recedere dalla sua decisione. "La ringrazio per le sue gentili intenzioni," disse, "e riconosco che lei si è occupato della mia questione per quanto le è stato possibile e nel modo che lei giudicava per me vantaggioso. Tuttavia negli ultimi tempi ho maturato la convinzione che ciò non sia sufficiente. Naturalmente non tenterò in alcun modo di convincere della mia opinione un uomo tanto più anziano ed esperto come lei; se per caso a volte ho cercato di farlo, la prego di scusarmi, il fatto è che, per usare le sue stesse parole, la questione è fin troppo importante ed è mia convinzione che sia necessario intervenire nel processo con energia molto maggiore di quanto sia avvenuto fino ad oggi." "La capisco", disse l’avvocato, "lei è impaziente." "Io non sono impaziente", disse K. un po’ irritato e senza più controllare tanto le parole, "durante la mia prima visita, quando venni da lei in compagnia di mio zio, lei dovrebbe aver notato che non mi importava molto del processo; se non mi veniva ricordato in un certo senso con la forza, me ne dimenticavo completamente. Ma mio zio ha insistito perché io le affidassi la mia difesa, e per fargli un piacere gli ho dato retta. E allora ci si sarebbe potuto aspettare che il processo mi diventasse ancor più leggero di prima, perché è proprio per questo che si affida la difesa a un avvocato, per liberarsi un poco dal peso del processo. Invece è successo il contrario. Non ho mai avuto a motivo del processo preoccupazioni tanto grandi come da quando lei mi difende. Quando ero solo non prendevo nessuna iniziativa nel mio processo eppure me ne accorgevo appena, ora invece avevo un difensore, tutto era organizzato perché succedesse qualcosa, ininterrottamente e sempre più teso aspettavo che lei intervenisse, e invece niente. Certo ricevevo da lei diverse informazioni sul tribunale, che forse non avrei potuto ricevere da nessun altro. Ma questo non può bastarmi se il processo ora, per dir così in segreto, mi è sempre più sul collo." K. aveva allontanato da sé la sedia e se ne stava lì in piedi con le mani nelle tasche della giacca. "A un certo punto della professione", disse l’avvocato piano e con calma, "non succede più nulla di veramente nuovo. Quanti clienti, in un simile stadio del processo, simili a lei, sono stati in piedi davanti a me, facendo discorsi simili." "E allora", disse K., "tutti questi simili clienti avevano ragione esattamente come me. Questa non è un’obiezione." "Non volevo con questo farle un’obiezione", disse l’avvocato, "ma volevo aggiungere che da lei mi sarei aspettato una capacità di giudizio maggiore che negli altri, soprattutto perché io le ho dato una visione più ampia del tribunale e della mia attività di quanto sia solito fare nei confronti dei clienti. E ora mi tocca vedere che nonostante tutto non ha abbastanza fiducia in me. Lei non mi rende la cosa facile." Come si umiliava l’avvocato davanti a K.! Senza alcun riguardo verso la propria dignità professionale, per la quale proprio questo punto è certo il più sensibile. E perché lo faceva? In fondo a giudicare dalle apparenze era un avvocato pieno di impegni e un uomo ricco, in sé e per sé non poteva importargli molto né dell’onorario mancato né del cliente perduto. Inoltre era malaticcio e avrebbe dovuto essere contento lui stesso che gli si diminuisse il lavoro. E invece tratteneva K. con tanta tenacia. Perché? Era una personale partecipazione nei confronti dello zio, o davvero giudicava il processo di K. tanto straordinario e sperava di distinguersi in esso agli occhi di K. o anche - possibilità che non andava mai esclusa - agli occhi dei suoi amici in tribunale? Dal suo aspetto non si poteva indovinare nulla, per quanto K. lo esaminasse senza riguardi. Si sarebbe quasi potuto pensare che aspettasse l’effetto delle proprie parole con un’espressione intenzionalmente indecifrabile. Ma evidentemente interpretava il silenzio di K. come troppo favorevole ai suoi obiettivi, perché ora aggiunse: "Lei avrà notato che io ho una grande cancelleria ma non ho assunto aiutanti. Una volta era diverso, c’è stato un tempo in cui lavoravano per me alcuni giovani giuristi, ora lavoro da solo. Ciò dipende in parte dai cambiamenti intervenuti nella mia professione, nel senso che mi sono sempre più limitato a questioni legali del tipo della sua, e in parte dalla conoscenza sempre più approfondita di tali questioni. Mi sono accorto che non potevo lasciare a nessuno un lavoro del genere se non volevo mancare nei confronti dei miei clienti e del compito che mi ero assunto. Tuttavia la decisione di sobbarcarmi tutto il lavoro ha avuto come conseguenza naturale la necessità di rifiutare quasi tutte le richieste di rappresentanza legale, accettando solo quelle che mi stavano particolarmente a cuore - in fondo ci sono tanti poveretti, anche qui nelle vicinanze, che si precipitano su ogni briciola che butto via. E oltre a ciò mi sono ammalato per l’eccessivo lavoro. Malgrado ciò non mi pento della mia decisione, forse avrei dovuto rinunciare a un maggior numero di clienti, però si è visto poi che era assolutamente necessario dedicarmi interamente ai processi che avevo accettato, e i risultati mi hanno premiato. Una volta in un documento ho trovato una bella espressione per definire la differenza fra la tutela legale in processi comuni e quella in processi come il suo. C’era scritto: in un caso l’avvocato guida il suo cliente come legato a un filo fino al verdetto, nell’altro caso invece se lo deve caricare sulle spalle, e portarlo fino al verdetto e anche oltre senza farlo mai scendere. Così stanno le cose. Ma non mi sono espresso bene dicendo che non mi pento mai di questo lavoro così pesante. Quando, come nel suo caso, viene misconosciuto così completamente, allora sì, allora quasi me ne pento." Questi discorsi, più che convincere K., lo rendevano impaziente. Gli sembrava in qualche modo di capire dal tono di voce dell’avvocato che cosa lo aspettava se avesse ceduto; di nuovo sarebbero ricominciate le consolazioni, gli accenni al ricorso che stava progredendo e all’umore migliorato dei funzionari del tribunale, ma anche gli accenni alle grandi difficoltà che si opponevano al lavoro, - insomma sarebbe venuto fuori tutto ciò che conosceva ormai alla nausea, per ingannare di nuovo K. con speranze indefinite e con indefinite minacce tormentarlo. Doveva impedirlo una volta per tutte, e quindi disse: "Cosa intende fare per me se le lascio la mia difesa?" L’avvocato si adattò persino a questa domanda offensiva e rispose: "Continuerò ciò che ho già fatto per lei." "Me lo immaginavo", disse K., "ogni altro discorso è superfluo." "Farò ancora un tentativo", disse l’avvocato, come se ciò che irritava K. non stesse succedendo a K. ma a lui stesso. "In effetti mi viene da supporre che non solo il suo erroneo giudizio sulla mia condizione di avvocato, ma anche in genere il suo stesso comportamento, derivino dal fatto che, malgrado la sua condizione di imputato, lei viene trattato troppo bene, o per meglio dire con negligenza, una negligenza apparente. Anche questo ha le sue ragioni; spesso è meglio essere in catene che liberi. Ma io vorrei mostrarle come vengono trattati gli altri imputati, forse da questo lei imparerà qualcosa. Ora voglio chiamare Block, apra la porta e si sieda qui vicino al comodino." "Volentieri", disse K. e fece quel che l’avvocato voleva; a imparare era sempre pronto. Ma per cautelarsi da ogni eventualità gli chiese ancora: "Lei però ha preso atto che io le tolgo la mia difesa?" "Sì", disse l’avvocato, "può anche essere però che lei oggi stesso faccia marcia indietro." Si rimise a letto, si tirò il piumino fino al mento e si girò verso il muro. Poi suonò il campanello.

Quasi contemporaneamente al segnale comparve Leni, che cercò di capire, con un rapido sguardo, che cosa era successo; il fatto che K. fosse seduto calmo vicino al letto dell’avvocato le sembrò tranquillizzante. Con un sorriso fece un cenno a K., che la guardava immobile. "Vai a prendere Block", disse l’avvocato. Ma lei, invece di andarlo a prendere, si limitò a uscire sulla soglia e a gridare: "Block! Dall’avvocato!" e poi scivolò dietro la sedia di K., forse perché l’avvocato rimaneva voltato verso il muro e si disinteressava a tutto. Cominciò poi a dargli fastidio piegandosi sullo schienale della sedia o accarezzandolo con le mani, sia pure con grande tenerezza e prudenza, fra i capelli e sulle guance. Alla fine K. cercò di impedirglielo tenendole ferma una mano, che lei gli abbandonò dopo un po’ di resistenza.

Appena chiamato, Block era venuto immediatamente, ma ora rimaneva davanti alla porta e sembrava riflettere se dovesse entrare oppure no. Sollevò le sopracciglia e piegò la testa, come per sentire se l’ordine di entrare da parte dell’avvocato si sarebbe ripetuto. K. avrebbe potuto incoraggiarlo a entrare, ma aveva deciso di dare un taglio definitivo non solo con l’avvocato, ma con tutto ciò che riguardava questa casa, e rimase perciò immobile. Anche Leni taceva. Block si rese conto che quanto meno nessuno lo cacciava via, ed entrò in punta di piedi, l’espressione del volto tesa e le mani irrigidite dietro la schiena. Lasciò aperta la porta, per mantenersi la possibilità di una ritirata. Non guardò neppure K. ma sempre e solo l’alto piumino, sotto il quale l’avvocato, che si era spinto vicino alla parete, non si vedeva nemmeno più. In quel momento però si sentì la sua voce: "C’è Block qui?" domandò. Block, che era già avanzato di un bel pezzo, ricevette da questa domanda un vero e proprio colpo nel petto e poi uno nella schiena, vacillò, rimase in piedi tutto curvo e disse: "Per servirvi." "Cosa vuoi?" chiese l’avvocato, "vieni a sproposito." "Non sono stato chiamato?" chiese Block più a se stesso che all’avvocato, teneva le mani in avanti per difesa ed era pronto a correre via. "Sei stato chiamato", disse l’avvocato, "malgrado ciò vieni a sproposito." E dopo una pausa aggiunse: "Tu vieni sempre a sproposito." Da quando l’avvocato aveva cominciato a parlare, Block non guardava più il letto ma fissava un punto qualsiasi in un angolo della stanza e si limitava ad ascoltare, come se la vista di colui che parlava fosse troppo abbagliante per sopportarla. Anche ascoltare però era difficile, perché l’avvocato parlava in direzione della parete, e per di più a bassa voce e rapidamente. "Volete che io me ne vada?" chiese Block. "Ormai sei qua", disse l’avvocato. "Rimani!" Si sarebbe creduto che l’avvocato non avesse esaudito il desiderio di Block ma che lo avesse minacciato con un bastone, perché ora Block cominciò letteralmente a tremare. "Ieri", disse l’avvocato, "sono stato dal terzo giudice, il mio amico, e a poco a poco ho portato il discorso su di te. Vuoi sapere cosa mi ha detto?" "Oh, per favore", disse Block. Siccome l’avvocato non rispose subito, Block ripeté l’implorazione e si chinò come se volesse inginocchiarsi. Allora K. lo assalì ed esclamò: "Ma cosa fai?" Poiché Leni avrebbe voluto impedirgli di parlare, le afferrò anche la seconda mano. Non la stringeva con la forza dell’amore, anzi lei ogni tanto singhiozzava e tentava di sottrargli le mani. Block però fu punito per l’esclamazione di K., perché l’avvocato gli domandò: "Chi è il tuo avvocato?" "Voi lo siete", disse Block. "E oltre a me?" "Oltre a voi, nessuno", disse Block. "E allora non dare retta a nessun altro", disse l’avvocato. Block gli diede completamente ragione, squadrò K. con occhiate cattive e scosse energicamente la testa contro di lui. Se questo comportamento si fosse tradotto in parole, sarebbero stati volgari insulti. E con un uomo del genere K. aveva avuto intenzione di discutere da amico la sua situazione! "Non ti disturberò più", disse K. appoggiato alla sedia, "inginocchiati o striscia sulle quattro zampe, fa’ pure quel che vuoi, non me ne interesserò." Ma Block, almeno nei confronti di K., aveva un suo senso dell’onore, perché gli si avvicinò agitando i pugni e gridò, tanto forte quanto glielo permetteva la vicinanza dell’avvocato: "Lei non può parlarmi così, non è permesso. Perché mi offende? E oltre tutto qui davanti al signor avvocato, dove entrambi, io e lei, siamo sopportati solo per misericordia? Lei non è un uomo migliore di me, perché anche lei è imputato e ha un processo. Se malgrado tutto lei è ancora un signore, allora sono un signore anch’io e magari più importante di lei. E come tale voglio che mi si parli, specialmente da lei. Se poi lei si ritiene favorito perché se ne sta qui seduto tranquillo e tranquillo può stare ad ascoltare mentre io, come lei dice, striscio sulle quattro zampe, allora voglio ricordarle la vecchia sentenza: per l’individuo sospetto il movimento è migliore del riposo, perché chi riposa può sempre, senza saperlo, trovarsi sul piatto di una bilancia ed essere pesato insieme con i suoi peccati." K. non disse nulla ma si limitò a guardare stupito, senza distogliere gli occhi, quest’uomo in preda alla follia. Quali cambiamenti non aveva vissuto solo nell’ultima ora! Era il processo a buttarlo qua e là e non permettergli di distinguere l’amico dal nemico? Non si rendeva dunque conto che l’avvocato lo umiliava intenzionalmente e stavolta non aveva altri scopi che vantarsi del suo potere con K., per potere magari sottomettere anche lui? Ma se Block non era in grado di capirlo, o se aveva tanta paura dell’avvocato che capirlo non gli serviva a nulla, da dove veniva che fosse però tanto astuto o tanto audace da ingannare l’avvocato e nascondergli che oltre a lui faceva lavorare per sé altri avvocati? E come osava attaccare K., che avrebbe potuto rivelare subito il suo segreto? Ma osava anche di più, andò infatti al letto dell’avvocato e anche lì cominciò a lamentarsi di K.: "Signor avvocato", disse, "avete udito come costui mi ha rivolto la parola. Le ore del suo processo si possono ancora contare, e vuole già dare lezioni a me, che ho un processo da cinque anni. Si permette addirittura di insultarmi. Non sa niente e offende me, che ho studiato scrupolosamente, per quanto me lo permettono le mie deboli forze, cosa esigono il decoro, il dovere e le usanze del tribunale." "Non preoccuparti di nessuno", disse l’avvocato, "e fai quel che ti sembra giusto." "Certamente", disse Block come per farsi coraggio da solo, e con un rapido sguardo di lato si inginocchiò proprio accanto al letto. "Ecco che mi inginocchio, mio avvocato", disse. L’avvocato però taceva. Con una mano Block accarezzava, guardingo, il piumino. Nel silenzio che ora regnava Leni disse, liberandosi dalle mani di K.: "Mi fai male. Lasciami. Io vado da Block." Si fece avanti e si sedette ai bordi del letto. Block fu molto rallegrato dal suo arrivo, e subito con segnali vivaci ma silenziosi la pregò di intercedere per lui presso l’avvocato. Era chiaro che aveva un bisogno molto urgente delle comunicazioni dell’avvocato, ma forse all’unico scopo di farle sfruttare dagli altri suoi avvocati. Leni probabilmente sapeva bene come bisognava trattare l’avvocato, indicò le mani e appuntì le labbra come per un bacio. Subito Block eseguì il baciamano, e su istigazione di Leni lo ripeté altre due volte. Ma l’avvocato continuava a tacere. Allora Leni si chinò sull’avvocato - mentre si tendeva si rendeva visibile la graziosa struttura del suo corpo - e china sul volto di lui gli sfiorò i lunghi capelli bianchi. Questo lo costrinse a dare una qualche risposta. "Sono incerto se dirglielo", disse l’avvocato, e lo si vide scuotere un poco la testa, forse per assaporare meglio la pressione della mano di Leni. Block ascoltava a capo chino, come se ascoltando trasgredisse un ordine. "E perché sei incerto?" chiese Leni. K. aveva l’impressione di assistere a un colloquio preparato, che si era ripetuto spesso, che ancora spesso si sarebbe ripetuto e che avrebbe mantenuto il suo sapore di novità solo per Block. "Come si è comportato oggi?" chiese l’avvocato invece di rispondere. Prima di dare il suo giudizio, Leni guardò in basso verso Block e contemplò un poco come questi tendesse le mani verso di lei e le strofinasse implorando una contro l’altra. Alla fine, seria, chinò il capo, si rivolse all’avvocato e disse: "E’ stato calmo e diligente." Un vecchio commerciante, un uomo dalla lunga barba, implorava una ragazzina di prestare una testimonianza favorevole. Anche se nel far ciò avesse avuto delle seconde intenzioni, niente poteva giustificarlo agli occhi di un altro essere umano che fosse spettatore della scena. Era, per chi osservava, quasi umiliante. K. non capiva come l’avvocato potesse aver pensato di convincerlo con questa sceneggiata. Se non lo avesse fatto scappare già prima, con questa scena avrebbe raggiunto lo scopo. Il metodo dell’avvocato, al quale per fortuna K. non era rimasto esposto a lungo, funzionava dunque così, che alla fine il cliente dimenticava il mondo intero e non gli rimaneva che sperare di trascinarsi fino alla fine del processo lungo questa falsa strada. Non era più un cliente, era il cane dell’avvocato. Se questi gli avesse ordinato di strisciare sotto il letto come in una cuccia e da lì abbaiare, lo avrebbe fatto volentieri. K. ascoltava giudicando con superiorità, come se lo avessero incaricato di ricordare con precisione tutto ciò che qui si diceva, in modo da poterne riferire a una istanza superiore e farne rapporto. "Cosa ha fatto in tutto il giorno?" chiese l’avvocato. "Perché non mi disturbasse nel mio lavoro", disse Leni, "l’ho chiuso a chiave nella stanza della domestica, dove del resto sta di solito. Ogni tanto potevo guardare dallo sportellino che cosa stesse facendo. Stava sempre inginocchiato sul letto, teneva aperti sul davanzale i documenti che tu gli hai dato e li leggeva. Ciò mi ha fatto una buona impressione; difatti la finestra si apre solo su un pozzo di ventilazione e quasi non dà luce. Che nonostante ciò Block leggesse mi dimostrava quanto fosse diligente." "Mi rallegra saperlo", disse l’avvocato. "Ma capiva quel che leggeva?" Durante questo colloquio Block muoveva incessantemente le labbra, evidentemente formulando le risposte che avrebbe voluto da Leni. "Naturalmente non posso dirlo con sicurezza", disse Leni. "Ad ogni modo ho visto che leggeva a fondo. Per tutto il giorno ha letto sempre la stessa pagina, scorrendo le righe con il dito. Ogni volta che lo guardavo sospirava, come se leggere fosse per lui una gran fatica. Probabilmente i documenti che gli hai dato sono difficili a capirsi" "Sì", disse l’avvocato, "in effetti lo sono. E non credo che ne capisca qualcosa. Devono solo dargli l’idea di quanto sia difficile la battaglia che porto avanti per difenderlo. E per chi porto avanti questa dura battaglia? Per - è quasi ridicolo dirlo - per Block. Anche cosa questo significhi deve imparare a capirlo. Ha studiato senza interruzioni?" "Quasi senza interruzioni", rispose Leni, "solo una volta mi ha chiesto dell’acqua da bere. Allora gli ho allungato un bicchiere attraverso lo sportellino. Alle otto poi l’ho lasciato libero e gli ho dato qualcosa da mangiare." Block sfiorò K. con uno sguardo di sbieco, come se venisse raccontato qualcosa che gli faceva onore e che doveva fare impressione anche su K. Ora sembrava avere buone speranze, si muoveva più liberamente e si spostava qua e là sulle ginocchia. Tanto più chiaro risultò il suo irrigidimento dopo le successive parole dell’avvocato. "Tu lo elogi", disse l’avvocato. "Ma proprio questo mi rende difficile parlare. Infatti il giudice non si è espresso favorevolmente, né su Block né sul suo processo." "Non favorevolmente?" chiese Leni. "Com’è possibile?" Block la guardava con uno sguardo teso, come se la ritenesse in grado di cambiare ora in suo favore le parole che il giudice aveva già pronunciato da un pezzo. "Non favorevolmente", disse l’avvocato. "E’ stato addirittura spiacevolmente impressionato quando ho cominciato a parlare di Block. ‘Non mi parli di Block’, ha detto. ‘E’ il mio cliente’ ho detto io. ‘Lei si lascia manovrare’, ha detto lui. ‘La sua causa non mi sembra ancora perduta’ ho detto io. ‘Lei si lascia manovrare’ ha ripetuto lui. ‘Non lo credo’, ho detto io, ‘nel suo processo Block è diligente e sempre dedito alla sua causa. Quasi ha messo casa da me per essere sempre al corrente. Un simile zelo non lo si trova sempre. Certo, non è una persona gradevole, ha un brutto modo di fare ed è sporco, ma dal punto di vista processuale è senza macchia.’ Ho detto senza macchia, esageravo apposta. A questo punto lui ha detto: ‘Block è solo astuto. Ha fatto molta esperienza e sa come tirare in lungo il processo. Ma la sua ignoranza è ancor maggiore della sua astuzia. Cosa direbbe se sapesse che il suo processo non è neppure iniziato, se gli si dicesse che non è stato ancora suonato il campanello d’inizio?’ Buono Block", disse l’avvocato, dato che Block aveva appena iniziato a sollevarsi sulle ginocchia incerte ed evidentemente voleva chiedere spiegazioni. Questa era la prima volta che l’avvocato si era rivolto direttamente a Block con parole più esaurienti. Guardò con occhi stanchi un po’ il vuoto e un po’ in basso verso Block, il quale sotto l’effetto di questo sguardo ricadde lentamente sulle ginocchia. "Questa affermazione del giudice non ha alcun significato per te", disse l’avvocato. "Non devi spaventarti per ogni parola. Se succede un’altra volta non ti svelerò proprio più nulla. Non si può cominciare una frase senza che tu spalanchi gli occhi come se fosse il momento del tuo verdetto finale. Vergognati, qui, davanti al mio cliente! Tra l’altro metti in crisi la fiducia che ripone in me. Cosa vuoi insomma? Sei ancora vivo, sei ancora sotto la mia tutela. Che paura insensata! Da qualche parte hai letto che il verdetto finale in taluni casi può arrivare inaspettatamente, pronunciato da un labbro qualsiasi in un momento qualsiasi. Ciò è vero, sia pure con molte riserve, ma è altrettanto vero che la tua paura mi ripugna e che leggo in essa una mancanza della fiducia necessaria. Cosa ho detto, in fondo? Ti ho riferito la frase di un giudice. Lo sai, le diverse opinioni si accumulano intorno a un procedimento fino all’impenetrabilità. Questo giudice ad esempio considera l’inizio del processo situato in un momento diverso da come lo considero io. E’ una divergenza di opinioni, niente di più. E’ una vecchia usanza che, a un certo stadio del processo, si suoni la campanella. A giudizio di questo giudice il processo inizia in quel punto. Ora non posso dirti tutto ciò che contrasta questa opinione, e poi tu non lo capiresti, ti basti sapere che molte cose la contrastano." Impacciato, Block passava le dita sulla pelliccia dello scendiletto, l’angoscia conseguente alla frase del giudice gli faceva dimenticare ogni tanto il suo stato di sottomissione nei confronti dell’avvocato, in quel caso pensava solo a se stesso e girava da ogni lato le parole del giudice. "Block", lo ammonì Leni, tirandolo un po’ in su per il bavero della giacca. "Lascia perdere la pelliccia, ora, e presta attenzione all’avvocato."


Revision: 2011/01/08 - 00:18 - © Mauro Nervi